FERNANDO PESSOA – È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono

FERNANDO PESSOA
È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono (1910)


Ricerca e traduzione di L.M.Corsanico
dal testo originale inglese – “It is necessary now that I should tell what manner of man I am” – comparato con la versione portoghese di Jorge Rosa – “Cumpre-me agora dizer que espécie de homem sou.” in:
Páginas Íntimas e de Auto-Interpretação. Fernando Pessoa.
(Textos estabelecidos e prefaciados por Georg Rudolf Lind e Jacinto do Prado Coelho.)
Lisboa: Ática, 1966.

Ricerche svolte in : Arquivo Pessoa, Lisboa.


Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono.
Non importa il mio nome o altri dettagli esterni su di me. Bisogna dire qualcosa sul mio carattere.
L’intera costituzione del mio spirito è fatta di esitazione e dubbio. Per me niente è e non può essere positivo; tutte le cose ondeggiano intorno a me, e io con esse, insicuro di me stesso. Tutto per me è incoerenza e mutazione. Tutto è mistero e tutto è pieno di significato. Tutte le cose sono “sconosciute”, simboli dell’Ignoto. Il risultato è orrore, mistero, una paura oltre modo percettiva.
A causa delle mie tendenze naturali, dell’ambiente agli albori della mia vita, dell’influenza degli studi condotti sotto il loro impulso (queste stesse tendenze) – per tutto questo il mio carattere è introverso, egocentrico, muto, non autosufficiente ma perso in se stesso. Ho vissuto sognando, passivamente. Tutto il mio carattere consiste nell’odio, nell’orrore, nell’incapacità che pervade tutto il mio essere, fisico e spirituale, di assumere atti decisivi, pensieri determinati. Non ho mai avuto una risoluzione nata da un autocontrollo, non ho mai tradito esteriormente una volontà cosciente. I miei scritti erano tutti incompiuti; nuovi pensieri sempre interposti, associazioni straordinarie, inesplicabili di idee il cui termine era infinito. Non posso evitare l’odio dei miei pensieri di porre fine a qualunque cosa sia; una cosa singola fa nascere diecimila pensieri, e da questi diecimila pensieri nascono diecimila inter-associazioni, e non ho forza di volontà per eliminarli o fermarli, né per raccoglierli in un unico pensiero centrale, dove i loro dettagli non importanti ma associati potrebbero andare persi. Passano attraverso di me; non sono i miei pensieri, ma pensieri che mi attraversano. Non penso, sogno; Non sono ispirato, sto delirando. So dipingere, ma non ho mai dipinto, so comporre musica, ma non ho mai composto. Strane concezioni in tre arti, bei voli di fantasia accarezzano il mio cervello; ma li lascio lì a dormire finché non muoiono, perché mi manca il potere di incarnarli, di convertirli in cose del mondo esterno.
Il mio carattere è tale che odio l’inizio e la fine delle cose, perché sono punti precisi. L’idea che si trovi una soluzione ai problemi più alti, più nobili, della scienza, della filosofia, mi affligge; l’idea che qualcosa possa essere determinata da Dio o dal mondo mi riempie di orrore. Che si compiano le cose più importanti, che un giorno gli uomini siano tutti felici, che si possa trovare una soluzione ai mali della società, anche nella sua concezione, mi fa impazzire. Eppure, non sono né cattivo né crudele; sono pazzo e questo come è difficile da concepire.
Sebbene io sia stato un lettore vorace e ardente, tuttavia non ricordo alcun libro che abbia letto, finora sono state le letture della mia mente, i miei sogni, anzi, le provocazioni dei sogni. Il mio stesso ricordo degli eventi, delle cose esterne è vago, più che incoerente. Rabbrividisco al pensiero di quanto poco ho in mente di ciò che è stata la mia vita passata. Io, l’uomo che sostiene che oggi è un sogno, sono meno di una cosa di oggi.

