Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones

Edgar Lee Masters
Antologia di Spoon River / Il suonatore Jones

Traduzione di Fernanda Pivano


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Ashokan Farewell by Jay Ungar
Joe LaMay & Sherri Reese
in concert at the Bainbridge Opry House in Bainbridge, NY.

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“Antologia di Spoon River, poesie di persone che narrano, esaminano, recriminano su errori e ingiustizie, su dolori e glorie fasulle, su inganni e amori infelici. Un piccolo villaggio che Edgar Lee Masters ha popolato di voci come di una grande metropoli appena addormentata che nel silenzio scopre tutte le proprie contraddizioni. E la traduzione della Pivano rende queste voci vive, e palpitanti nell’armonia della nostra lingua. Leggere quest’opera e meditare significa scavare e scoprire in noi quelle tare che affliggono il nostro essere umani. Non è questione di viaggiare o rimanere immobili, di rimpiangere o pentirsi, quanto piuttosto valutare il giusto peso della vita, fatta di scelte tra errori e ingiustizie, tra dolori e glorie fasulle, tra inganni e amori infelici.
All’armoniosa traduzione della Pivano tu, caro Luigi, hai aggiunto quella della tua voce. Armonia accresciuta dalla tua scelta di leggere una poesia tra le meno gravose, una di quelle che, nel descrivere la varietà del vivere in mezzo a una varietà di interpretazioni della stessa realtà, sembra lasciare all’uomo un briciolo di libertà e forse di postuma serenità.

Per evitare di cedere al fascino di quest’opera, basta chiudere gli occhi e non vivere, ma soprattutto non pensare.”

Marcello Comitini

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La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine
Frammento

Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
© 2006 Newton Compton editori s.r.l.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Arvo Pärt – Pari Intervallo
Luca Massaglia, organo

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165.
Sono in uno di quei giorni in cui, come l’entrata in un carcere, mi pesa la monotonia di tutto. La monotonia di tutto, però, non è che la monotonia di me stesso. Ogni volto, anche se è quello di chi abbiamo visto ieri, oggi è un altro, poiché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e nel mondo non ve ne è stato mai un altro uguale. L’identità sta solo nella nostra anima l’identità sentita, seppure falsa con se stessa – per la qual cosa tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è fatto di cose distinte e angolature diverse; ma se siamo miopi, è una nebbia insufficiente e uniforme.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire – non per le Indie impossibili, o per le grandi isole a Sud di tutto, ma per qualsiasi luogo, villaggio o eremo, – che abbia in sé il non essere questo luogo. Voglio non vedere più questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposare, estraneo, dalla mia finzione organica. Voglio sentire arrivare il sonno come vita e non come riposo.
Una capanna in riva al mare, persino una caverna sul ruvido terrazzo di una montagna, possono darmi questo.
Purtroppo solo la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita e non esiste altra legge, perché questa si deve compiere, senza possibilità di rivolta e senza trovare una via di scampo.
Alcuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, e ad altri la schiavitù viene imposta. L’amore vigliacco per la libertà che tutti proviamo – perché se ce l’avessimo, ne rimarremmo sorpresi, come per una cosa nuova, rifiutandola – è il segno reale del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che vorrei la capanna o la caverna dove potermi liberare della monotonia di tutto, che è la monotonia di me stesso, oserei io partire per questa capanna o caverna, sapendo, perché lo so, che, poiché la monotonia è mia, ce l’avrei sempre con me? Io stesso, che soffoco dove sto e perché vi sto, dove potrei respirare meglio, se la malattia è dei miei polmoni e non delle cose che mi circondano?
Io stesso che anelo intensamente al sole puro e ai campi liberi, al mare visibile e all’orizzonte intero, chi mi dice che non troverei strano il letto, o il cibo, o il non dover scendere le otto rampe di scale per uscire in strada, o non entrare nella tabaccheria all’angolo, o non scambiare il buon giorno con il barbiere ozioso?
Tutto quello che ci circonda diventa parte di noi, si infiltra nella nostra sensazione della carne e della vita e, come il muco del grande Ragno, ci unisce sottilmente a quello che ci sta vicino, legandoci in un leggero letto di morte lenta, dove dondoliamo al vento.
Tutto è noi, e noi siamo tutto; ma questo a cosa serve, se tutto è niente?
Un raggio di sole, una nuvola che l’ombra improvvisa ci dice che passa, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando questa cessa, un volto o un altro, delle voci, il riso occasionale tra quelle che parlano, e poi la notte dove emergono senza senso i geroglifici spezzati delle stelle.

