FERNANDO PESSOA – È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono

FERNANDO PESSOA
È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono (1910)


Ricerca e traduzione di L.M.Corsanico
dal testo originale inglese – “It is necessary now that I should tell what manner of man I am” – comparato con la versione portoghese di Jorge Rosa – “Cumpre-me agora dizer que espécie de homem sou.” in:
Páginas Íntimas e de Auto-Interpretação. Fernando Pessoa.
(Textos estabelecidos e prefaciados por Georg Rudolf Lind e Jacinto do Prado Coelho.)
Lisboa: Ática, 1966.

Ricerche svolte in : Arquivo Pessoa, Lisboa.


Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono.
Non importa il mio nome o altri dettagli esterni su di me. Bisogna dire qualcosa sul mio carattere.
L’intera costituzione del mio spirito è fatta di esitazione e dubbio. Per me niente è e non può essere positivo; tutte le cose ondeggiano intorno a me, e io con esse, insicuro di me stesso. Tutto per me è incoerenza e mutazione. Tutto è mistero e tutto è pieno di significato. Tutte le cose sono “sconosciute”, simboli dell’Ignoto. Il risultato è orrore, mistero, una paura oltre modo percettiva.
A causa delle mie tendenze naturali, dell’ambiente agli albori della mia vita, dell’influenza degli studi condotti sotto il loro impulso (queste stesse tendenze) – per tutto questo il mio carattere è introverso, egocentrico, muto, non autosufficiente ma perso in se stesso. Ho vissuto sognando, passivamente. Tutto il mio carattere consiste nell’odio, nell’orrore, nell’incapacità che pervade tutto il mio essere, fisico e spirituale, di assumere atti decisivi, pensieri determinati. Non ho mai avuto una risoluzione nata da un autocontrollo, non ho mai tradito esteriormente una volontà cosciente. I miei scritti erano tutti incompiuti; nuovi pensieri sempre interposti, associazioni straordinarie, inesplicabili di idee il cui termine era infinito. Non posso evitare l’odio dei miei pensieri di porre fine a qualunque cosa sia; una cosa singola fa nascere diecimila pensieri, e da questi diecimila pensieri nascono diecimila inter-associazioni, e non ho forza di volontà per eliminarli o fermarli, né per raccoglierli in un unico pensiero centrale, dove i loro dettagli non importanti ma associati potrebbero andare persi. Passano attraverso di me; non sono i miei pensieri, ma pensieri che mi attraversano. Non penso, sogno; Non sono ispirato, sto delirando. So dipingere, ma non ho mai dipinto, so comporre musica, ma non ho mai composto. Strane concezioni in tre arti, bei voli di fantasia accarezzano il mio cervello; ma li lascio lì a dormire finché non muoiono, perché mi manca il potere di incarnarli, di convertirli in cose del mondo esterno.
Il mio carattere è tale che odio l’inizio e la fine delle cose, perché sono punti precisi. L’idea che si trovi una soluzione ai problemi più alti, più nobili, della scienza, della filosofia, mi affligge; l’idea che qualcosa possa essere determinata da Dio o dal mondo mi riempie di orrore. Che si compiano le cose più importanti, che un giorno gli uomini siano tutti felici, che si possa trovare una soluzione ai mali della società, anche nella sua concezione, mi fa impazzire. Eppure, non sono né cattivo né crudele; sono pazzo e questo come è difficile da concepire.
Sebbene io sia stato un lettore vorace e ardente, tuttavia non ricordo alcun libro che abbia letto, finora sono state le letture della mia mente, i miei sogni, anzi, le provocazioni dei sogni. Il mio stesso ricordo degli eventi, delle cose esterne è vago, più che incoerente. Rabbrividisco al pensiero di quanto poco ho in mente di ciò che è stata la mia vita passata. Io, l’uomo che sostiene che oggi è un sogno, sono meno di una cosa di oggi.