FERNANDO PESSOA – La tragedia principale della mia vita…

Nel 1986, Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi tradussero e curarono per Feltrinelli la prima edizione italiana del Livro do Desassossego.
Frammento (96)
A tragédia principal da minha vida…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares.Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha.
Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 96.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Quartet No. 8 in C minor, Op. 110- Largo
Emerson String Quartet

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La tragedia principale della mia vita è, come ogni tragedia, un’ironia del Destino. Rifiuto la vita reale come una condanna; rifiuto il sogno come una liberazione ignobile. Ma vivo la parte più sordida e più quotidiana della vita reale; e vivo la parte più intensa e più costante del sogno. Sono come uno schiavo che si ubriaca durante il riposo: due miserie in un unico corpo.
Sì, vedo nitidamente, con la chiarezza con la quale i lampi della ragione fanno risaltare dall’oscurità della vita gli oggetti vicini che ce la raffigurano, quanto di vile, di stracco, di abbandonato e di fittizio c’è in questa Rua dos Douradores, che è per me la vita intera: quest’ufficio sordido di gente fino al midollo, la mia camera affittata al mese, dove non succede niente di interessante oltre il fatto che ci vive un morto, questa drogheria dell’angolo di cui conosco il padrone come ci si conosce fra persone, quei ragazzi sulla porta dell’antica taverna, quest’inutilità laboriosa di giorni tutti uguali, questa ripetizione persistente degli stessi personaggi come un dramma che consista solo nello scenario e lo scenario sia alla rovescia…
Ma vedo anche che fuggire da tutto questo significherebbe dominarlo o ripudiarlo, e io non lo domino perché non lo travalico all’interno della realtà, e non lo ripudio perché, qualunque cosa sogni, rimango sempre dove sono.
E il sogno, la vergogna di fuggire verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell’animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! Non poter avere un gesto nobile che non sia fatto in privato né un desiderio inutile che non sia veramente inutile!
Cesare definì bene l’ambizione quando disse: “Meglio il primo nel villaggio che il secondo a Roma!” Io non sono niente né nel villaggio né in nessuna Roma. Almeno il droghiere dell’angolo è stimato in un raggio che va da Rua da Assunção fino a Rua da Vitoria; è il Cesare di un rione. Sono forse superiore a lui? E in che cosa mai, visto che il niente non presuppone superiorità né inferiorità né paragone? Lui è il Cesare di tutto un rione, e giustamente le donne lo apprezzano.
E così, facendo quello che non voglio fare e sognando quello che non posso avere, trascino la mia vita … assurda come un orologio civico fermo.
Quella sensibilità tenue ma ferma, il sogno lungo ma cosciente … che costituisce nel suo insieme il mio privilegio di penombra.

FERNANDO PESSOA – La tragedia principal de mi vida…

Fernando Pessoa
Libro del desasosiego

Edición de Richard Zenith
Traducción de Perfecto E. Cuadrado
Acantilado, colección Acantilado Bolsillo. Barcelona 1998
Fragmento 96
A tragédia principal da minha vida…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares.Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 96.

Leído por Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Quartet No. 8 in C minor, Op. 110- Largo
Emerson String Quartet

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La tragedia principal de mi vida es, como todas las tragedias, una ironía del Destino. Me repugna la vida real como una condena; me repugna el sueño como una liberación innoble. Pero vivo lo más sórdido y lo más cotidiano de la vida real; y vivo lo más intenso y lo más constante del sueño. Soy como un esclavo que se emborracha a la hora de la siesta —dos miserias en un solo cuerpo.
Sí, veo nítidamente, con la claridad con [que] los relámpagos de la razón hacen destacar de la negrura de la vida los objetos próximos que nos la configuran, lo que hay de vil, de débil, de descuidado y de facticio en esta Rúa dos Douradores que es mi vida entera —esta oficina sórdida hasta su médula de persona, este cuarto alquilado por meses donde no pasa nada salvo que vive en él un muerto, esta mercería de la esquina a cuyo dueño conozco como cualquier persona conoce a otra, estos mozos de la puerta de la vieja taberna, esta trabajosa inutilidad de todos los días iguales los unos a los otros, esta continua repetición de los mismos personajes, como un drama que consistiera apenas en el escenario y ese escenario estuviera del revés…
Pero veo también que huir de todo esto equivaldría a dominarlo o a repudiarlo, y yo ni lo domino, porque no lo excedo dentro de lo real, ni lo repudio, porque, sueñe lo que sueñe, me quedo siempre donde estoy.
¡Y el sueño, la vergüenza de huir hacia mí mismo, la cobardía de tener como vida esa basura del alma que los demás tienen sólo en sueños, en la figura de la muerte con que roncan, en la calma con que parecen vegetales aventajados!
¡No poder tener un gesto noble que no sea de puertas adentro, ni un deseo inútil que no sea verdaderamente inútil!
César definió bien la figura de la ambición cuando dijo aquello de: «¡Antes el primero en la aldea que el último en Roma!» Yo no soy nada ni en la aldea ni en Roma ninguna. El mercero de la esquina es por lo menos respetado desde la Rúa da Assunção hasta la Rúa da Vitoria; es el César de toda una manzana de casas.
¿Yo superior a él? ¿En qué, si la nada no comporta superioridad, ni inferioridad, ni comparación?
Es el César de toda una manzana y a las mujeres les gusta condignamente.
Y así voy arrastrándome haciendo lo que no quiero, y soñando lo que no puedo poseer, mi vida □, absurda como un reloj público parado.
Aquella sensibilidad tenue, pero firme, el sueño largo más consciente □ que en su conjunto forman mi privilegio de penumbra.