Jorge Luis Borges – Episodio del enemigo / Episodio del nemico

Jorge Luis Borges – Episodio del enemigo
En Borges, J.L. (1972) El oro de los tigres,
en Jorge Luis Borges (1974)
Obras Completas, Buenos Aires: Emecé
Leído por Luigi Maria Corsanico
Arvo Pärt – Tabula Rasa – Ludus
Pinturas: Zdzislaw Beksinski (1929-2005)

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Tantos años huyendo y esperando y ahora el enemigo estaba en
mi casa. Desde la ventana lo vi subir penosamente por el áspero
camino del cerro. Se ayudaba con un bastón, con un torpe bastón
que en sus viejas manos no podía ser un arma sino un báculo.
Me costó percibir lo que esperaba: el débil golpe contra la puerta.
Miré, no sin nostalgia, mis manuscritos, el borrador a medio concluir y el tratado de Artemidoro sobre los sueños, libro un tanto
anómalo ahí, ya que no sé griego. Otro día perdido, pensé. Tuve
que forcejear con la llave. Temí que el hombre se desplomara,
pero dio unos pasos inciertos, soltó el bastón, que no volví a ver,
y cayó en mi cama, rendido. Mi ansiedad lo había imaginado
muchas veces, pero sólo entonces noté que se parecía, de un modo casi fraternal, al último retrato de Lincoln. Serían las cuatro de la tarde.

Me incliné sobre él para que me oyera.
—Uno cree que los años pasan para uno —le dije— pero pasan
también para los demás. Aquí nos encontramos al fin y lo que
antes ocurrió no tiene sentido.
Mientras yo hablaba, se había desabrochado el sobretodo. La
mano derecha estaba en el bolsillo del saco. Algo me señalaba y
yo sentí que era un revólver.

Me dijo entonces con voz firme:
—Para entrar en su casa, he recurrido a la compasión. Lo tengo
ahora a mi merced y no soy misericordioso.
Ensayé unas palabras. No soy un hombre fuerte y sólo las palabras
podían salvarme. Atiné a decir:
—Es verdad que hace tiempo maltraté a un niño, pero usted ya
no es aquel niño ni yo aquel insensato. Además, la venganza no
es menos vanidosa y ridicula que el perdón.
—Precisamente porque ya no soy aquel niño —me replicó— tengo
que matarlo. No se trata de una venganza sino de un acto de
justicia. Sus argumentos, Borges, son meras estratagemas de su
terror para que no lo mate. Usted ya no puede hacer nada.

—Puedo hacer una cosa —le contesté.
—¿Cuál? —me preguntó.
—Despertarme.
Y así lo hice.

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Jorge Luis Borges – Episodio del nemico
JORGE LUIS BORGES
TUTTE LE OPERE
a cura di Domenico Porzio
Volume secondo
I Meridiani – Mondadori 1985

