Charles Baudelaire – L’albatro

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini
Edizioni Caffè Tergeste


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Richard Wagner – Tannhäuser
Lied an den Abendstern
London Symphony Orchestra

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EDIZIONE 1861
Poesie aggiunte alla seconda edizione
SPLEEN E IDEALE
II
L’ALBATRO

Spesso per divertirsi, gli uomini d’equipaggio

catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari

che seguono indolenti compagni di viaggio,

lo scorrere della nave sugli abissi terribili.

Non appena deposti dai marinai sulle plance,

questi prìncipi dell’aria, maldestri e vergognosi

lasciano cadere le grandi ali bianche

come remi trascinati pietosamente ai fianchi.

Com’è goffo e molle il viaggiatore alato,

Lui, così elegante, com’è comico e brutto!

Uno con la pipa gli stuzzica il becco

l’altro mima zoppicando l’infelice che volava!

Al principe delle nuvole è simile il Poeta

che vive nella tempesta e non si cura dell’arciere;

esiliato sulla terra in mezzo agli improperi,

le sue ali di gigante gl’impediscono di andare.


Nell’edizione del 1861 questa poesia sostituì Le Soleil che fu inserita nella sezione Tableaux Parisiens

Charles Baudelaire – Spleen LX

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini
© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Richard Wagner
Wesendonck Lieder, Träume
Jill Valentine, viola
Madeline Slettedahl, piano

Sono pieno di ricordi come avessi mille anni.

Un mobile enorme con cassetti colmi di versi,
bilanci, processi, romanze, dolci biglietti
con spesse ciocche di capelli avvolte nelle quietanze,
nasconde meno segreti del mio triste cervello.
È una piramide, un immenso sepolcro nascosto
che contiene più morti di una fossa comune.
Io sono un cimitero che la luna rifugge,
dove lunghi versi, strisciando come rimorsi,
si accaniscono sempre sui miei morti più cari.
Sono una vecchia stanza piena di rose appassite
dove giacciono in gran disordine modelli superati,
dove pastelli lacrimosi e pallidi Boucher
aspirano il profumo vecchio di un flacone aperto.
Nulla eguaglia in lunghezza queste giornate assurde
quando sotto i fiocchi pesanti di nevose annate
la noia, frutto della piatta apatia,
assume le dimensioni di un essere immortale.
— Ormai tu non sei, o materia vivente,
che una roccia circondata da spaventose onde,
una roccia assopita in fondo a un Sahara brumoso,
una vecchia sfinge ignorata da un mondo senza pensieri,
dimenticata dagli atlanti, e dall’umore scontroso
che canta solamente ai raggi del tramonto.

Pablo Neruda – Poema 14

Pablo Neruda – Poema 14
Juegas todos los días con la luz del universo
de “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”
Leído por Luigi Maria Corsanico
Obras de Odilon Redon
Heitor Villa-Lobos – Melodia Sentimental
Bráulio Bosi, guitarra

Juegas todos los días con la luz del universo.
Sutil visitadora, llegas en la flor y en el agua.
Eres más que esta blanca cabecita que aprieto
como un racimo entre mis manos cada día.
A nadie te pareces desde que yo te amo.
Déjame tenderte entre guirnaldas amarillas.
Quién escribe tu nombre con letras de humo entre las estrellas del sur?
Ah déjame recordarte como eras entonces cuando aún no existías.
De pronto el viento aúlla y golpea mi ventana cerrada.
El cielo es una red cuajada de peces sombríos.
Aquí vienen a dar todos los vientos, todos.
Se desviste la lluvia.
Pasan huyendo los pájaros.
El viento. El viento.
Yo solo puedo luchar contra la fuerza de los hombres.
El temporal arremolina hojas oscuras
y suelta todas las barcas que anoche amarraron al cielo.
Tú estás aquí. Ah tú no huyes
Tú me responderás hasta el último grito.
Ovíllate a mi lado como si tuvieras miedo.
Sin embargo alguna vez corrió una sombra extraña por tus ojos.
Ahora, ahora también, pequeña, me traes madreselvas,
y tienes hasta los senos perfumados.
Mientras el viento triste galopa matando mariposas
yo te amo, y mi alegría muerde tu boca de ciruela.
Cuanto te habrá dolido acostumbrarte a mí,
a mi alma sola y salvaje, a mi nombre que todos ahuyentan.
Hemos visto arder tantas veces el lucero besándonos los ojos
y sobre nuestras cabezas destorcerse los crepúsculos en abanicos girantes.
Mis palabras llovieron sobre ti acariciándote.
Amé desde hace tiempo tu cuerpo de nácar soleado.
Hasta te creo dueña del universo.
Te traeré de las montañas flores alegres, copihues,
avellanas oscuras, y cestas silvestres de besos.
Quiero hacer contigo
lo que la primavera hace con los cerezos.