FERNANDO PESSOA – Appartengo a una generazione…

FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

A cura di Valeria Tocco
OSCAR MONDADORI 2011
Frammento (195) Appartengo a una generazione che ha ereditato l’incredulità verso il cristianesimo
Pertenço a uma geração que herdou a descrença na fé cristã…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 195.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt
Tabula rasa – 2. Silentium: Senza moto
Gothenburg Symphony Orchestra · Erik Risberg

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Appartengo a una generazione che ha ereditato l’incredulità verso il cristianesimo e che ha alimentato in sé incredulità verso ogni fede. I nostri padri possedevano ancora l’impulso a credere, che trasferivano dal cristianesimo ad altre forme di illusione. Alcuni erano fanatici dell’uguaglianza sociale, altri erano appassionati solo della bellezza, altri nutrivano fede nella scienza e nei suoi progressi, e altri ancora, più profondamente cristiani, andavano alla ricerca, da Oriente a Occidente, di altre forme religiose con cui intrattenere la coscienza, altrimenti vuota, del mero vivere.
Noi abbiamo perduto tutto questo, siamo nati orfani di tutte queste forme di consolazione. Ogni civiltà segue la linea intima di una religione che la rappresenta: passare ad altre religioni equivale a perderla, e alla fine a perdere anche tutte le altre.
Noi l’abbiamo persa, e anche tutte le altre.
Ciascuno di noi, perciò, è rimasto abbandonato a se stesso, nella desolante sensazione di sentirsi vivere. Una nave sembra un oggetto il cui fine è navigare; ma il suo fine non è navigare, bensì arrivare in porto. Noi ci siamo ritrovati a navigare senza l’idea del porto a cui avremmo dovuto attraccare. Abbiamo ripetuto in questo modo, nella nostra dolorosa specie, la formula avventurosa degli argonauti: navigare è necessario, vivere non è necessario.
Privi di illusioni, siamo vissuti soltanto del sogno, che è l’illusione di chi non può farsi illusioni. Vivendo di noi stessi, ci siamo diminuiti, perché l’uomo completo è colui che ignora se stesso. Privi di fede, non abbiamo speranza e senza speranza non abbiamo propriamente vita. Non avendo un’idea di futuro, non abbiamo neppure l’idea dell’oggi, perché l’oggi, per l’uomo d’azione, non è altro che un prologo del futuro. L’energia di lottare è nata morta con noi, perché siamo nati privi di entusiasmo per la lotta.
Alcuni di noi si sono impantanati nella ebete conquista della vita di ogni giorno, cercando vilmente e volgarmente il pane quotidiano e volendolo ottenere senza il lavoro intenso, senza la coscienza della fatica, senza la nobiltà della realizzazione.
Altri di noi, di razza migliore, si sono astenuti dalla cosa pubblica, senza volere niente e senza desiderare niente, ma cercando di portare dritta al calvario dell’oblio la croce della mera esistenza. Sforzo impossibile per chi non ha, come chi portò la Croce, una coscienza di origine divina.
Altri ancora si sono dedicati, indaffarati all’esterno dell’anima, al culto della confusione e del rumore, credendo di vivere quando udivano se stessi, credendo di amare quando sbattevano contro l’esteriorità dell’amore. Vivere ci doleva, perché sapevamo di essere vivi; morire non ci terrorizzava, perché avevamo perduto la normale nozione della morte.
Ma altri, della Razza della Fine, limite spirituale dell’Ora Morta, non hanno avuto neppure il coraggio di negare e di rifugiarsi in se stessi. Hanno vissuto tutto con negazione, scontentezza e sconforto. Ma lo abbiamo vissuto dentro di noi, senza alcun gesto, barricati sempre, per lo meno riguardo la vita, tra le quattro pareti della stanza e i quattro muri del non saper agire.

