Guy de Maupassant – Suicidi

REGISTRAZIONE DELL’8 LUGLIO 2016

Suicidi
da:
Guy de Maupassant
Racconti

Traduzione di Oreste Del Buono
da edizioneradiciBUR luglio 2008
Pubblicato originariamente il 29 agosto 1880 nel quotidiano “Le Gaulois” col titolo “Comment on se brûle la cervelle”.

Interpretato da Luigi Maria Corsanico.

Dipinto di Leopold Graf von Kalckreuth,
A man at a desk

Erik Satie
6 Gnossiennes, Pour piano

FERNANDO PESSOA – E FINALMENTE MI QUIETO

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Frammento / 199 (369)
E finalmente mi quieto. 5.6.1934 (Sossego enfim)
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre
Universale Economica Feltrinelli

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Samuel Barber, String Quartet Op. 11.
Dover Quartet

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E finalmente mi quieto. Dissipazioni e ricordi svaniscono dalla mia anima come se non fossero mai esistiti. Resto solo e calmo. Vivo questo momento come se fosse il momento di una conversione religiosa. Eppure non c’è nulla che mi attragga verso il trascendente, anche se nulla più mi lega all’immanente. Mi sento libero come se finissi di esistere conservandone la consapevolezza.
Mi quieto, sì, mi quieto. Una grande quiete, soave come un’inutilità, scende nel fondo del mio essere. Le pagine lette, i doveri compiuti, i passi e gli eventi del vivere: tutto si è trasformato in una vaga penombra, in un alone appena visibile che circonda qualcosa di tranquillo che non so definire. L’azione attraverso la quale a volte ho dimenticato l’anima; il pensiero, attraverso il quale a volte ho dimenticato l’azione; entrambi mi si trasformano in una sorta di tenerezza priva di sentimento, una compassione insulsa e vuota.
Non è questa giornata pigra e soave, nebbiosa e blanda. Non è questa brezza imperfetta, quasi nulla, poco più dell’aria. Non è il colore anonimo del cielo stancamente azzurro qua e là. No. No, perché non sento. Vedo senza intenzioni e senza soluzioni. Assisto attentamente a uno spettacolo che non esiste. Non avverto l’anima, soltanto la quiete. Le cose esterne, nitide e immobili, anche quelle che si muovono, sono per me come deve essere stato il mondo per Cristo quando dall’alto di tutto Satana lo tentò. Sono un nulla, eppure capisco che Cristo non si sia lasciato tentare. Sono un nulla, e non capisco come Satana, vecchio di tanta esperienza, si illudesse di tentarlo.
Scorri leggera, vita impercettibile, silenzioso ruscello che fugge sotto alberi dimenticati! Scorri blanda, anima sconosciuta, mormorio invisibile oltre i grandi rami caduti! Scorri inutile e senza ragione, consapevolezza che non è consapevole di niente, vaga luce in lontananza fra radure di foglie, che non sappiamo da dove viene né dove va! Scorri, scorri, e lasciami dimenticare!
Vago soffio di una cosa che non osò vivere, insipido sorso di una cosa che non poté sentire, mormorio inutile di una cosa che non volle pensare, vai lento, vai pigro, vai con i vortici che ti aspettano e lungo i declivi che incontrerai; vai verso l’ombra o verso la luce, fratello del mondo; vai verso la gloria o verso l’abisso, figlio del Caos e della Notte, ricordandoti ancora, in un qualche angolo di te stesso, che gli Dei sono venuti più tardi e che anche gli Dei passano.

Antonio Gramsci – Lettere dal carcere

ANTONIO GRAMSCI – LETTERE DAL CARCERE
Lettera alla mamma, 10 maggio 1928

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Mahler – Symphony No.4 in G-major
Leonard Bernstein & Wiener Philharmoniker

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10 maggio 1928

Carissima mamma,

sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco.

Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata.

Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.

Ti abbraccio teneramente.