FERNANDO PESSOA – La tragedia principale della mia vita…

Nel 1986, Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi tradussero e curarono per Feltrinelli la prima edizione italiana del Livro do Desassossego.
Frammento (96)
A tragédia principal da minha vida…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares.Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha.
Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 96.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Quartet No. 8 in C minor, Op. 110- Largo
Emerson String Quartet

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La tragedia principale della mia vita è, come ogni tragedia, un’ironia del Destino. Rifiuto la vita reale come una condanna; rifiuto il sogno come una liberazione ignobile. Ma vivo la parte più sordida e più quotidiana della vita reale; e vivo la parte più intensa e più costante del sogno. Sono come uno schiavo che si ubriaca durante il riposo: due miserie in un unico corpo.
Sì, vedo nitidamente, con la chiarezza con la quale i lampi della ragione fanno risaltare dall’oscurità della vita gli oggetti vicini che ce la raffigurano, quanto di vile, di stracco, di abbandonato e di fittizio c’è in questa Rua dos Douradores, che è per me la vita intera: quest’ufficio sordido di gente fino al midollo, la mia camera affittata al mese, dove non succede niente di interessante oltre il fatto che ci vive un morto, questa drogheria dell’angolo di cui conosco il padrone come ci si conosce fra persone, quei ragazzi sulla porta dell’antica taverna, quest’inutilità laboriosa di giorni tutti uguali, questa ripetizione persistente degli stessi personaggi come un dramma che consista solo nello scenario e lo scenario sia alla rovescia…
Ma vedo anche che fuggire da tutto questo significherebbe dominarlo o ripudiarlo, e io non lo domino perché non lo travalico all’interno della realtà, e non lo ripudio perché, qualunque cosa sogni, rimango sempre dove sono.
E il sogno, la vergogna di fuggire verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell’animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! Non poter avere un gesto nobile che non sia fatto in privato né un desiderio inutile che non sia veramente inutile!
Cesare definì bene l’ambizione quando disse: “Meglio il primo nel villaggio che il secondo a Roma!” Io non sono niente né nel villaggio né in nessuna Roma. Almeno il droghiere dell’angolo è stimato in un raggio che va da Rua da Assunção fino a Rua da Vitoria; è il Cesare di un rione. Sono forse superiore a lui? E in che cosa mai, visto che il niente non presuppone superiorità né inferiorità né paragone? Lui è il Cesare di tutto un rione, e giustamente le donne lo apprezzano.
E così, facendo quello che non voglio fare e sognando quello che non posso avere, trascino la mia vita … assurda come un orologio civico fermo.
Quella sensibilità tenue ma ferma, il sogno lungo ma cosciente … che costituisce nel suo insieme il mio privilegio di penombra.

FERNANDO PESSOA – Appartengo a una generazione…

FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

A cura di Valeria Tocco
OSCAR MONDADORI 2011
Frammento (195) Appartengo a una generazione che ha ereditato l’incredulità verso il cristianesimo
Pertenço a uma geração que herdou a descrença na fé cristã…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 195.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt
Tabula rasa – 2. Silentium: Senza moto
Gothenburg Symphony Orchestra · Erik Risberg