FERNANDO PESSOA – SÍ, UN MOMENTO… mi corazón era tuyo

FERNANDO PESSOA – SÍ, UN MOMENTO…
mi corazón era tuyo

IV. “Sim, um momento…” (BNP/E3, 63–29).
o meu coração foi teu (19-7-1935)
Traducido y leído por Luigi Maria Corsanico

Shigeru Umebayashi – Train
Edward Steichen – Gloria-Swanson, 1924

Imágenes del manuscrito original del poema por Fernando Pessoa.

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Sí, un momento
Todavía pasas
Por mi vago pensamiento,
Y recordar sería un tormento
Si imaginar fueran desgracias.

Sí, en aquella hora
En la que hablamos más mirando
Que hablando,
Resultó esta crónica demora
Que tengo ahora para recordarte.

Apareciste
En mi vida
Como algo que estaba ahí fuera.
Desapareciste.
Más tarde supe de tu partida…

A pesar de todo, a pesar de todo,
Lograste arrebatarme un poco el corazón.
Es un corazón triste
Y no
Se entiende con todo

Ni hay manera
De que se deje amar
O imaginarlo,
Salvo cuando
Tu mirada
Tercamente dulce
Me hizo saltar
El corazón dentro del pecho.

¿Donde estaba?
Me olvidé…
Sí, mi corazón era tuyo
En aquel día,
Ese día u otro día …
Y aunque hubiese otra tierra u otro cielo
Cualquier cosa pasaría.

FERNANDO PESSOA – Frammento 44 (167)

FERNANDO PESSOA – Frammento 44 (167)
2.11.1933
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre
Universale Economica Feltrinelli

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 722

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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Non possiamo distinguere se certi tormenti profondi, per la loro essenza sottile e ambigua, appartengono all’anima o al corpo, se sono il malessere causato dal fatto di avvertire la futilità della vita, o l’indisposizione che deriva da un abisso organico: lo stomaco, il fegato, il cervello. Quante volte mi si appanna la consapevolezza volgare di me stesso, in un torvo sedimento di inquieta stasi! Quante volte mi duole esistere, con una nausea a tal punto incerta che non so distinguere se si tratta di tedio o di un sintomo di vomito! Quante volte…
Oggi la mia anima è triste fino al corpo. Tutto me stesso mi duole: la memoria, gli occhi e le braccia. In tutto ciò che io sono c’è come una specie di reumatismo. Sul mio essere non ha nessun influsso la luce limpida del giorno, il cielo di un grande azzurro puro, l’alta marea immobile di luce diffusa. Non mi lenisce affatto il lieve soffio fresco autunnale, come se l’estate non passasse, che dà tono all’aria. Nulla è nulla per me. Sono triste, ma non con una tristezza definita, e nemmeno con una tristezza indefinita. Sono triste là fuori, nella strada dove si accumulano le casse.
Questa descrizione non traduce esattamente ciò che sento, perché nulla può tradurre esattamente ciò che qualcuno sente. Ma tento in qualche modo di dare l’idea di ciò che sento, un miscuglio di varie specie di io e della strada estranea che, proprio perché la vedo, anch’essa, in un modo sotterraneo che non so analizzare, mi appartiene, fa parte di me.
Vorrei vivere diverso in paesi lontani. Vorrei morire altro fra bandiere sconosciute. Vorrei essere acclamato imperatore in altre epoche, oggi migliori perché non sono di oggi, viste in un barlume colorito, inedite di sfingi. Vorrei tutto quanto può rendere ridicolo ciò che sono, e perché rende ridicolo ciò che sono. Vorrei, vorrei… Ma c’è sempre il sole quando brilla il sole e la notte quando arriva la notte. C’è sempre la pena quando la pena ci duole e il sogno quando il sogno ci culla. C’è sempre quello che c’è e mai quello che dovrebbe esserci, non perché è meglio o perché è peggio, ma perché è altro. C’è sempre…
Nella strada piena di casse i facchini stanno lavorando. Con risate e scherzi stanno caricando le casse una per una sui carri. Dall’alto della mia finestra dell’ufficio li sto guardando con occhi pigri con le palpebre che dormono. E qualcosa di sottile, di incomprensibile, collega quello che sento alle operazioni di carico che vedo; una sensazione sconosciuta trasforma in una cassa tutto questo mio tedio, o angoscia, o nausea, e lo alza sulle spalle di chi scherza ad alta voce, fino ad un carro che non c’è. E la luce del giorno, serena, come sempre, splende obliquamente, perché la strada è stretta, sul luogo in cui stanno alzando le cassette: non sulle cassette, che sono all’ombra, ma sull’angolo laggiù in fondo dove i facchini stanno facendo il non fare niente, indeterminatamente.