Nino

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke
da: La ballata sull’amore e sulla morte dell’alfiere Cristoforo Rilke
Traduttore: Vincenzo Errante
Opera pittorica di Edgar Caracristi
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Alexander Scriabin
Prelude Op. 11 No. 8

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“Cavalcare, cavalcare, cavalcare.
Tutto il giorno. La intiera notte.
Il giorno intiero
Cavalcare, cavalcare, cavalcare.
E il cuore si è fatto così stanco! Così immensa la nostalgia!
Non si scorge più sagoma di monte. Non un albero.
Nulla ardisce di levarsi a mezz’aria.
Esotiche capanne s’accovacciano sitibonde, protese a sorgive inaridite in pantani.
Nemmeno una torre…. E sempre lo stesso paesaggio….
Due occhi? Ma per vedere che cosa?
La notte soltanto, a volte, ci s’illude di conoscere la via.
Ripercorriamo forse, dopo ogni tramonto, il cammino conquistato
di giorno, a fatica, sotto questo cielo straniero?
Forse….
Pesante è la sferza del sole.
Come, da noi, nel cuore d’agosto.
Ma non era già sul colmo l’estate, quando partimmo?
Nel commiato, dal verde, a lungo smagliarono le vesti delle donne,
dietro gli stormi lontananti via via.
Ora, da gran tempo si cavalca.
Dev’essere autunno, pertanto.
Almeno laggiù, — dove accorate le donne ripensano a noi.”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij – Il Grande Inquisitore

Fëdor Michajlovič Dostoevskij
I fratelli Karamàzov
Cap.V – Il Grande Inquisitore

traduzione di Maria Rosaria Fasanelli, Collana I Grandi Libri, Milano, Garzanti, 1992

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dipinto di Ilya Glazunov
Grande Inquisitore,1985

Dipinti della Cattedrale di Siviglia, AA.VV.

Alexander Scriabin:
Prelude Op.31 – No.1 in D flat major
Piano Sonata 1 in F Minor Op. 6 – IV

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Frammento
/ 48 (103)
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre
Universale Economica Feltrinelli

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos – Bachianas Brasileiras No. 4, I. Preludio
Orchestre National de la Radiodiffusion Française

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Sapendo perfettamente come le cose insignificanti abbiano la capacità di torturarmi, evito deliberatamente il contatto con le cose insignificanti. Chi, come me, soffre quando una nuvola passa davanti al sole, come potrebbe non soffrire nell’oscurità del giorno perennemente annuvolato della sua vita?
La mia solitudine non consiste in una ricerca di felicità, che non ho la forza di raggiungere; né di tranquillità, che si ottiene soltanto se non la si è mai perduta. Ma è una ricerca di sonno, di annullamento, di piccola rinuncia.
Le quattro pareti della mia stanza disadorna sono per me al contempo prigione e lontananza, letto e bara. Le mie ore più felici sono quelle in cui non penso a nulla, in cui non voglio nulla, in cui non sogno neppure, perso in un torpore di vegetale errato, mero muschio cresciuto sulla superficie della vita. E senza amarezza assaporo l’assurda consapevolezza di non essere nulla, sapore previo della morte e della cancellazione.

Non ho mai avuto qualcuno da poter chiamare “Maestro”. Nessun Cristo è morto per me. Nessun Budda mi ha indicato una strada. Sulla cima dei miei sogni nessun Apollo e nessuna Minerva mi sono mai apparsi per illuminare la mia anima.

