MASSIMO BOTTURI – GENESI

Registrazione del 5 marzo 2017

“Genesi” di Massimo Botturi ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Miles Davis, All blues

Immagini dal web di proprietà degli autori
(video non commerciale)

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Il male di poesia m’è nato col cratere
con l’eruzione prima che ha fatto l’uomo
il mare. Col monte che si spacca per partorire il cedro
il collo della donna e il suo istante passionale.
M’è nato con caviglia di cerva, col sartiame
di un naufrago che ha cera alle orecchie;
con risacca
e poi rumore forte di onda. Con il ventre
e i suoi vapori in salsa materna
in fretta
in gola
nell’ugola dei tuoi mandamenti, nel cercarmi
per trasformare in oro il mio sesso.
E con le ere
il nome ai continenti e ai malati di pigione.
M’è nato con caduta di sassi e un po’ di cielo
col bronzo delle stelle sepolte, con la voce
dei piccoli operai nelle fabbriche.
Col fumo, dei ventisei battelli lanciati a brutto muso
coi treni supersonici che sbattono le ali
e ignorano le storie di ognuno, le pignatte
lasciate sopra il fuoco in attimo di morte.
M’è nato quando ho visto la donna
e dopo il figlio, la vulva dentro l’albero magico
le foglie, la sabbia del deserto del Sinai
la tortura. M’è nato quando imbianco la notte
quando lecco, o mando giù la bocca tua amara
quando indugio e metto il dito nella tua essenza.
Quando godo
o lascio che il respiro si fermi, quando provo
a vivere quel senza di te di cui ho terrore.
M’è nato quando ho visto mia madre sulla ghiaia
le calze rotte e il pianto celeste, e poi mio padre
i suoi due tiri prima di andare. E me, bambino
il buio della stanza coi mostri, me, ragazzo
il buio della stanza coi mostri.
Me, ora uomo, il buio della stanza coi mostri.
Me, nessuno.

“Genesi” di Massimo Botturi ©

https://massimobotturi.wordpress.com/

Massimo Botturi – Guarda, arriva l’aeroplano

Massimo Botturi
Guarda, arriva l’aeroplano
©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Musica da: Amarcord di Nino Rota

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A quanti viene bene parlare di tristezza
come di un campo incolto, passato via dal treno.
Un tempo minimale, sbiadito
ormai lontano;
farei sentire forte la voce di mio padre
che non riesce a mettere in croce i pomodori
a dare l’acqua al pesco, o tastare i pomi al melo.
Vorrei fare ascoltare le lamentele in sonno
quel mezzo sorrisino di quando sogna ancora
di avere gli anni buoni che la toccava intera
mia madre che nascosta nel mais faceva versi
di uccello e di gallina paesana.
Certo, rido, gli faccio compagnia fino a sera
e l’amo forte, mettendogli davanti la fila dei progetti
dei risultati senza macerie.
Ma un po’ muoio
quando tossisce l’anima e gli occhi si fan lustri;
quando mi parla e crede sia ancora il piccolino
da mettergli il boccone alla bocca
con un gioco.

MASSIMO BOTTURI – AMATE BENE, AMATE SOLO

MASSIMO BOTTURI
AMATE BENE, AMATE SOLO
©2018


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Nino Rota
Pavana
Angelo Ragno, flauto

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Ai ragazzini d’oggi a cui manca un prato
il fango, il muco sui polsini e le spighe nelle calze;
io dico le ho provate e amate queste cose.
E il fumo del carbone perché tirava piano
la stufa di quel buco di casa al piano alto
di un caseggiato con gli orinali, le ringhiere
gelate anche in agosto sotto una luna molle.
E il buio più feroce e anche l’incenso
di quando servir messa era un obbligo
il malore, di mamma coi collant mezzi buchi
il pianto muto, di quando divideva il suo latte
con me solo, e un tozzo di raffermo da metterci
e girarlo, così che diventasse più dolce dopo il giorno.
Io le ho provate e viene il magone se ci penso
che adesso siamo tutti alle porte di vecchiaia
e ancora ricordiamo il sudore appiccicoso
il ciao di certi duri traslochi, e la campagna
che a noi sembrava fosse dovunque.
Ve lo dico, perché ognuno di noi quaggiù in terra
è come Dio
e infanzia viene solo una volta. Amate bene
amate solo.

Massimo Botturi – Cartoline

Massimo Botturi – Cartoline
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Nicola Piovani
Caro diario- Soundtrack, 1993

Capaci si di farmi esultare, quelle bestie
le bestie pigre e angeliche in cortile.
L’ armonia
del ruminare, fottere e mordere
morire.
La polvere del solo deserto a me concesso:
campagna del bresciano
dove il moscone stride, la rondine tra fili magnetici
le vespe, sul glicine e sul fico
col latte suo più acerbo.
Capaci si di farmi esultare:
quelle gambe
le gambe nude della cugina sopra il fieno
il sempreverde sotto il cotone
abbozzo il seno. Torace come prugna novella
da succhiare.
Capace a fare folli le sere: il gran silenzio
dell’erba morta ai fossi asciugati
i grilli sciocchi
che non han più coscienze da tormentare, infine.
Capace d’esaltarmi le vene: il vino rosso,
rubato alla vigilia del sonno per far sogni
oscuri e meno oscuri
o forse farne niente.
Cadere come un sasso d’inerzia, fino al giorno
che tira le sue tende tra gli olmi
e ho cinquant’anni
e l’eco della cagna che abbaia a qualche d’uno.
Forse il postino a cui dire grazie,
per notizie, e cartoline da un altro mondo
quello ieri. 

Massimo Botturi ©