FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO

FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO
Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.


Lettura di Luigi Maria Corsanico (registrazione del 27 dicembre 2017)


Aniversário (15 ottobre 1929)
Álvaro de Campos, in “Poemas”
Heterónimo de Fernando Pessoa


Dmitri Shostakovich
Piano Concerto No. 2 F major, Op. 102 2nd Movement: Andante Kirill Gerstein Charles Dutoit NHK Symphony Orchestra NHK Hall

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Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
io ero felice e nessuno era morto.
Nella casa antica, perfino il mio compleanno era una tradizione secolare, e l’allegria di tutti, e la mia, era giusta come una religione qualsiasi.

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
avevo la grande salute di non capire alcunché,
di essere intelligente per quelli della famiglia,
e di non aver le speranze che gli altri avevano in mia vece.
Quando arrivai ad avere speranze, non sapevo più avere speranze.
Quando arrivai a guardare la vita, avevo perso il senso della vita.

Sì, quello che fui di supposto per me stesso,
quello che fui di cuore e famiglia,
quello che fui di veglie di semiprovincia,
quello che fui perché mi amavano e perché ero bambino,
quello che fui – Dio mio!, quello che solo oggi so di essere stato…
Com’è lontano!…
(Nemmeno l’eco…)
Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!

Ciò che oggi sono è come l’umidità nel corridoio in fondo alla casa,
che provoca muffa nelle pareti…
Ciò che oggi sono (e la casa di quelli che mi hanno amato trema attraverso le mie lacrime),
ciò che oggi sono è che abbiano venduto la casa,
è che tutti siano morti,
è che io sia sopravvissuto a me stesso come un fiammifero freddo…

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno…
Quale oggetto d’amore è per me quel tempo, come una persona!
Desiderio fisico dell’anima di essere lì un’altra volta,
attraverso un viaggio metafisico e carnale,
con una dualità da me a me…
Mangiare il passato come pane per l’affamato, senza tempo di burro sotto i denti!

Vedo tutto ancora una volta con una nitidezza che mi rende cieco alle cose presenti…
La tavola apparecchiata con dei posti in più, con la porcellana migliore, con dei bicchieri in più, la credenza con molte cose – dolci, frutta, il resto nell’ombra sotto la scansia –, le vecchie zie, i cugini estranei, e tutto era per me, al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno…

Fermati, cuore mio!
Non pensare! Lascia il pensiero alla testa!
Oh mio Dio, mio Dio, mio Dio!
Oggi non compio più gli anni.
Perduro.
I miei giorni si addizionano.
Sarò vecchio quando lo sarò.
Nient’altro.
Rabbia di non aver portato in tasca il passato rubato!

Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!…

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine
Frammento

Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
© 2006 Newton Compton editori s.r.l.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Arvo Pärt – Pari Intervallo
Luca Massaglia, organo

