Marcello Comitini © 2019 Clitemnestra e Cassandra

Introduzione di Marcello Comitini

Clitemnestra e Cassandra, un’assassina e una vittima, una moglie infedele e un’amante?
Aver accostato questi due testi ha lo scopo di meglio sottolineare, senza alcuna finalità di confronto, il valore simbolico della vicenda di Clitemnestra e Cassandra, accumunate dallo stesso destino di essere donne legate alla medesima catena: il loro rapporto con l’eroe Agamennone, come moglie la prima, come amante la seconda.
La vicenda è rappresentata all’interno di due distinti teatri di prosa.
il primo testo narra l’uccisione di Agamennone per mano di Clitemnestra. il secondo narra l’uccisione di Cassandra per mano di quest’ultima.
Clitemnestra compie il suo gesto di vendetta contro un uomo che è, nell’immaginario collettivo, un valoroso combattente. E Cassandra, mal sopportata ancora oggi per l’oscurità della sua veggenza catastrofica, non può che subire la stessa sorte in quanto amante, seppur schiava, dell’Eroe.
L’accostamento, come detto non ha lo scopo di mettere a confronto il valore simbolico delle due donne, ma suggerisce ugualmente la domanda su chi delle due subisce la sorte più infelice: Cassandra che viene uccisa perché amante o Clitemnestra che porterà su di sé le conseguenze terribili della sua vendetta?
Un vendetta che è resa ancor più drammatica dall’apparire di una terza figura che è vittima innocente e che unisce ancor di più la sorte delle due donne: Ifigenia figlia di Clitemnestra che verrà uccisa due volte: da Agamennone e poi, inconsapevolmente, dalla sua stessa madre.
Perché la sorte del femminile è una sola: uccidere una donna, seppure per mano di un’altra donna, significa ucciderle tutte.
Entrambi i testi si concludono con gli applausi di coloro che assistono allo svolgersi delle due tragedie. Ma gli applausi a chi sono rivolti ? Una domanda che ci fa riflettere se davvero l’uomo è capace di rifuggire il male.

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CLITEMNESTRA
di
MARCELLO COMITINI ©2019

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Lux Aeterna
György Ligeti
arrangiamento di Shea Lolin

immagini dal web, elaborate

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Da secoli Clitemnestra autrice dell’uccisione del marito, maledetta sin dalla nascita per essere stata concepita con l’inganno, viene giudicata dalla storia ora come una donna infedele, ora come una schiava d’amore, ora come una sanguinaria vendicatrice.
A una donna che ha vissuto esperienze dolorose e strazianti, non è concessa l’attenuante dell’umiliazione, a cui non le è stato possibile sottrarsi.
Non le è concesso uccidere l’uomo che si è conquistata la fama sui campi di battaglia ma che l’ha usurpata sul terreno delle relazioni umane e familiari. Un uomo che si è permesso di sopprimere brutalmente il figlio della donna, di sacrificare agli dei la figlia Ifigenia, di considerare colei che sarebbe dovuta essere la sua compagna, meno che l’ombra di una schiava.
Non è concesso alcun perdono a Clitemnestra in quanto donna.
Nessun perdono per Clitemnestra colpevole soltanto di rivendicare, ora che non è più giovane, la sua dignità di essere umano, di riscattare anni e anni di umiliazioni subite, di dolori inflittile, per rivendicare e porre fine alla sua condizione di donna trattata come “colei che non esiste”.