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Sabendo como as coisas mais pequenas têm com facilidade a arte de me torturar, de propósito me esquivo ao toque das coisas mais pequenas. Quem, como eu, sofre porque uma nuvem passa diante do sol, como não há-de sofrer no escuro do dia sempre encoberto da sua vida?
O meu isolamento não é uma busca de felicidade, que não tenho alma para conseguir; nem de tranquilidade, que ninguém obtém senão quando nunca a perder, mas de sono, de apagamento, de renúncia pequena.
As quatro paredes do meu quarto pobre são-me, ao mesmo tempo, cela e distância, cama e caixão. As minhas horas mais felizes são aquelas em que não penso nada, não quero nada, não sonho sequer, perdido num torpor de vegetal errado, de mero musgo que crescesse na superfície da vida. Gozo sem amargor a consciência absurda de não ser nada ante o sabor da morte e do apagamento.
Nunca tive ninguém a quem pudesse chamar «Mestre». Não morreu por mim nenhum Cristo. Nenhum Buda me indicou um caminho. No alto dos meus sonhos nenhum Apoio ou Atena me apareceu, para que me iluminasse a alma.

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.II. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982 (103)

CESARE PAVESE – LE PAROLE

Cesare Pavese
La letteratura americana
e altri saggi

Einaudi – 1951

Parte seconda
Letteratura e società

Dialoghi col compagno
II. Le parole

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Wise One · John Coltrane Quartet


da: “Leggere”, articolo pubblicato su «l’Unità» di Torino, 20 giugno 1945.

[…] Tutti purtroppo abbiamo letto. E come sovente succede che i borghesi piú piccini tengono al falso decoro e ai pregiudizi della classe molto piú che non gli svelti avventurieri del gran mondo, cosí l’ignorante che ha letto qualcosa si aggrappa ciecamente al gusto, alla banalità, al pregiudizio che ne ha sorbito, e da quel giorno, se gli càpita di leggere ancora, tutto giudica e condanna secondo quel metro. È cosí facile accettare la prospettiva piú banale, e mantenercisi, sicuri del consenso del maggior numero. È cosí comodo supporre che ogni sforzo è finito e si conosce la bellezza, la verità e la giustizia. È comodo e vile. È come credere che si è assolto al nostro eterno e pauroso dovere di carità verso l’uomo, regalando una lira al pezzente ogni tanto. […]