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165.
Sono in uno di quei giorni in cui, come l’entrata in un carcere, mi pesa la monotonia di tutto. La monotonia di tutto, però, non è che la monotonia di me stesso. Ogni volto, anche se è quello di chi abbiamo visto ieri, oggi è un altro, poiché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e nel mondo non ve ne è stato mai un altro uguale. L’identità sta solo nella nostra anima l’identità sentita, seppure falsa con se stessa – per la qual cosa tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è fatto di cose distinte e angolature diverse; ma se siamo miopi, è una nebbia insufficiente e uniforme.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire – non per le Indie impossibili, o per le grandi isole a Sud di tutto, ma per qualsiasi luogo, villaggio o eremo, – che abbia in sé il non essere questo luogo. Voglio non vedere più questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposare, estraneo, dalla mia finzione organica. Voglio sentire arrivare il sonno come vita e non come riposo.
Una capanna in riva al mare, persino una caverna sul ruvido terrazzo di una montagna, possono darmi questo.
Purtroppo solo la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita e non esiste altra legge, perché questa si deve compiere, senza possibilità di rivolta e senza trovare una via di scampo.
Alcuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, e ad altri la schiavitù viene imposta. L’amore vigliacco per la libertà che tutti proviamo – perché se ce l’avessimo, ne rimarremmo sorpresi, come per una cosa nuova, rifiutandola – è il segno reale del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che vorrei la capanna o la caverna dove potermi liberare della monotonia di tutto, che è la monotonia di me stesso, oserei io partire per questa capanna o caverna, sapendo, perché lo so, che, poiché la monotonia è mia, ce l’avrei sempre con me? Io stesso, che soffoco dove sto e perché vi sto, dove potrei respirare meglio, se la malattia è dei miei polmoni e non delle cose che mi circondano?
Io stesso che anelo intensamente al sole puro e ai campi liberi, al mare visibile e all’orizzonte intero, chi mi dice che non troverei strano il letto, o il cibo, o il non dover scendere le otto rampe di scale per uscire in strada, o non entrare nella tabaccheria all’angolo, o non scambiare il buon giorno con il barbiere ozioso?
Tutto quello che ci circonda diventa parte di noi, si infiltra nella nostra sensazione della carne e della vita e, come il muco del grande Ragno, ci unisce sottilmente a quello che ci sta vicino, legandoci in un leggero letto di morte lenta, dove dondoliamo al vento.
Tutto è noi, e noi siamo tutto; ma questo a cosa serve, se tutto è niente?
Un raggio di sole, una nuvola che l’ombra improvvisa ci dice che passa, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando questa cessa, un volto o un altro, delle voci, il riso occasionale tra quelle che parlano, e poi la notte dove emergono senza senso i geroglifici spezzati delle stelle.

FERNANDO PESSOA – Questa vecchia angoscia

Fernando Pessoa – Questa vecchia angoscia
Esta velha angústia (16 giugno 1934 )


Voce di Luigi Maria Corsanico


Fernando Pessoa,
Poesie di Álvaro de Campos,
a cura di Maria José de Lancastre,
traduzione di Antonio Tabucchi,
Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª ediz.


Heitor Villa-Lobos
Melodia Sentimental
Gustavo Tavares – Cello
Nelson Faria – Violão

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Questa vecchia angoscia,
questa angoscia che porto da secoli dentro di me,
è traboccata dal vaso,
in lacrime, in grandi immaginazioni
in sogni tipo incubi senza terrore
in grandi emozioni improvvise, senza alcun senso.

È traboccata.
Quasi non so come comportarmi nella vita
con questo malessere che mi riempie l’anima di pieghe!
Se almeno impazzissi per davvero!
Ma no: è questo essere a mezza strada,
questo quasi,
questo essere sul punto di…

Il ricoverato di un manicomio almeno è qualcuno.
Io sono il ricoverato di un manicomio senza manicomio.
Sono pazzo a freddo,
sono lucido e matto,
sono estraneo a tutto e uguale a tutti:
sto dormendo sveglio con sogni che sono pazzia
perché non sono sogni.
Sono in questo stato…

Povera vecchia casa della mia infanzia perduta!
Chi avrebbe detto che mi sarei tanto disperso!
Che ne è del tuo bambino? È impazzito.
Che ne è di colui che dormiva tranquillo sotto il tuo tetto provinciale?
È impazzito.
Ma chi, fra quelli che fui? È impazzito. Oggi costui è chi io sono.

Se almeno possedessi una religione!
Per esempio, una per quel feticcio
che c’era in casa nostra, la vecchia casa, che veniva dall’Africa.
Era bruttissimo, era grottesco,
ma c’era in lui la divinità di tutto quello in cui si crede.
— Giove, Geova, l’Umanità —
uno qualunque servirebbe,
infatti che cosa è tutto se non quello che pensiamo di tutto?

Scoppia, cuore di vetro dipinto!

