T.S. Eliot – Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

Thomas Stearns Eliot
Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

(The Love Song of J. Alfred Prufrock)

Thomas Stearns Eliot. Opere, a cura di R. Sanesi
Classici Bompiani, 1986.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Ritratto di T.S. Eliot by Patrick Heron

Arvo Pärt, Lamentate (excerpt)
Olga Scheps, piano
Estonian National Orchestra / Bas Wiegers

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«S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.»

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)

L’epigrafe riferisce dell’incontro tra Dante e Guido da Montefeltro, condannato all’ottavo cerchio dell’Inferno. Come Guido, Prufrock crede che il suo racconto rimanga celato, per questo si apre senza timore. È come il soliloquio dell’attore in cui si esprime liberamente con una modalità che fa percepire ciò come qualcosa che non è rivolto ad altri se non a se stesso. In tale discorrere solitario i pensieri emergono e si strutturano senza seguire le regole della logica o le esigenze di compiutezza proprie di un racconto; essi piuttosto vengono regolati nel loro concatenarsi dal flusso variabile ed imprevedibile delle emozioni. Allo stesso modo Guido e Prufrock sono connessi con l’Inferno, uno al cerchio dantesco, l’altro alla Londra moderna entrambi senza scampo. Lo stesso Prufrock nel poema vive personalità multiple e incarna sia Guido che Dante. A volte è il narratore, altre colui che ascolta che rivela la storia del mondo. Alternativamente il ruolo di Guido nell’analogia è infatti occupato da Prufrock, ma il ruolo di Dante è occupato da you, il lettore, come in “Let us go now, you and I”.

“Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (The Love Song of J. Alfred Prufrock)” fu composto tra il 1910 e il 1911 con il titolo “Prufrock tra le donne”, ma pubblicato per la prima volta solo nel 1917 nella raccolta “Prufrock and Other Observations”, dedicata a Jean Verdenal, amico di Eliot ucciso nel 1915 nella spedizione anglofrancese dei Dardanelli.

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“La lirica in questione, che era stata scritta circa sei anni prima e che nel volumetto trovava la sua consacrazione, fu presto interpretata come un’analisi tra il distaccato e il partecipe dell’animo e delle caratteristiche dell’uomo moderno, colto, nevrotico, perplesso rispetto alle complicazioni di un mondo cambiato troppo e troppo rapidamente.
Prufrock sembra rivolgersi a una possibile amante con cui vorrebbe stabilire un rapporto. Ma non osa farlo perché immagina i commenti negativi degli altri sui suoi limiti e difetti; e il canto d’amore diventa così un canto di rinuncia. Prufrock continua a porsi degli interrogativi che in realtà sono soltanto delle banalità che rimandano a quella che dovrebbe essere la domanda decisiva che vorrebbe porsi, quella sul senso del mondo moderno. Ma la domanda non la pone, non la esplicita neppure: lascia l’interrogativo al lettore.

La modernità della lirica stava in questo approccio, in cui lo sconcerto che avvolgeva il presente subentrava alle certezze ottocentesche. Stava anche, e soprattutto, nel linguaggio di Eliot. Dai simbolisti francesi aveva preso il ricorso a immagini e a vocaboli appartenenti alla realtà di ogni giorno, volutamente antiestetici nella loro ordinarietà.
Cento anni dopo i versi del Canto d’amore mantengono tutta la loro forza. Non solo per la bellezza della poesia che supera la prova del tempo; ma perché anche oggi ritroviamo lo sconcerto di fronte a un mondo che forse, come accadde allora, è cambiato troppo rapidamente e rispetto al quale ci limitiamo a fare domande banali, a parlare d’altro, senza avere il coraggio di fare la domanda decisiva.”

Da: “Cent’anni fa Prufrock parlava di noi”, di Paolo Bertinetti / 6 luglio 2017

Thomas Stearns Eliot – Gli uomini vuoti

Thomas Stearns Eliot
Gli uomini vuoti

(The Hollow Men), 1925.

Thomas Stearns Eliot. Opere, a cura di R. Sanesi
Classici Bompiani, 1986.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Edgar Caracristi
Acquaforte su rame, 2008

Johann Sebastian Bach: Fuga in sol minore BWV 542
Christian Barthen, organo

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“The Hollow Men”, scritta nel 1925, sviluppa ulteriormente l’idea di Eliot a proposito della aridità interiore dell’uomo moderno. La poesia può essere considerata un’aspra critica della società del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, secolo che ha plasmato e prodotto la società odierna, da cui deriva il carattere estremamente attuale di quest’opera.

Eliot ritrae la vita contemporanea come un inferno sulla Terra, nel quale l’essere umano vive una vita priva di relazioni autentiche. L’ “uomo vuoto” è descritto come un essere interiormente vano, o meglio, riempito con una cultura che non è adatta ad esso, priva di qualsivoglia valore. Eliot cioè, paragona l’uomo moderno ad una bambola di pezza, imbottita con una “cultura-segatura”, preconfezionata, non frutto di una elaborazione autonoma e ragionata da parte dell’individuo, ma inserita a forza dalla società moderna e capitalista.

“The Hollow Men” descrive l’aridità, la sterilità emotiva e spirituale della vita contemporanea, una vita priva di colore, di forma, di forza. Come ratti ci limitiamo a fare quel tanto che basta alla nostra sopravvivenza: l’azione condotta nel nome di un ideale non è più concepita, non esiste più la volontà e il coraggio di battersi per qualcosa cha vada un po’ più in là del nostro bisogno materiale. Questo è il modo di vivere dell’individuo privo di sentimenti e emozioni. Eliot vede la frammentarietà della cultura occidentale, delle sue tradizioni mitologiche e religiose come diretta conseguenza del consumismo e del capitalismo che dominano la società presente. L’uomo risulta pertanto alienato, privo di valori morali e religiosi. Egli non agisce più in base ad un codice etico, in quanto moralmente e spiritualmente vuoto. Secondo Eliot, non solo la vita ha perso il suo valore, ma nella società moderna e capitalista, la morte stessa ha perso il proprio valore: “This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper.”.

Per rendere maggiormente il senso di desolazione dell’esistenza dell’uomo contemporaneo l’autore paragona la vita moderna ad un arido deserto. Questa immagine è accentuata nella parte finale della poesia, quando Eliot parodizza una filastrocca per bambini: questi non danzano più attorno alla pianta dei frutti di bosco (here we go round the mulberry bush), ma attorno ad un cactus, l’unica pianta che riesce a sopravvivere nell’aridità del deserto (here we go round the prickly pear).

La poesia di Eliot si caratterizza per il suo carattere criptico e complesso, tecnica che egli volontariamente usa al fine di riflettere nella poesia la complessità della società contemporanea.

Da: progetto mayhem / https://progettomayhemtrento.wordpress.com/

GLI UOMINI VUOTI

Mistah Kurtz – lui morto

Un penny per il vecchio Guy

I
Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia.
Ahimè! Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati.

II
Occhi che in sogno non oso incontrare
Nel regno di sogno della morte
Questi occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta

Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.

Non lasciate che sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Lasciate anche che porti
Travestimenti così deliberati
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino –

Non quel finale incontro
Nel regno del crepuscolo

III
Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.
È proprio così
Nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.

IV
Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume
Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti.

V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.

Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno

Fra la concezione
E la creazione
Fra l’emozione
E la responsione
Cade l’Ombra

La vita è molto lunga

Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discendenza
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno


Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il

È questo il modo in cui il mondo finisce
È questo il modo in cui il mondo finisce
È questo il modo in cui il mondo finisce
Non già con uno schianto ma con un piagnisteo.