FERNANDO PESSOA – PALUDI

Fernando Pessoa – Paludi
Pauis (23 marzo 1913)
Traduzione e nota di Marcello Comitini
Poesias. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1942
1ª publ. in Renascença. Lisboa: Fev. 1924.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich – String Quartet No. 8
Borodin String Quartet

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Come si possono scandagliare sensazioni contraddittorie, a volte anche misteriose come l’uomo di guardia che, rigido nella sua posa, tiene una lancia più alta di lui? Perché più alta? Perché le paludi bramano l’anima che il poeta definisce d’oro? Perché la luna illumina quel che non dura? Come si fa a  vedere un cancello lontano, attraverso una folla di alberi e sentire vicino il freddo del ferro?

Questo è il fascino dei versi che ci rapiscono  e ci portano dentro l’animo di  Pessoa mentre guarda se stesso e  guarda la realtà immaginaria come fosse realmente  fuori di lui .

Guarda al suo corpo come palude che raggela l’anima con la sua  mortalità; guarda alle proprie mani come strumenti musicali antichi e imperfetti, i cembali,  in grado di emettere una sola nota;  guarda al tempo che il poeta definisce immobile, ma che sotto i nostri occhi scorre paradossalmente nella sua immobilità, anticipatrice dell’Oltre, tra rintocchi malinconici di campane, e grano biondo che impallidisce tra  ceneri morte.

Immagini che ci sensibilizzano verso il  mondo che Pessoa rende visibile e misterioso nello stesso tempo, in cui ciò che ci sembra lontano è vicino e ciò che ci sembra eterno è l’ora che fugge. Sono immagini che ci spingono  a meditare sul nostro essere mistero sulla nostra contraddittorietà tra il nostro apparire e il nostro intimo essere. Su ciò che crediamo il nostro orizzonte che nasconde invece i nostri errori, le nostre futilità oppiacee dei nostri silenzi interiori.

Leggere questi versi è scoprire ebbri la carnalità del nostro essere umani, dell’essere nulla.

Marcello Comitini

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PALUDI

Paludi che bramano la mia anima in oro…
Lamenti lontani di altre campane … Impallidisce il biondo
grano nelle ceneri di Ponente …Corre un freddo carnale da me alla mia anima…
Così sempre uguale, il Tempo! … Ondeggiare delle palme sulle cime! …
Silenzio nella parte inferiore delle foglie, autunno mite
D’un canto di vago uccello … Azzurro dimenticato nello stagno …
Oh quale muto grido di ansia mette gli artigli nel Tempo! …
Quale mio turbamento anela ad altro che a piangere? …
Tendo le mani nell’Oltre, ma tendendole già vedo
Che quello che voglio non è ciò che desidero …
Cimbali d’imperfezione … O quanto antica
L’ora espulsa da te – Tempo! …Onda che nel ritirarsi invade
Il mio abbandonare me stesso sino a svenire
E ricordare tanto il me presente sino a sentirmi senza memoria…
Fluido di aureola trasparente dell’Essere, privo di avere …
Il mistero sa di me che io sono un altro … Il chiaro di luna su quel che non dura…
La sentinella è rigida, la lancia che poggia sul terreno
È più alta di lei … Perché tutto questo… Giorno piatto…
Rampicanti di futilità lambiscono l’oltre del Tempo!
Orizzonti che chiudono gli occhi sullo spazio con segnali di errore!
Fanfare oppiacee di futuri silenzi! … Lunghi treni! …
Cancelli visti lontano, attraverso gli alberi, così di ferro!…

MARCELLO COMITINI – STATUE

Marcello Comitini
STATUE ©2019

da: https://marcellocomitini.wordpress.com/2020/01/13/statue/

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Claude Debussy, Sonata for Cello and Piano in D minor
Maurice Gendron (cello)
Jean Françaix (piano)

Foto di Mimmo Jodice

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Statue distese sulla sabbia
carezzate dal mare
dal tempo e dall’incuria.
Simulacri dai volti sereni
immuni da peccato.
Alcuni con gli occhi chiusi
da pesante sonno in cui sognano
sé stessi ancora prigionieri
della pietra informe.
Altri puntati al cielo
con sguardi privi di emozioni
eppure fieri della loro consistenza
di maschere
ignare dell’artefice.
La loro carne inane e opaca
levigata dal fuoco d’innumerevoli tramonti
sembra respirare
in paziente attesa di riprendere vita.