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Appartengo a una generazione che ha ereditato l’incredulità verso il cristianesimo e che ha alimentato in sé incredulità verso ogni fede. I nostri padri possedevano ancora l’impulso a credere, che trasferivano dal cristianesimo ad altre forme di illusione. Alcuni erano fanatici dell’uguaglianza sociale, altri erano appassionati solo della bellezza, altri nutrivano fede nella scienza e nei suoi progressi, e altri ancora, più profondamente cristiani, andavano alla ricerca, da Oriente a Occidente, di altre forme religiose con cui intrattenere la coscienza, altrimenti vuota, del mero vivere.
Noi abbiamo perduto tutto questo, siamo nati orfani di tutte queste forme di consolazione. Ogni civiltà segue la linea intima di una religione che la rappresenta: passare ad altre religioni equivale a perderla, e alla fine a perdere anche tutte le altre.
Noi l’abbiamo persa, e anche tutte le altre.
Ciascuno di noi, perciò, è rimasto abbandonato a se stesso, nella desolante sensazione di sentirsi vivere. Una nave sembra un oggetto il cui fine è navigare; ma il suo fine non è navigare, bensì arrivare in porto. Noi ci siamo ritrovati a navigare senza l’idea del porto a cui avremmo dovuto attraccare. Abbiamo ripetuto in questo modo, nella nostra dolorosa specie, la formula avventurosa degli argonauti: navigare è necessario, vivere non è necessario.
Privi di illusioni, siamo vissuti soltanto del sogno, che è l’illusione di chi non può farsi illusioni. Vivendo di noi stessi, ci siamo diminuiti, perché l’uomo completo è colui che ignora se stesso. Privi di fede, non abbiamo speranza e senza speranza non abbiamo propriamente vita. Non avendo un’idea di futuro, non abbiamo neppure l’idea dell’oggi, perché l’oggi, per l’uomo d’azione, non è altro che un prologo del futuro. L’energia di lottare è nata morta con noi, perché siamo nati privi di entusiasmo per la lotta.
Alcuni di noi si sono impantanati nella ebete conquista della vita di ogni giorno, cercando vilmente e volgarmente il pane quotidiano e volendolo ottenere senza il lavoro intenso, senza la coscienza della fatica, senza la nobiltà della realizzazione.
Altri di noi, di razza migliore, si sono astenuti dalla cosa pubblica, senza volere niente e senza desiderare niente, ma cercando di portare dritta al calvario dell’oblio la croce della mera esistenza. Sforzo impossibile per chi non ha, come chi portò la Croce, una coscienza di origine divina.
Altri ancora si sono dedicati, indaffarati all’esterno dell’anima, al culto della confusione e del rumore, credendo di vivere quando udivano se stessi, credendo di amare quando sbattevano contro l’esteriorità dell’amore. Vivere ci doleva, perché sapevamo di essere vivi; morire non ci terrorizzava, perché avevamo perduto la normale nozione della morte.
Ma altri, della Razza della Fine, limite spirituale dell’Ora Morta, non hanno avuto neppure il coraggio di negare e di rifugiarsi in se stessi. Hanno vissuto tutto con negazione, scontentezza e sconforto. Ma lo abbiamo vissuto dentro di noi, senza alcun gesto, barricati sempre, per lo meno riguardo la vita, tra le quattro pareti della stanza e i quattro muri del non saper agire.

T.S. Eliot – Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

Thomas Stearns Eliot
Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

(The Love Song of J. Alfred Prufrock)

Thomas Stearns Eliot. Opere, a cura di R. Sanesi
Classici Bompiani, 1986.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Ritratto di T.S. Eliot by Patrick Heron

Arvo Pärt, Lamentate (excerpt)
Olga Scheps, piano
Estonian National Orchestra / Bas Wiegers

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«S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.»

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)

L’epigrafe riferisce dell’incontro tra Dante e Guido da Montefeltro, condannato all’ottavo cerchio dell’Inferno. Come Guido, Prufrock crede che il suo racconto rimanga celato, per questo si apre senza timore. È come il soliloquio dell’attore in cui si esprime liberamente con una modalità che fa percepire ciò come qualcosa che non è rivolto ad altri se non a se stesso. In tale discorrere solitario i pensieri emergono e si strutturano senza seguire le regole della logica o le esigenze di compiutezza proprie di un racconto; essi piuttosto vengono regolati nel loro concatenarsi dal flusso variabile ed imprevedibile delle emozioni. Allo stesso modo Guido e Prufrock sono connessi con l’Inferno, uno al cerchio dantesco, l’altro alla Londra moderna entrambi senza scampo. Lo stesso Prufrock nel poema vive personalità multiple e incarna sia Guido che Dante. A volte è il narratore, altre colui che ascolta che rivela la storia del mondo. Alternativamente il ruolo di Guido nell’analogia è infatti occupato da Prufrock, ma il ruolo di Dante è occupato da you, il lettore, come in “Let us go now, you and I”.

“Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (The Love Song of J. Alfred Prufrock)” fu composto tra il 1910 e il 1911 con il titolo “Prufrock tra le donne”, ma pubblicato per la prima volta solo nel 1917 nella raccolta “Prufrock and Other Observations”, dedicata a Jean Verdenal, amico di Eliot ucciso nel 1915 nella spedizione anglofrancese dei Dardanelli.

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“La lirica in questione, che era stata scritta circa sei anni prima e che nel volumetto trovava la sua consacrazione, fu presto interpretata come un’analisi tra il distaccato e il partecipe dell’animo e delle caratteristiche dell’uomo moderno, colto, nevrotico, perplesso rispetto alle complicazioni di un mondo cambiato troppo e troppo rapidamente.
Prufrock sembra rivolgersi a una possibile amante con cui vorrebbe stabilire un rapporto. Ma non osa farlo perché immagina i commenti negativi degli altri sui suoi limiti e difetti; e il canto d’amore diventa così un canto di rinuncia. Prufrock continua a porsi degli interrogativi che in realtà sono soltanto delle banalità che rimandano a quella che dovrebbe essere la domanda decisiva che vorrebbe porsi, quella sul senso del mondo moderno. Ma la domanda non la pone, non la esplicita neppure: lascia l’interrogativo al lettore.

La modernità della lirica stava in questo approccio, in cui lo sconcerto che avvolgeva il presente subentrava alle certezze ottocentesche. Stava anche, e soprattutto, nel linguaggio di Eliot. Dai simbolisti francesi aveva preso il ricorso a immagini e a vocaboli appartenenti alla realtà di ogni giorno, volutamente antiestetici nella loro ordinarietà.
Cento anni dopo i versi del Canto d’amore mantengono tutta la loro forza. Non solo per la bellezza della poesia che supera la prova del tempo; ma perché anche oggi ritroviamo lo sconcerto di fronte a un mondo che forse, come accadde allora, è cambiato troppo rapidamente e rispetto al quale ci limitiamo a fare domande banali, a parlare d’altro, senza avere il coraggio di fare la domanda decisiva.”

Da: “Cent’anni fa Prufrock parlava di noi”, di Paolo Bertinetti / 6 luglio 2017

Biagio Marin – Elogio delle conchiglie

Biagio Marin (Grado 1891 – Trieste 1985)
Il Poeta delle conchiglie
“Forse solo certe musiche di Beethoven,
forse solo certi passaggi della IX sinfonia,
gli avevano parlato a quel modo.”

Biagio Marin, Elogio delle conchiglie
Milano, Vanni Scheiwiller, 1965

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Ludwig van Beethoven
Sinfonia n.9 – III. Adagio molto e cantabile (excerpt)
Riccardo Muti
Chicago Symphony Orchestra

Fotografia: Playa de Colún. Chaihuín, Región de Los Ríos. Chile

Fedor Dostoevskij – La mite / Lettura integrale

200 ANNI FA NASCEVA: Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Mosca, 11 novembre 1821

Fedor Dostoevskij – La mite
(Racconto fantastico)
Titolo originale: “Krotkaja”, 1876


Traduzione di Giovanna Spendel


Lettura di Luigi Maria Corsanico

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PRIMA PARTE

1. Chi ero io e chi era lei
2. La proposta di matrimonio
3. Sono il più nobile degli uomini, ma io stesso non ci credo
4. Progetti e solo progetti
5. La mite si ribella
6. Un ricordo terribile

SECONDA PARTE

1. Il sogno dell’orgoglio
2. Il velo cadde all’improvviso
3. Capisco fin troppo bene
4. Solo cinque minuti troppo tardi

Guy de Maupassant – Solitudine

Guy de Maupassant
Solitudine

(Solitude, dans “Le Gaulois”, 31 mars 1884.
Solitude, dans le recueil “Monsieur Parent”, 1885)
Racconti e novelle, «I millenni» in 3 volumi, Torino: Einaudi editore (trad. Gioia Angiolillo Zannino, Viviana Cento, Ornella Galdenzi e Clara Lusignoli), 1968.