Dialoghi col compagno
II. Le parole

– Tra compagni si è parlato di te e di quel che scrivi, – mi disse l’altro giorno Masino per strada. – Quando ci spieghi cos’è un libro e come leggerlo, tu subito metti avanti le parole. A sentirti, in un libro sono tutte parole. Possibile?
– Pensaci un momento.
Masino ha di bello che capisce un’occhiata. Mi guardò e disse: – Già. Ma le parole voglion dire qualche cosa.
– Figurati. Ed è proprio per questo che bisogna stare attenti a quelle che si scelgono. Secondo che uno scrittore adopera certe parole o certe altre, tu capisci chi è. Prendi i compagni della guerra di Spagna: chi li chiamava rossi, chi lealisti, chi comunisti e sovversivi, chi patrioti. Ognuna di queste parole ti chiariva con chi parlavi, e veniva a significare una cosa diversa. Nelle parole che tu adoperi c’è la tua classe e il tuo lavoro, quello che sai, quello che mangi, le persone che frequenti. C’è tutto nelle parole.
– Ma in un libro c’è anche una storia, dei personaggi. Noi si diceva che dovresti parlarci di questo. Un operaio come me, se legge un libro, difficilmente sa dire la sua. Le parole le capisco. Ma succedono cose nei libri, che non sempre mi convincono.
– Se non vanno le cose, non van neanche le parole, credi a me.
– Ma ci sono dei libri che sembran ben scritti, e poi sotto ti accorgi che l’autore è d’accordo con quelli che ammazzano il popolo. Mica ha il coraggio di dirlo, ma ti pianta su una storia dove tutti di te se ne infischiano. Ti presenta un ambiente che non si sa di dove vengono le cene che mangiano e quel che consumano. Mai che si dica che senza la classe operaia questa gente non avrebbe neanche il bagno. Mai che si sappia che il mondo non finisce con loro.
– Lo vedi che capisci anche tu? Sta’ tranquillo che quel che manca in questi libri la gente come noi lo sente al volo. È come col prossimo: parli un poco e ti accorgi se una persona è dalla tua. Ci sarà chi è piú serio e chi ama scherzare, ma quando ti dice come si immagina il mondo senti subito se è un poveretto. E un libro è sempre la descrizione di come uno s’immagina il mondo.
Quest’idea stupí Masino, che non ci aveva ancor pensato. Vidi che mi strizzò l’occhio come si fa quando si gode una cosa.
– Però non devi credere che basti scrivere del popolo e raccontare come vive, – dissi a Masino. – Molti ne fanno una speculazione. Ormai ciascuno crede di sapere chi è il popolo e, con tanti libri che si son scritti sul popolo, non è difficile imitarli e parlare come loro. Ma è qui che saltan fuori le parole. Mentre l’intreccio e i personaggi di un romanzo può copiarli chiunque e anche aggiungerci, c’è un tono delle parole e del discorso che ti tradisce per quello che sei. Puoi raccontarle come tue le storielle di tutti, ma la voce che adoperi è sempre la stessa. E la voce di chi scrive è lo stile, le parole che sceglie.
– Ma tu capisci dalla voce chi è sincero?
– Qui ti voglio, Masino. Qui serve la pratica e averci studiato. Molti credono che perché, bene o male, tutti sanno parlare, tutti possano dare un giudizio su quello che è scritto. Ma ci sono dei libri che, se tu non sai leggerli, se non sai le parole, non puoi dire nemmeno quel che valgano dentro.
– Sono libri per noi?
– Sono libri per chi li vuol leggere. Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l’hanno fatto per te. Si tratta sempre d’imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c’è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com’era solo lo scrittore che l’ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l’autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altr’uomo e ti sentí piú uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.
Adesso mi ascoltava testa bassa e compunto.
– Non credere a chi dice che le parole non contano. Anche l’intreccio e i personaggi sono parole. Qualche volta in un libro i personaggi sono gli alberi, le case, le montagne. E che cosa vuol dire? Vuol dire che quello che conta è quel che questi personaggi son diventati nel racconto, quel che hanno in comune – cioè la parola. Una pianta o una donna in un libro non sono legno né carne, sono le parole che te le mettono davanti.
Masino mi ascoltava e disse a un tratto: – Ma dietro a un libro c’è una realtà. C’è una lotta di classe. Ci sono ideologie.
– Chi lo nega, Masino? Ma tutto nel libro diventa parole. E ti spiego che devi impararle, nient’altro. Quel che vale sarà la giustezza la finezza la profondità di queste parole. Bisogna amarle per capirle. Ed è proprio per questo che un mondo reazionario si tradisce subito con le parole che adopera: tu non sai cosa sia ma le senti ottuse, slabbrate, false. Mentre chi parla all’uomo con fede storica trova una voce fresca e nuova. È inevitabile.
Masino non è mai contento. Dopo un poco mi fa: – Ma com’è allora che voialtri, che capite queste cose, parlate bene anche dei libri vecchi che hanno già esaurito il loro compito?
Parlava per farmi parlare, è evidente. Ma noi si scherza in questo modo.
– Le parole, – gli dissi. – Precisamente le parole. Non importa che un compito storico sia tutto esaurito. Quella fede nell’uomo che si è fatta parola, non attende che un lettore per rivivere. E ha di bello che, essendo svanita la realtà che le ha prodotte, le parole veramente dànno adesso da sole tutto il senso e la freschezza che contengono. Il piú antico dei libri – l’Iliade – si può leggere come un romanzo. Certo è difficile arrivarci.
– E non c’è differenza tra lui e i moderni? – disse Masino fermandosi. – Tra quelli che si studiano a scuola e i romanzi di Steinbeck?
– Per chi sa le parole, nessuna.
– Quest’è bella, – mi disse Masino. – Non avrei mai creduto.
– Però Steinbeck vale meno, – dissi.

Le parole, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 8 maggio 1946.