Non sanno. Non possono sapere.

I loro occhi
scolpiti dall’artefice
hanno lo sguardo cieco della pietra.

Nâzım Hikmet – I tuoi occhi

Nâzım Hikmet
I tuoi occhi
(GÖZLERİN, 1948)
Traduzione di Joyce Lussu

Lettura di Luigi Maria Corsanico

La musica che accompagna le immagini è la Sonata op. 3 n. 6 di Niccolo’ Paganini, suonata dal violinista italiano Marco Fornaciari.

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I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono cosi, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
Così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

Fernando Pessoa – Ricardo Reis

Fernando Pessoa – Ricardo Reis, Odi [1914-1933]
Maestro, son placide

da: Fernando Pessoa
UNA SOLA MOLTITUDINE
VOLUME SECONDO
A cura di Antonio Tabucchi
con la collaborazione di Maria José de Lancastre

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – Vexations
Reinbert de Leeuw, piano

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Maestro, son placide
tutte le ore
che noi perdiamo,
se nel perderle,
come in un vaso
mettiamo fiori.

Non ha tristezze
né allegrie
la nostra vita.
Così sappiamo,
incauti saggi,
non tanto viverla,

quanto fluirla,
tranquilli, placidi,
con i bambini
come maestri
e gli occhi colmi di Natura…

In riva al fiume,
lungo la strada,
come ci càpita,
nel sempre uguale
lieve riposo
di star vivendo.

Il tempo passa,
niente ci dice.
Noi invecchiamo.
Sappiamo, quasi
maliziosi,
sentirci andare.

Non vale la pena
fare un solo gesto.
Non si resiste
al dio atroce
che i propri figli
divora sempre.

Cogliamo fiori.
Bagniamo lievi
le nostre mani
nei fiumi calmi,
per imparare
calma anche noi.
Girasoli sempre
fissando il Sole,
calmi usciremo
da questa vita, e né
il rimorso avremo
di aver vissuto.

(12.6.1914)

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Mestre, são plácidas
Todas as horas
Que nós perdemos.
Se no perdê-las,
Qual numa jarra,
Nós pomos flores.
Não há tristezas
Nem alegrias
Na nossa vida.
Assim saibamos,
Sábios incautos,
Não a viver,
Mas decorrê-la,
Tranquilos, plácidos,
Tendo as crianças
Por nossas mestras,
E os olhos cheios
De Natureza…
A beira-rio,
A beira-estrada,
Conforme calha,
Sempre no mesmo
Leve descanso
De estar vivendo.
O tempo passa,
Não nos diz nada.
Envelhecemos.
Saibamos, quase
Maliciosos,
Sentir-nos ir.
Não vale a pena
Fazer um gesto.
Não se resiste
Ao deus atroz
Que os próprios filhos
Devora sempre.
Colhamos flores.
Molhemos leves
As nossas mãos
Nos rios calmos,
Para aprendermos
Calma também.
Girassóis sempre
Fitando o Sol,
Da vida iremos
Tranquilos, tendo
Nem o remorso
De ter vivido.

12-6-1914

Odes de Ricardo Reis . Fernando Pessoa. (Notas de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.) Lisboa: Ática, 1946.

MARIO LUZI – EPIFANIA

Mario Luzi
Epifania

da: Onore del vero (1957)
Introduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt – Fratres
Gil Shaham, violin
Roger Carlsson, percussion
Gothenburg Symphony Orchestra
Neeme Järvi

Autun, Cattedrale di Saint Lazare, “Il sogno dei Re Magi”
Gislebertus, 1130

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                                      […] a te che vai
                                      persona semiviva tra due gorghi
                                      tra passato e avvenire giunge al cuore
                                      la freccia dell’anno… e all’improvviso
                                      la fiamma della vita vacilla nella mente.
                                                                                   
                                      Luzi,Epifania.


Vedi, io vivo. Di che? Non l’infanzia e neppure il futuro
diminuiscono… Esorbitante esistenza
mi scaturisce dal cuore.