2-11-1933 Há mágoas íntimas que não sabemos distinguir, por o que contêm de subtil e de infiltrado, se são da alma ou do corpo, se são o mal-estar de se estar sentindo a futilidade da vida, se são a má disposição que vem de qualquer abismo orgânico — estômago, fígado ou cérebro. Quantas vezes se me tolda a consciência vulgar de mim mesmo, num sedimento torvo de estagnação inquieta! Quantas vezes me dói existir, numa náusea a tal ponto incerta que não sei distinguir se é um tédio, se um prenúncio de vómito! Quantas vezes…

Minha alma está hoje triste até ao corpo. Todo eu me doo, memória, olhos e braços. Há como que um reumatismo em tudo quanto sou. Não me influi no ser a clareza límpida do dia, céu de grande azul puro, maré alta parada de luz difusa. Não me abranda nada o leve sopro fresco, outonal como se o estio não esquecesse, com que o ar tem personalidade. Nada me é nada. Estou triste, mas não como uma tristeza definida, nem sequer com uma tristeza indefinida. Estou triste ali fora, na rua juncada de caixotes.
Estas expressões não traduzem exactamente o que sinto, porque sem dúvida nada pode traduzir exactamente o que alguém sente. Mas de algum modo tento dar a impressão do que sinto, mistura de várias espécies de eu e da rua alheia, que, porque a vejo, também, de um modo íntimo que não sei analisar, me pertence, faz parte de mim.
Quisera viver diverso em países distantes. Quisera morrer outro entre bandeiras desconhecidas. Quisera ser aclamado imperador em outras eras, melhores hoje porque não são de hoje, vistas em vislumbre e colorido, inéditas a esfinges. Quisera tudo quanto pode tornar ridículo o que sou, e porque torna ridículo o que sou. Quisera, quisera…
Mas há sempre o sol quando o sol brilha e a noite quando a noite chega. Há sempre a mágoa quando a mágoa nos dói e o sonho quando o sonho nos embala. Há sempre o que há, e nunca o que deveria haver, não por ser melhor ou por ser pior, mas por ser outro. Há sempre…

Na rua cheia de caixotes vão os carregadores limpando a rua. Um a um, com risos e ditos, vão pondo os caixotes nas carroças. Do alto da minha janela do escritório eu os vou vendo, com olhos tardos em que as pálpebras estão dormindo. E qualquer coisa de subtil, de incompreensível, liga o que sinto aos fretes que estou vendo fazer, qualquer sensação desconhecida faz caixote de todo este meu tédio, ou angústia, ou náusea, e o ergue, em ombros de quem chalaceia alto, para uma carroça que não está aqui. E a luz do dia, serena como sempre, luze obliquamente, porque a rua é estreita, sobre onde estão erguendo os caixotes — não sobre os caixotes, que estão na sombra, mas sobre o ângulo lá ao fim onde os moços de fretes estão a fazer não fazer nada, indeterminadamente.