Interpretato da Luigi Maria Corsanico

Tutte le immagini sono di proprietà dei rispettivi autori.
Fotografie:
Gyula Halász, conosciuto con lo pseudonimo di Brassaï (Brașov, 9 settembre 1899 – Èze, 8 luglio 1984)

Erik Satie: Gymnopedie 1,2,3 Gnossienne 1,2,3,4
Pascal Rogé: Piano

GUIDO MAZZON – IL LUOGO DELLA MUSICA

Guido Mazzon, Il luogo della musica
tratto da: Lo spazio della musica. Pensieri e immagini
Guido Mazzon – Marta Sacchi
Apollo Edizioni – Copyright © 2016

Testo e voce narrante: Guido Mazzon

inconsequential
by Luigi Maria Corsanico, piano

Wassily Kandinsky
Composition VIII, 1923
Tensions calmées, 1937

Dante Alighieri – La Divina Commedia – Inferno, Canto quinto

Settecentenario
Dante Alighieri (Firenze, tra il maggio e il giugno 1265 – Ravenna, notte dal 13 al 14 settembre 1321).

Dante Alighieri
La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno
Inferno, Canto quinto

da: LA LETTERATURA ITALIANA
STORIA E TESTI
VOLUME 4
RICCARDO RICCIARDI EDITORE, 1957

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Illustrazioni di Gustave Doré, 1861

FERNANDO PESSOA – Frammento 44 (167)

FERNANDO PESSOA – Frammento 44 (167)
2.11.1933
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre
Universale Economica Feltrinelli

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 722

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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Non possiamo distinguere se certi tormenti profondi, per la loro essenza sottile e ambigua, appartengono all’anima o al corpo, se sono il malessere causato dal fatto di avvertire la futilità della vita, o l’indisposizione che deriva da un abisso organico: lo stomaco, il fegato, il cervello. Quante volte mi si appanna la consapevolezza volgare di me stesso, in un torvo sedimento di inquieta stasi! Quante volte mi duole esistere, con una nausea a tal punto incerta che non so distinguere se si tratta di tedio o di un sintomo di vomito! Quante volte…
Oggi la mia anima è triste fino al corpo. Tutto me stesso mi duole: la memoria, gli occhi e le braccia. In tutto ciò che io sono c’è come una specie di reumatismo. Sul mio essere non ha nessun influsso la luce limpida del giorno, il cielo di un grande azzurro puro, l’alta marea immobile di luce diffusa. Non mi lenisce affatto il lieve soffio fresco autunnale, come se l’estate non passasse, che dà tono all’aria. Nulla è nulla per me. Sono triste, ma non con una tristezza definita, e nemmeno con una tristezza indefinita. Sono triste là fuori, nella strada dove si accumulano le casse.
Questa descrizione non traduce esattamente ciò che sento, perché nulla può tradurre esattamente ciò che qualcuno sente. Ma tento in qualche modo di dare l’idea di ciò che sento, un miscuglio di varie specie di io e della strada estranea che, proprio perché la vedo, anch’essa, in un modo sotterraneo che non so analizzare, mi appartiene, fa parte di me.
Vorrei vivere diverso in paesi lontani. Vorrei morire altro fra bandiere sconosciute. Vorrei essere acclamato imperatore in altre epoche, oggi migliori perché non sono di oggi, viste in un barlume colorito, inedite di sfingi. Vorrei tutto quanto può rendere ridicolo ciò che sono, e perché rende ridicolo ciò che sono. Vorrei, vorrei… Ma c’è sempre il sole quando brilla il sole e la notte quando arriva la notte. C’è sempre la pena quando la pena ci duole e il sogno quando il sogno ci culla. C’è sempre quello che c’è e mai quello che dovrebbe esserci, non perché è meglio o perché è peggio, ma perché è altro. C’è sempre…
Nella strada piena di casse i facchini stanno lavorando. Con risate e scherzi stanno caricando le casse una per una sui carri. Dall’alto della mia finestra dell’ufficio li sto guardando con occhi pigri con le palpebre che dormono. E qualcosa di sottile, di incomprensibile, collega quello che sento alle operazioni di carico che vedo; una sensazione sconosciuta trasforma in una cassa tutto questo mio tedio, o angoscia, o nausea, e lo alza sulle spalle di chi scherza ad alta voce, fino ad un carro che non c’è. E la luce del giorno, serena, come sempre, splende obliquamente, perché la strada è stretta, sul luogo in cui stanno alzando le cassette: non sulle cassette, che sono all’ombra, ma sull’angolo laggiù in fondo dove i facchini stanno facendo il non fare niente, indeterminatamente.