Al centro del palcoscenico tagliato da luci e ombre come una piazza vasta e disadorna, sta in piedi la donna il cui corpo è avvolto da un ampio mantello come un cielo notturno. Rivolta verso il pubblico, i capelli grigi come nuvole a sfiorare appena le spalle, le braccia spalancate in alto, le labbra che sussurrano impercettibili imprecazioni.
Altre donne intorno sommariamente coperte da drappi rossi e viola con qualche rara e sottilissima striscia bianca a separare irregolarmente i due colori, lasciano scivolare dalle guance lacrime silenziose.
Tremila spettatori con i volti pallidi perfettamente immobili sulle gradinate di pietra dell’ampio teatro greco che degrada a precipizio verso il palco e lo inghiotte al centro del vortice, guardano attentamente la scena e comprendono che la donna invoca la complicità della dea della vendetta. Alle sue spalle, addossato al fondale illuminato da un fascio di luce gelida, un letto dalle lenzuola disfatte. Come le ali bianche di un gabbiano nel buio della tempesta, guida gli sguardi verso il corpo abbandonato a terra. È circondato da una pozza di sangue che s’incanala in rivoli nelle fessure delle travi che alla fine del palco zampillano sui petti degli spettatori della prima fila. Sono soltanto bambini e uomini, vestiti d’una tunica bianca lunga sino alle ginocchia. Hanno il capo coperto da un berretto rotondo di velluto nero e alla vita li stringe un cordone di seta celeste. Le donne sono sedute in fondo alla fila a destra e a sinistra ma sopratutto sulle file posteriori, insieme agli uomini della loro vita, tranne quelle sul palco i cui piedi affondano nella macchia di sangue.
Sarà Clitemnestra, oscuro passero che canta doloroso nella gola di una miniera, la donna al centro del palcoscenico?
La scure è sul letto con l’impugnatura verso il pubblico. La doppia lama brilla della freddezza dell’acciaio. Dall’altra stanza, la cui porta socchiusa lascia intravedere una vasca colma di acqua bollente coperta da una rete, penetra una nuvola di fumo umido e grigio che si richiude come un intimo separé. Nasconde una ragazza macchiata del sangue schizzato dalle ferite dell’uomo. Tutto il pubblico sa che il suo nome è Ifigenia.
Uno spettatore della prima fila si alza e con il dito puntato verso una finestra dai vetri opachi alla destra del palcoscenico indica con voce stentorea che da lì entrerà la dea. Un grido del coro amplifica le sue parole, le spinge fino alle ultime file, le fa volare fino alle stelle che adornano il cielo del teatro.
Nel silenzio improvviso il fragore dei vetri infranti. Una pallottola trafigge il petto dello spettatore. Egisto è morto grida il bambino che gli sedeva accanto. Ifigenia gli corre incontro e gli chiede il nome. Ma Il bambino non risponde, sembra non aver udito. I suoi occhi sono del colore del mare, le orecchie di madreperla rosa e la bocca una foglia di alga verde. Scaglie di roccia gli feriscono il corpo.
Clitemnestra cade in ginocchio, culla tra le braccia il bambino senza vita, guarda Ifigenia con gli occhi colmi di pietà e di dolore. Sono anni che non la vede. Le chiede di avvicinarsi, d’inginocchiarsi accanto a lei perché possano abbracciare insieme quel corpicino martoriato.
Agamennone è morto. Egisto è morto. Oreste ed Elettra si alzano in piedi dalla prima fila sotto il palco. Elettra è camuffata da uomo e Oreste da bambino aggrappato alla mano della sorella.
Dal palco salgono le parole di Clitemnestra che si è avvicinata al corpo di Agamennone che giace ai suoi piedi.

Molti per difendermi diranno che l’ho ucciso perché ha ucciso i miei figli perché mi ha rimpiazzato con Cassandra perché la sua assenza mi ha indotta a tradirlo. Altri diranno che l’ho ucciso perché l’amavo. Altri, e anche i miei figli, mi accuseranno d’averlo ucciso perché sono una donna infedele.
Nessuno penserà che l’ho ucciso perché in battaglia era un eroe che ha ucciso, ma di fronte a me un uomo senza nessun valore, che ha spogliato la mia anima, ha dilaniato i miei affetti, ha lasciato che il tempo graffiasse il mio corpo, lo gonfiasse e lo piagasse senza neppure una sua parola che desse un senso almeno all’odio di averlo accanto, alla crudeltà del suo esistere, al tormento d’essere sua moglie.
L’ho ucciso perché da sempre mi ha usata come una cosa da cui si pretende di ricevere senza nulla dare, una cosa che si abbandona in un angolo come un abito o un utensile, quando se ne trova un’altra più adatta o più nuova. L’ho ucciso per dimostrargli che valeva per me quanto io per lui, io donnetta da poco.

