SALVATORE QUASIMODO – S’ode ancora il mare

SALVATORE QUASIMODO – S’ode ancora il mare
I poeti dello specchio
SALVATORE QUASIMODO
GIORNO DOPO GIORNO
MONDADORI
1947


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Claude Debussy: Elégie
Ernst Ueckermann, piano


immagini: L.M. Corsanico

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Già da più notti s’ode ancora il mare,

lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.

Eco d’una voce chiusa nella mente

che risale dal tempo; ed anche questo

lamento assiduo di gabbiani: forse

d’uccelli delle torri, che l’aprile

sospinge verso la pianura. Già

m’eri vicina tu con quella voce;

ed io vorrei che pure a te venisse,

ora, di me un’eco di memoria,

come quel buio murmure di mare.

Salvatore Quasimodo – Fatta buio ed altezza

Salvatore Quasimodo
Fatta buio ed altezza

da “Oboe sommerso”(1930-1932),
in “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

Lettura di Luigi Maria Corsanico

da: Antiche arie e danze per liuto
Ignoto: Siciliana (Fine sec.XVI) – Andantino
Trascrizione per piano di Ottorino Respighi
Joel Hastings, piano

The Echo, by Julia Margaret Cameron

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Tu vieni nella mia voce:
e vedo il lume quieto
scendere in ombra a raggi
e farti nuvola d’astri intorno al capo.
E me sospeso, a stupirmi degli angeli,
dei morti, dell’aria accesa in arco.

Non mia; ma entro lo spazio
riemersa, in me tremi,
fatta buio ed altezza.

Salvatore Quasimodo – Poesie

Salvatore Quasimodo – Poesie


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Aleksandr Skrjabin
Etude op.2 no. 1 – Emil Gilels

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Dammi il mio giorno (da “Òboe sommerso (1930-1932)”)

Dammi il mio giorno;
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.

Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;

un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe.

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Forse il cuore (Giorno dopo giorno, 1947)

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
Nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.

Salvatore Quasimodo – Lamento per il Sud

Salvatore Quasimodo
Lamento per il Sud

da “La vita non è sogno”, 1949


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Amuri amuri – elab. N. Catanese

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La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.


Salvatore Quasimodo
da “La vita non è sogno”, Milano, A. Mondadori, 1949

SALVATORE QUASIMODO – UOMO DEL MIO TEMPO

Salvatore Quasimodo
Uomo del mio tempo

da : “Giorno dopo giorno”
Mondadori
Collana I poeti dello “Specchio”
Febbraio del 1947
con introduzione di Carlo Bo.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Immagini da Aleppo bombardata


Bruno Maderna: Requiem, per soli, coro e orchestra (1946)

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Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.