2-11-1933 Há mágoas íntimas que não sabemos distinguir, por o que contêm de subtil e de infiltrado, se são da alma ou do corpo, se são o mal-estar de se estar sentindo a futilidade da vida, se são a má disposição que vem de qualquer abismo orgânico — estômago, fígado ou cérebro. Quantas vezes se me tolda a consciência vulgar de mim mesmo, num sedimento torvo de estagnação inquieta! Quantas vezes me dói existir, numa náusea a tal ponto incerta que não sei distinguir se é um tédio, se um prenúncio de vómito! Quantas vezes…

Minha alma está hoje triste até ao corpo. Todo eu me doo, memória, olhos e braços. Há como que um reumatismo em tudo quanto sou. Não me influi no ser a clareza límpida do dia, céu de grande azul puro, maré alta parada de luz difusa. Não me abranda nada o leve sopro fresco, outonal como se o estio não esquecesse, com que o ar tem personalidade. Nada me é nada. Estou triste, mas não como uma tristeza definida, nem sequer com uma tristeza indefinida. Estou triste ali fora, na rua juncada de caixotes.
Estas expressões não traduzem exactamente o que sinto, porque sem dúvida nada pode traduzir exactamente o que alguém sente. Mas de algum modo tento dar a impressão do que sinto, mistura de várias espécies de eu e da rua alheia, que, porque a vejo, também, de um modo íntimo que não sei analisar, me pertence, faz parte de mim.
Quisera viver diverso em países distantes. Quisera morrer outro entre bandeiras desconhecidas. Quisera ser aclamado imperador em outras eras, melhores hoje porque não são de hoje, vistas em vislumbre e colorido, inéditas a esfinges. Quisera tudo quanto pode tornar ridículo o que sou, e porque torna ridículo o que sou. Quisera, quisera…
Mas há sempre o sol quando o sol brilha e a noite quando a noite chega. Há sempre a mágoa quando a mágoa nos dói e o sonho quando o sonho nos embala. Há sempre o que há, e nunca o que deveria haver, não por ser melhor ou por ser pior, mas por ser outro. Há sempre…

Na rua cheia de caixotes vão os carregadores limpando a rua. Um a um, com risos e ditos, vão pondo os caixotes nas carroças. Do alto da minha janela do escritório eu os vou vendo, com olhos tardos em que as pálpebras estão dormindo. E qualquer coisa de subtil, de incompreensível, liga o que sinto aos fretes que estou vendo fazer, qualquer sensação desconhecida faz caixote de todo este meu tédio, ou angústia, ou náusea, e o ergue, em ombros de quem chalaceia alto, para uma carroça que não está aqui. E a luz do dia, serena como sempre, luze obliquamente, porque a rua é estreita, sobre onde estão erguendo os caixotes — não sobre os caixotes, que estão na sombra, mas sobre o ângulo lá ao fim onde os moços de fretes estão a fazer não fazer nada, indeterminadamente.

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 722