Poi tace. La scure a due lame lancia bagliori come un faro. Ifigenia si allontana lentamente sino a sparire. Anche le donne si allontanano danzando per esprimere il dolore della solitudine.
Gli spettatori delle prime file, uomini e bambini, Elettra ed Oreste con le tuniche macchiate stringono in pugno i coltelli con cui trafiggeranno il corpo della donna che ha tradito e l’offriranno alla dea della vendetta, che ha atteso da fin troppo tempo.
Il cielo del teatro si è fatto rosso sangue.
Tutti gli spettatori si alzano in piedi. Applaudono.

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CASSANDRA
di
Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

Effetti grafici: LMC

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Un cubo trasparente è ciò che si presenta ai miei occhi, appena varcata la soglia della platea del teatro. È come una scatola di vetro che occupa tutto il palcoscenico da entrambi i lati e fino al limite superiore del sipario. La platea è ancora deserta. Le luci sono spente. Mi chiedo se sono giunto a spettacolo iniziato.

No – mi risponde la maschera che mi accompagna con una torcia, proiettando ai miei piedi una intensa luce che illumina i passi con un alone rosso come macchie di sangue – l’ha voluto il regista affinché niente distragga il pubblico. Vuole che nessuno spettatore possa vedere altro che non sia la scena e gli attori. Anche il colore di questa luce, vede?

Durante la recita – continua la ragazza puntandomi la torcia contro gli occhi – avvengono scambi di personaggi, di vittime che si trasformano in eroi e di eroi in vittime. Bisogna che si presti un’attenzione particolare. Mai voltarsi, per esempio, verso quello specchio enorme che il regista ha voluto in fondo alla sala.

Prendo posto in una poltrona della prima fila, di fianco al corridoio centrale. La ragazza si allontana sorridendo.

Mi guardo intorno. Il pubblico inizia a entrare. Si sperde nella sala, duplicata da quello specchio. Anche gli spettatori saranno duplicati, penso. Saremo in tanti – mi dico guardando le interminabili file delle poltrone ancora vuote.

Da anni si recita questo spettacolo e a ogni replica il teatro si riempie. La particolare sceneggiatura, ma soprattutto la vicenda dell’assassinio di un re e la sua amante, portata da terre lontane, richiama folle immense. La scena dell’assassinio ogni anno viene applaudita particolarmente. Invece – commentano i giornali che recensiscono lo spettacolo ad ogni recita – sembra debole quella della trasformazione. Non aggiungono altro.

Adesso la sala è piena. Mi alzo, mi guardo intorno. Una radura interminabile di poltrone. Ogni poltrona fa sentire lo spettatore come padrone di un piccolo trono. Ogni testa è avvolta stranamente da un intenso alone buio. Siamo re acefali in attesa.

Piccoli fari, posti in basso lungo le pareti laterali della platea, proiettano la loro luce su enormi disegni in stile greco di colore bruno-rossiccio, con figure di uomini mentre afferrano una testa d’ariete e tentano di sfondare un pesante portone di quercia, di altri mentre scendono dal ventre di un cavallo e di donne con piccoli in braccio che fuggono da torri sventrate e in fiamme. In alto sulla parete di fondo del cubo si nota la scena di un eroe con le braccia enormemente lunghe, che sgozza una giovane donna sull’altare di un dio e ne scaglia il corpo contro le rocce.

Al di là della trasparenza delle pareti, il pubblico assiste alla scena preparatoria. Il regista vuole che tutto si svolga in modo cristallino dinnanzi agli occhi degli spettatori.

Nella penombra, tra corde e travi , gli operai manovrano le funi, le fanno scorrere silenziosamente sulle carrucole, i fonici sistemano le casse acustiche e gli elettricisti puntano i fari e illuminano l’interno come una stanza. È una luce fredda come se il sole di una giornata invernale attraversasse il soffitto.

All’interno del cubo sulla sinistra è rimasto in ombra un angolo che forma una inspiegabile nicchia con al centro uno sgabello di legno scolpito e intarsiato con fregi d’oro. 