Rilke, Nona Elegia Duinese

Due modi di descrivere il cammino umano, due modi di definire l’epifania, tra dubbi e sofferenze. Ma verso dove? Verso Dio o semplicemente, e nel vuoto, verso la morte? Come i tre Magi, evocati da un Luzi quarantenne, comparsi dal nulla, che dopo aver reso omaggio al bambino Gesù, “tra molto popolo”, svaniscono nel nulla,? O resistono soltanto nel ricordo caparbio della tradizione, “non più tardi di ieri, ancora oggi”?
Sono dubbi che ciascun poeta tenta di fugare. Ma Luzi non può fare a meno di evocare la polvere, “una gran polvere”, che attanaglia l’anima.
E come lui, noi sentiamo ogni giorno quella polvere alzarsi intorno alla nostra esistenza.
E ogni giorno temiamo di non appartenere alla schiera di coloro che tendono “le mani ferme sulla fiamma”.
Le nostre mani sono ferme?
La nostra anima sa ancora stupirsi?
Riusciamo ancora a vedere tra la polvere “i fuochi in lontananza dei bivacchi”?
Nessuna risposta può giungerci da loro. Solo il loro grido ci giunge.
È anche nostro?

Marcello Comitini

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Epifania,   da Onore del vero (1957)

Notte, la notte d’ansia e di vertigine

quando nel vento a fiotti interstellare,

acre, il tempo finito sgrana i germi

del nuovo, dell’intatto, e a te che vai

persona semiviva tra due gorghi

tra passato e avvenire giunge al cuore

la freccia dell’anno… e all’improvviso

la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna

tra le schegge di pietra e le cataste

si turba per un fremito che sente

ch’è un fremito di morte e di speranza.

In una notte come questa,

in una notte come questa l’anima,

mia compagna fedele inavvertita

nelle ore medie

nei giorni interni grigi delle annate,

levatasi fiutò la notte tumida

di semi che morivano, di grani

che scoppiavano, ravvisò stupita

i fuochi in lontananza dei bivacchi

più vividi che astri. Disse: è l’ora.

Ci mettemmo in cammino a passo rapido,

per via ci unimmo a gente strana. Ed ecco

il convoglio sulle dune dei Magi

muovere al passo dei cammelli verso

la Cuna. Ci fu una ressa di fiaccole, di voci.

Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.

E tutto passò via tra molto popolo

e gran polvere. Gran polvere.

Chi andò, a chi recò doni

o riposa o se vigila non teme

questo vento di mutazione:

tende le mani ferme sulla fiamma,

sorride dal sicuro

d’una razza di longevi.

Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Pierluigi Cappello – Parole povere


REGISTRAZIONE DEL 14 DICEMBRE 2015

Pierluigi Cappello
Parole povere
(da “Mandate a dire all’imperatore”)
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Hoofbeats-Nicola Piovani

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Uno in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

PIERLUIGI CAPPELLO – ISOLA


REGISTRAZIONE DEL 17 DICEMBRE 2015

ISOLA
PIERLUIGI CAPPELLO, Dentro Gerico, Presentazione di Giovanni Tesio, Tavola di Sergio Toppi, La barca di Babele, 8, Circolo Culturale di Meduno, 2002, pp. 63, s.i.p.

Lettura di Luigi Maria Corsanico
Antonio Vivaldi, Concerto per oboe in do maggiore RV452 – Adagio
Die Toteninsel, Arnold Böcklin

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Padre, io a te
io inchiodato a te su questo scoglio
divino che conosci la tua alba
e allacci la tua potenza al fulmine
da questo culmine di spasimo
io vinto mando a te
vincitore di padri
la prora disorientata delle mie parole.
Concedi a coloro che erano ciechi
e a dismisura adesso vedono,
rotto il sigillo della fiamma,
l’ustione della carezza, il fragore
del pugno, ora che sanno
il tossico del palmo e delle nocche
ed è notte, profonda notte
a occidente di ogni immaginare
ora che le iridi conoscono
le costellazioni del dolore e del piacere;
concedi loro di sopportare
per ogni ciglio sospeso alle tenebre
al tramonto di ogni palpebra sfinita
la pronuncia dell’alba e del crepuscolo
e il rombo immenso, che sale dall’uomo.