Fernando Pessoa – Nulla

Fernando Pessoa
Il violinista pazzo
Quattro pene, Nulla

Traduzione dal testo inglese e interpretazione
di Luigi Maria Corsanico:
THE MAD FIDDLER
IV. FOUR SORROWS
NOTHING


Agustín Pío Barrios
La Catedral.Preludio
Nicholas Petrou, chitarra


Immagine:
Alfred Stieglitz. Equivalent. 1930

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Gli angeli vennero a cercarla
La trovarono al mio fianco,
lì dove le sue ali l’avevano guidata.
Gli angeli vennero per portarla via.
Aveva lasciato la loro casa,
l’eterno giorno luminoso
ed era venuta ad abitare presso di me.

Mi amava perché l’amore
ama solo le cose imperfette.
Gli angeli vennero dall’alto
e la portarono via da me.
Se la portarono via per sempre
tra le loro ali luminose.

É vero che era la loro sorella
e così vicina a Dio come loro.
Ma mi amava perché
il mio cuore non aveva una sorella.
Se la portarono via,
ed è tutto quel che accadde.

Fernando Pessoa – Non so che vaga carezza…

FERNANDO PESSOA
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
Frammento, 23 aprile 1930
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Titolo originale:
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Alexander Scriabin – Fuga in mi minore (1892)
Piano, Rosemary Thomas

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Non so che vaga carezza, tanto più lieve perché non è una carezza, la brezza incerta della sera mi porta alla fronte e alla comprensione. So soltanto che il tedio che patisco mi si adatta meglio, per un momento, come una veste che non striscia più su una ferita.
Povera sensibilità che dipende da un piccolo movimento dell’aria per riuscire, seppure episodicamente, a trovare la propria tranquillità! Ma ogni sensibilità umana è così, e non credo neppure che sulla bilancia degli esseri umani pesi di più il denaro guadagnato alla svelta o il sorriso ricevuto all’improvviso, cose che per gli altri sono quello che, in questo momento, è stato per me il breve passaggio di una brezza discontinua.
Posso pensare di dormire. Posso sognare di sognare. Vedo più chiaramente l’obiettività del tutto.
Uso con maggiore conforto il sentimento esteriore della vita. E tutto questo, davvero, perché, quando arrivo quasi all’angolo della strada, un movimento della brezza nell’aria rallegra la superficie della mia pelle.
Tutto ciò che amiamo o perdiamo – cose, esseri, significati – ci sfiora la pelle e così arriva alla nostra anima e l’episodio, in Dio, non è altro che la brezza che non mi ha portato niente se non il sollievo immaginato, il momento propizio e il poter splendidamente perdere tutto.

Fernando Pessoa – La Poesia

Fernando Pessoa – La Poesia
(The poem)
Il violinista pazzo
a cura di Amina Di Munno
Arnoldo Mondadori Editore
1995 Arnoldo Mondadori Editore
Titolo originale dell’opera: The Mad Fiddler


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Francis Poulenc
Suite française d’après Claude Gervaise
II. Pavane
Alexander Tharaud -piano

La poesia

Nella mia mente è sopita una poesia
che esprimerà la mia anima intera.
La sento vaga come il suono e il vento
eppure scolpita in piena chiarezza.

Non ha strofa, verso né parola.
Non è neppure come la sogno.
E’ un mero sentimento, indefinito,
una felice bruma intorno al pensiero.

Giorno e notte nel mio mistero
la sogno, la leggo e riprovo a sillabarla,
e sempre la parola precisa è sul bordo di me stesso
come per librarsi nella sua vaga compiutezza.

So che non sarà mai scritta.
So che non so che cosa sia.
Ma sono contento di sognarla,
e una falsa felicità, benché falsa, è felicità.


THE POEM

There sleeps a poem in my mind
That shall my entire soul express.
I feel it vague as sound and wind
Yet sculptured in full definiteness.

It has no stanza, verse or word.
Ev’n as l dream it, it is not.
‘Tis a mere feeling of it, blurred,
And but a happy mist round thought.

Day and night in my mystery
I dream and read and spell it over,
And ever round words’ brink in me
Its vague completeness seems to hover.

I know it never shall be writ.
I know I know not what it is.
But I am happy dreaming it,
And false bliss, although false, is bliss.

2-11-1915
«The Mad Fiddler» in Poesia Inglesa, Fernando Pessoa.