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Da tanti anni lo sfuggivo e lo aspettavo, e ora il nemico si trovava nella mia casa. Dalla finestra vidi che risaliva penosamente l’aspro sentiero della collina. Si aiutava con un bastone, un rozzo bastone, che nelle sue vecchie mani non poteva essere un’arma, ma solo un appoggio. Stentai a percepire ciò che mi attendevo: la lieve percossa sulla porta. Non senza nostalgia, gettai uno sguardo sui miei manoscritti, sullo scartafaccio ancora incompiuto, e il trattato di Artemidoro sui sogni, libro alquanto strano, nella circostanza, giacché non conosco il greco. Un altro giorno perduto, pensai. Dovetti far forza sulla chiave. Temetti che l’uomo crollasse a terra, ma mosse alcuni passi vacillanti, lasciò cadere il bastone, che non vedi più, e stramazzò sul mio letto sfinito. La mia trepidazione lo avevo immaginato molte volte, ma soltanto in quel momento mi resi conto che somigliava, in modo quasi fraterno, all’ultimo ritratto di Lincoln. Dovevano essere le quattro pomeridiane. Mi chinai su di lui affinché mi udisse. – Ci si immagina che gli anni passino solo per noi – gli dissi, – e invece passano anche per gli altri. Finalmente ci siamo incontrati, e quel ch’è accaduto prima non ha senso. – Mentre io parlavo, si era sbottonato il soprabito. La mano destra era penetrata nella tasca della giacca. Mi puntava contro qualcosa, e io compresi che era un revolver. Mi disse allora con voce sicura: – Per entrare in casa sua ho fatto ricorso alla compassione. Adesso Lei è in mio potere e io non sono misericordioso. – Barbugliai qualche parola. Non sono un uomo di coraggio e solamente le parole potevano salvarmi. Riuscii a dire: – È vero che tanto tempo addietro maltrattai un bambino, ma Lei ormai non è più quel bambino, ne io sono quell’insensato. E dopotutto la vendetta non è meno vanitosa e ridicola del perdono. – — Appunto perché non sono più quel bimbo – mi replicò, – devo ammazzarLa. Non si tratta di vendetta ma di un atto di giustizia. I suoi argomenti, Borges sono meri stratagemmi del suo terrore perché non La uccida. Ma Lei non può far più nulla ormai. – – Una cosa posso fare – gli risposi. – Quale? – mi domandò. – Svegliarmi. – E così feci.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij – Il Grande Inquisitore

Fëdor Michajlovič Dostoevskij
I fratelli Karamàzov

Cap.V – Il Grande Inquisitore
traduzione di Maria Rosaria Fasanelli, Collana I Grandi Libri, Milano, Garzanti, 1992


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Dipinto di Ilya Glazunov
Grande Inquisitore,1985


Dipinti della Cattedrale di Siviglia, AA.VV.


Alexander Scriabin:
Prelude Op.31 – No.1 in D flat major
Piano Sonata 1 in F Minor Op. 6 – IV

José Saramago, da: “Le intermittenze della morte”

da:
José Saramago
Le intermittenze della morte
(pag.119)
Traduzione di Rita Desti
Universale Economica Feltrinelli


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Fryderyk Chopin, Studio op. 25 n. 9
Jan Lisiecki, piano

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[…] quello che impressionava la morte era il fatto che le era parso di sentire in quei cinquantotto secondi di musica una trasposizione ritmica e melodica di ogni e qualsivoglia vita umana, normale o straordinaria, per la sua tragica brevità, per la sua intensità disperata, e anche per via di quell’accordo finale che era come un punto di sospensione lasciato nell’aria, nel vago, da qualche parte, come se, irrimediabilmente, fosse rimasto ancora qualcosa da dire. […]

FERNANDO PESSOA – ALL’IMPROVVISO…

Frammento da:
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)
Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Max Richter, “On the Nature of daylight”
Orchestre Gabriel Fauré du CRD d’Angoulême

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21.2.1930

All’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perché ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l’aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perché ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Sì, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
È stato un attimo, ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo. Sono stato per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
È stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato. E, alla fine, ho sonno, perché, non so perché, penso che il senso è dormire.