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 722

FERNANDO PESSOA – ORIZZONTE

FERNANDO PESSOA – ORIZZONTE
Fernando Pessoa
Il violinista pazzo
a cura di Amina Di Munno
1995 Arnoldo Mondadori Editore
Titolo originale dell’opera: The Mad Fiddler
5-10-1916
“The Mad Fiddler”. in Poesia Inglesa. Fernando Pessoa.
(Organização e tradução de Luísa Freire. Prefácio de Teresa Rita Lopes.)
Lisboa: Livros Horizonte, 1995.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith – Der Tod (1931)
Netherlands Chamber Choir

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Orizzonte

I

Sconosciuti abissi del profondo mare,
in oscuri antri freddi
(le spoglie della battaglia non sono per te)
riposano per sempre

Né una visione dall’alto né un monte luminoso
ricompensano il tuo dolore.
L’angelo segreto non tiene conto
della tua perduta vincita.

Nella bocca della Sfinge la storia è morta,
l’erba del sentiero è cresciuta.
Il nostro tormento arriverà dove l’hai guidato
attraverso l’Ignoto.

Aspetti nascosto o riposi tranquillo
in ciò che il silenzio proibisce?
Concedici almeno l’inesauribile ricerca di te
e i prati fioriti.

II

Il mare è ormai una linea bianca
che accompagna il mio desiderio,
e il vento giunge tenebroso e sottile
con la sua arcana capacità

di toccare la mia abituale disperazione e il mio dolore,
la mia meraviglia e la mia notte,
la chiara sensazione della pioggia imminente
e della mia smarrita gioia.

La perduta ragione di conquistare l’amore
si placa con quel che è
la segreta visione, il bosco splendente
e gli ultimi alberi.

HORIZON

I

Unheard of fathoms in the deep sea,
In cool caves deep
(The spoils of battle are not for thee)
For ever sleep.

No upward vision or shining mount
Rewards thy pain.
The secret angel keepeth no count
Of thy lost gain.

On the sphynx’s mouth the tale is dead,
The path grass grown.
Our sorrow shall follow where thout hast led,
Through the Unknown.

Waitest thou hidden, or quiet rest
What silence forbids?
Give us at least thy unobtained quest
And the flowered meads.

II

Already the sea is a whitening line
Along my wish,
And the wind is coming shadowy and fine
With its eerie reach

To touch my common despair and pain,
My wonder and night,
The subtle sense of the coming rain
And my lost delight.

The missing reason for having love
Is quiet with these,
The secret vision, the shining grove
And the final trees.

5-10-1916

FERNANDO PESSOA – FAUST / AUDIOLIBRO

FERNANDO PESSOA
FAUST – Atto Primo. 2, 3, 9, novembre 1932

Edizione italiana con testo a fronte
a cura di Maria José de Lancastre
Trascrizione del manoscritto originale
di Teresa Sobral Cunha
Fausto – Tragédia Subjectiva. Fernando Pessoa. (Texto estabelecido por Teresa Sobral Cunha. Prefácio de Eduardo Lourenço.) Lisboa: Editorial Presença, 1988.
GIULIO EINAUDI EDITORE

Da: II vuoto e l’abisso
Introduzione di Maria José De Lancastre

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt, Lamentate
Olga Scheps, piano
Estonian National Orchestra / Bas Wiegers

SE TI VUOI AMMAZZARE, PERCHÉ NON TI VUOI AMMAZZARE?

Fernando Pessoa
POESIE DI
ÁLVARO DE CAMPOS

A cura di Maria José de Lancastre
Traduzione di Antonio Tabucchi
1993 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO

Se ti vuoi ammazzare, perché non ti vuoi ammazzare?
Se te queres matar, porque não te queres matar? (26-4-1926)
Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). – 22.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti, Lux Aeterna / arranged by Shea Lolin

Fernando Pessoa – Álvaro de Campos / LÀ-BAS, JE NE SAIS OÙ

Fernando Pessoa – Álvaro de Campos / LÀ-BAS, JE NE SAIS OÙ
Traduzione di Marcello Comitini
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa.
Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). – 307.