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PABLO NERUDA, Giochi ogni giorno con la luce dell’universo

(Poema XIV in: Venti poesie d’Amore e una canzone disperata), 1924.

Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ulitmo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

Federico García Lorca – VII. Gacela del recuerdo de amor

  Federico García Lorca
“Diván del Tamarit”,
Buenos Aires, Losada, 1940
VII. Gacela del recuerdo de amor
Leído por Luigi Maria Corsanico
Domenico Scarlatti
Sonata L.426 (K32)
Nicola Montella, guitarra

Gacela del recuerdo de amor

No te lleves tu recuerdo.
Déjalo solo en mi pecho,

temblor de blanco cerezo
en el martirio de enero.

Me separa de los muertos
un muro de malos sueños.

Doy pena de lirio fresco
para un corazón de yeso.

Toda la noche, en el huerto
mis ojos, como dos perros.

Toda la noche, comiendo
los membrillos de veneno.

Algunas veces el viento
es un tulipán de miedo,

es un tulipán enfermo
la madrugada de invierno.

Un muro de malos sueños
me separa de los muertos.

La hierba cubre en silencio
el valle gris de tu cuerpo.

Por el arco del encuentro
la cicuta está creciendo.

Pero deja tu recuerdo,
déjalo solo en mi pecho.

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Federico García Lorca
Gazzella del ricordo d’amore
(Traduzione di Claudio Rendina)
da “Divano del Tamarit”, 1927/1934,
in “Federico García Lorca, Tutte le poesie”,
Newton Compton, Roma, 1993

VII.

Non portare via il ricordo di te.
Lascialo solo nel mio cuore,

tremito di ciliegio bianco
nel martirio di gennaio.

Mi separa dai morti
un muro di sogni brutti.

Sento pena di fresco giglio
per un cuore di gesso.

Tutta la notte, nell’orto
i miei occhi, come due cani.

Tutta la notte, mangiando
le cotogne di veleno.

Il vento a volte
è un tulipano di paura,

è un tulipano malato
l’alba d’inverno.

Un muro di sogni brutti
mi separa dai morti.

L’erba copre in silenzio
la grigia valle del tuo corpo.

Sull’arco dell’incontro
cresce la cicuta.

Ma lascia il ricordo di te,
lascialo solo nel mio cuore.

Jorge Luis Borges – Las cosas / Le cose

Jorge Luis Borges – Las cosas
“Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969
Leído por Luigi Maria Corsanico
Astor Piazzolla – Vuelvo al Sur (solo de bandoneón)
Pablo Picasso, Natura muerta – 1918

El bastón, las monedas, el llavero,
la dócil cerradura, las tardías
notas que no leerán los pocos días
que me quedan, los naipes y el tablero,
un libro y en sus páginas la ajada
violeta, monumento de una tarde
sin duda inolvidable y ya olvidada,
el rojo espejo occidental en que arde
una ilusoria aurora. ¡Cuántas cosas,
limas, umbrales, atlas, copas, clavos,
nos sirven como tácitos esclavos,
ciegas y extrañamente sigilosas!
Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.

Jorge Luis Borges – Le cose
da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971
(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapranno mai che ce ne siamo andati.

Pablo Neruda – Siempre

Pablo Neruda – Siempre
Los versos del Capitán
Las furias


Leído por Luigi Maria Corsanico


“Los Sueños”, Astor Piazzolla
Guitarra:Toni Iñiguez

Antes de mí
no tengo celos.

Ven con un hombre
a la espalda,
ven con cien hombres en tu cabellera,
ven con mil hombres entre tu pecho y tus pies,
ven como un río
lleno de ahogados
que encuentra el mar furioso,
la espuma eterna, el tiempo!

Tráelos todos
adonde yo te espero:
siempre estaremos solos,
siempre estaremos tú y yo
solos sobre la tierra.