Pier Paolo Pasolini – La solitudine

Pier Paolo Pasolini – La solitudine
da “Trasumanar e organizzar” (1971)


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Ennio Morricone
Colonna sonora di “Teorema”


In copertina : Anatole Saderman, ritratto di P.P.Pasolini

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Bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente, o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia solo una traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
E il mondo così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente: allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe essere più soddisfatto
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’é cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

Fernando Pessoa – Non so che vaga carezza…

FERNANDO PESSOA
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
Frammento, 23 aprile 1930
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Titolo originale:
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Alexander Scriabin – Fuga in mi minore (1892)
Piano, Rosemary Thomas

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Non so che vaga carezza, tanto più lieve perché non è una carezza, la brezza incerta della sera mi porta alla fronte e alla comprensione. So soltanto che il tedio che patisco mi si adatta meglio, per un momento, come una veste che non striscia più su una ferita.
Povera sensibilità che dipende da un piccolo movimento dell’aria per riuscire, seppure episodicamente, a trovare la propria tranquillità! Ma ogni sensibilità umana è così, e non credo neppure che sulla bilancia degli esseri umani pesi di più il denaro guadagnato alla svelta o il sorriso ricevuto all’improvviso, cose che per gli altri sono quello che, in questo momento, è stato per me il breve passaggio di una brezza discontinua.
Posso pensare di dormire. Posso sognare di sognare. Vedo più chiaramente l’obiettività del tutto.
Uso con maggiore conforto il sentimento esteriore della vita. E tutto questo, davvero, perché, quando arrivo quasi all’angolo della strada, un movimento della brezza nell’aria rallegra la superficie della mia pelle.
Tutto ciò che amiamo o perdiamo – cose, esseri, significati – ci sfiora la pelle e così arriva alla nostra anima e l’episodio, in Dio, non è altro che la brezza che non mi ha portato niente se non il sollievo immaginato, il momento propizio e il poter splendidamente perdere tutto.

Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta

Da: Rainer Maria Rilke
Lettere a un giovane poeta / (Parigi, 17 febbraio 1903)
(Mondadori 1994)

Lettura di Luigi Maria Corsanico


Max Reger – Piano Quartet No 2 A Minor Op 133 – 3rd Mov
Mozart Piano Quartet

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“Tra il 1903 e il 1908 Franz Xaver Kappus, un giovane allievo dell’accademia militare di Wiener Neustadt, inviò a Rainer Maria Rilke alcune sue prove poetiche. Il corpus di poesie era accompagnato da una lettera in cui il giovane aspirante poeta si apriva come non aveva mai fatto con nessuno. Ebbe così inizio quel carteggio che, staccato dall’epistolario di Rilke, fu pubblicato come opera a sé stante nel 1929. Dal poeta maturo scaturisce una sorta di lezione fatta di consigli stilistici e, soprattutto, di insegnamenti spirituali. Con toni accorati, Rilke espone i temi principali della sua poetica: esorta Kappus a indagare se veramente lo scrivere sia per lui una necessità, gli indica il peso e la grandezza dell’essere artista, lo esorta alla solitudine come unico mezzo per giungere alla maturazione di sé. Tra le più belle scritte da Rilke, le dieci lettere sulla poesia raccolte in questo volume costituiscono un breviario spirituale in cui il poeta, prescindendo dal destinatario, si pone davanti a uno specchio straniante e rivelatore che lo aiuta a definirsi e ad analizzarsi.”(Marina Bistolfi)

Migranti – Derek Walcott

DDerek Walcott
Migranti
St. Lucia, Caraibi, 16 giugno 2000
(Traduzione di Luigi Sampietro)
dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Ottobre 2016,
N. 319, Crocetti Editore

Opera pittorica di Edgar Caracristi ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Astor Piazzolla – Soledad


L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme, come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen, e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli, quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono, alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli, quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali, si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele, e del suono del latte in estate dentro le zangole piene, e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco quel lago e anche le locande, la birra che si beve, e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede, ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono, dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo all’interno di umili tenute, e questa è la visione che a poco a poco si restringe dentro le pupille di chi muore e di chi si abbandona in un fosso, rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora di questo nuovo secolo che è il vostro.