Arvo Pärt: Tabula rasa – 2. Silentium: Senza moto · Göteborgs Symfoniker · Erik Risberg

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LÀ—BAS, JE NE SAIS OÙ
(laggiù, non so dove)

Vigilia del viaggio, la campanella…
Non mi preavvisate stridendo!
Voglio godere la pausa di “gare” dell’anima che possiedo
Prima di vedere avanzare verso di me il ferreo arrivo
Del treno definitivo,
Prima di sentire la vera partenza nella bocca dello stomaco.
Prima di porre sul predellino un piede
Che non ha mai imparato a non emozionarsi ogni volta che deve partire.
Voglio, in questo momento, fumando sulla banchina dell’oggi,
Rimanere ancora un po’ attaccato alla vecchia vita.
Vita inutile, che è una cella, che era meglio lasciare?
Che importa? Tutto l’universo è una cella ed esserne prigioniero non ha a che vedere con le dimensioni della cella.
Mi sa di nausea la prossima sigaretta. Il treno è già partito dall’altra stazione…
Addio, addio, addio a tutti coloro che non son venuti a salutarmi,
Famiglia mia astratta e impossibile…
Addio giorno di adesso, addio banchina dell’oggi, addio vita, addio vita!
Rimanere come un bagaglio etichettato dimenticato
In un angolo sotto la pensilina dei passeggeri dall’altro lato dei binari.
Essere rinvenuto per caso dalla guardia dopo la partenza —
«E questa? C’è stato dunque un tizio che l’ha dimenticata qui?» —
Rimanere a pensare soltanto di partire,
Rimanere e averne il motivo,
Rimanere e morire di meno…
Vado verso il futuro come a un difficile esame.
Se il treno non giungesse e Dio avesse compassione di me?
Già mi vedo alla stazione sin qui semplice metafora.
Sono una persona perfettamente presentabile.
Si vede – dicono – che ho vissuto all’estero.
I miei modi sono di uomo educato, evidentemente.
Prendo la valigia, rifiutando il facchino, come un vile vizio.
E la mano con cui prendo la valigia, fa tremare me e lei.
Partire!
Non tornerò mai.
Non tornerò mai perché mai si torna.
Il luogo in cui si torna è sempre un altro,
È un’altra la “gare” a cui si torna.
Non vi sta ormai la stessa gente, né la stessa luce, né la stessa filosofia.
Partire! Mio Dio, partire! Ho paura di partire!…

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa
LÀ-BAS, JE NE SAIS OÙ

Véspera de viagem, campainha…
Não me sobreavisem estridentemente!
Quero gozar o repouso da gare da alma que tenho
Antes de ver avançar para mim a chegada de ferro
Do comboio definitivo,
Antes de sentir a partida verdadeira nas goelas do estômago,
Antes de pôr no estribo um pé
Que nunca aprendeu a não ter emoção sempre que teve que partir.
Quero, neste momento, fumando no apeadeiro de hoje,
Estar ainda um bocado agarrado à velha vida.
Vida inútil, que era melhor deixar, que é uma cela?
Que importa? Todo o universo é uma cela, e o estar preso não tem que ver com o tamanho da cela.
Sabe-me a náusea próxima o cigarro. O comboio já partiu da outra estação…
Adeus, adeus, adeus, toda a gente que não veio despedir-se de mim,
Minha família abstracta e impossível…
Adeus dia de hoje, adeus apeadeiro de hoje, adeus vida, adeus vida!
Ficar como um volume rotulado esquecido,
Ao canto do resguardo de passageiros do outro lado da linha.
Ser encontrado pelo guarda casual depois da partida —
«E esta? Então não houve um tipo que deixou isto aqui?» —
Ficar só a pensar em partir,
Ficar e ter razão,
Ficar e morrer menos…
Vou para o futuro como para um exame difícil.
Se o comboio nunca chegasse e Deus tivesse pena de mim?
Já me vejo na estação até aqui simples metáfora.
Sou uma pessoa perfeitamente apresentável.
Vê-se — dizem — que tenho vivido no estrangeiro.
Os meus modos são de homem educado, evidentemente.
Pego na mala, rejeitando o moço, como a um vício vil.
E a mão com que pego na mala treme-me e a ela.
Partir!
Nunca voltarei.
Nunca voltarei porque nunca se volta.
O lugar a que se volta é sempre outro,
A gare a que se volta é outra.
Já não está a mesma gente, nem a mesma luz, nem a mesma filosofia.
Partir! Meus Deus, partir! Tenho medo de partir!…
s.d.
Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). — 307.