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Los versos del Capitán fue publicado por primera vez de manera anónima en Italia en 1952, siendo impreso por su amigo Paolo Ricci. Apareció por primera vez bajo la autoría de Neruda en Chile en 1963, con una nota explicativa de su autor de por qué decidió quitarle el anonimato, con firma en Isla Negra en noviembre de ese año.

Julio Cortázar – Il futuro


Il 12 febbraio 1984 muore a Parigi Julio Cortázar


Julio Cortázar – Il futuro

tratto da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995, Roma. Traduzione di Gianni Toti

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Django Reinhardt & Stephane Grappelli, Nuages

Capucine,Café de la paix/1952 Foto de Georges Dambier

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.

Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,

nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

originale da: “Salvo el crepúsculo”,
Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984

Italo Bonassi – Lettera a un figlio

Italo Bonassi ©
Lettera a un figlio
da qui: https://italobonassi.wordpress.com/2018/12/12/diario-di-un-morto/

Lettura di Luigi Maria Corsanico


Francis Poulenc
Sérénade from Chansons Gaillardes
Maurice Gendron, cello
Christian Ivaldi, piano

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Vedi, ti parlo con la voce roca,
e nel tuo sguardo di ragazzo affiora
un sorriso pulito, quasi ingenuo.
Parlami, dico.
Io non ho l’età
che sfugge ai desideri, ascolto ancora
le parole che salgono dal cuore.
Primavera è lontana, ma gli uccelli
estivi inseguono nel sole
l’eco a mezza sera delle voci,
ed io le sento.
Parlami, sapessi
quanto ti chiamo, figlio! Quanto attendo
che cerchi, come un tempo, la mia mano,
un colloquio spontaneo!
E tu sei qui, mi guardi, mi sorridi,
giungi a me da lontano…
O mia cicala vagabonda, è morta
primavera che urlava nei cortili
le sue mille chitarre: e un’eco appena
a me ne giunge.
E questa furia
di ultimi uccelli migratori ancora
resta nel dolce suono dei pastori
che adunano le greggi lungo il fiume.
Parlami ti prego. La tua età
ha puledri di luna nella sera,
criniere al vento. E la tua voce è un grido
che mi sale nel sangue e mi s’aggruma.

Italo Bonassi ©

ITALO BONASSI – UN GIRO DI VALZER

Italo Bonassi ©
Un giro di valzer
da qui: https://italobonassi.wordpress.com/20…


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Gustav Mahler, Sinfonia n. 4 – poco adagio
Leonard Bernstein & Wiener Philharmoniker


Dipinti di Lisa Grossman
https://lisagrossmanart.com/

UN GIRO DI VALZER

Siamo estranei, e non è per noi,
viandanti senza patria, questa strada
dove si va,
non è la nostra terra
che giorno dopo giorno si calpesta,
e nessun posto qui è meglio degli altri,
nessuno alloggio o letto per dormire
qui è fatto per concederci riposo,
noi non si è di qui,
siamo stranieri,
esuli transitori di passaggio.
Tremante vorrei offrirti le mie gambe
per camminare fino alla mia terra,
vorrei poter portarti sulle spalle,
madre, e aver la gioia di danzare
con te, almeno
un solo giro di valzer,
con te che avevi amore e fantasia
e leggerezza di gambe per danzare.
Oh, lo faremo, madre mia, un giro,
lassù, di valzer, dove arriverò un giorno,
dove mi porteranno le mie gambe
– o le ali – lungo una via in salita,
dove si va, e indietro non si torna
– o forse, chissà, sì. –
E tu sai, madre,
porto dentro di me il mio destino,
sono il veliero
e il grido del corsaro,
e gioca e gonfia il vento il mio velame
tra misteriose nebbie e un’agitata
brezza di mare.
E ancora e ancora
tengo il timone fermo mentre avanzo
tra eteree trasparenze di cristalli
e luccicori d’ombre e cieli azzurri
con un corteo
di maschere grottesche
e risa di fantasmi, nell’incanto
di una vita che lievita silenzi
di passi di perduti pellegrini
ormai senza più età, eterni.
Lassù è la vita, lassù c’è la locanda
che ci concede alfine del riposo,
lassù c’è il posto
meglio di altri posti
per noi, camminatori senza patria.
Lassù è l’eternità di cui si parla:
godiamocela, dunque, madre.
È meritata.