Clitemnestra è in piedi di profilo. Dona la sensazione d’essere entrata da destra attraversando un varco invisibile nella parete. Indossa un elegante mantello celeste che le avvolge il corpo e una tunica bianca lunga sino ai piedi. Sosta per un attimo poi si dirige verso lo sgabello. Si siede con le spalle dritte e rigide, poggia le mani sul ventre, le nasconde tra le profonde pieghe blu del mantello. A fianco dello sgabello, come uno scettro lasciato lì provvisoriamente, il lungo manico di una scure a doppio taglio le cui lame lanciano bagliori alla luce dei fari. Come quello degli spettatori, il volto di Clitemnestra è in ombra. La sua lunga tunica bianca spicca come il calice di un giglio rovesciato. Dietro le sue spalle scorre lungo la parete di fondo il sangue della giovane donna. Oh, adesso sembra un bambino!

Volgendo le spalle al pubblico Cassandra sta in piedi in silenzio. È al centro del fascio di luce con cui l’occhio di bue la illumina con violenza.

Chi può mai dimenticare – grida Clitemnestra – che Agamennone ha ucciso mio figlio scagliandolo contro una roccia e poi mia figlia Ifigenia, sacrificata per condurre qui questa straniera? Questa barbara che non comprende neppure la nostra lingua ma vuole entrare in questa casa come fosse la sua?

Un mantello di povera lana rossa, lacerato in più parti, ricopre a mala pena le spalle di Cassandra lasciandola quasi nuda. Gli sguardi del pubblico la spogliano del tutto, desiderosi di toccare almeno con gli occhi il suo corpo statuario.

Si vede chiaramente che ha freddo, lacrime silenziose le solcano le guance, ma non si riesce a vederne il volto immerso nell’ombra, profonda e spessa come il velo che le ricopre il capo.

I tecnici si allontanano. La scena preparatoria è terminata. Le mura grezze del teatro ricoperte di polvere e nero di fumo, fanno da sfondo.

Clitemnestra invita Cassandra a varcare la parete di fondo per raggiungere Agamennone.

Cassandra sembra non aver sentito. Immobile e silenziosa abbassa leggermente il capo sul petto. Clitemnestra nell’ombra sorride con un’espressione serena sul volto.

Il pubblico non capisce. La lentezza della scena esaspera gli spettatori. Temono una lunga attesa prima di poter vedere scorrere il sangue dell’eroe. Eppure gli era stato promesso. Che fine aveva fatto l’uccisione di Agamennone?

Uno del pubblico si alza, si allontana dal proprio posto, attraversa il corridoio centrale sino a giungere ai piedi del palco. Vi si appoggia con il petto, distende le braccia, spalanca le mani, punta gl’indici verso Cassandra, a voce alta le chiede di voltarsi e mostrare il viso. Poi si rivolge a Clitemnestra chiedendole se davvero ucciderà Agamennone, da dove le viene la forza di mostrare quella serenità, se dietro quel sorriso si nasconde un inganno.

O forse il regista ha deciso che Agamennone non venga ucciso? E perché tace Cassandra? Ha dimenticato la battuta? E il suggeritore dentro la buca si è addormentato?

Qualcuno in fondo alla platea grida che nessuno spettacolo può pretendere che la tensione possa durare in eterno né permettersi di lasciare che il pubblico attenda per troppo tempo le risposte.

Si giunga al nocciolo, si uccida Agamennone, si uccida Cassandra e finalmente libero da ogni suo timore, Egisto esca da dietro le quinte. Faccia vedere che il suo amore è sincero. Ci faccia sognare, aggiunge un’anziana signora seduta al mio fianco, con gli occhi che luccicano di vani desideri.

Clitemnestra si alza in piedi, smette di sorridere e rivolta al pubblico giura d’aver già ucciso Agamennone e che adesso toccherà alla straniera.

Dal fondo della platea si ode un grido. Il pubblico si gira, vede Agamennone cadere nella rete della sua sposa. Il delitto viene replicato con freddezza dallo specchio su cui schizzano grosse gocce di sangue.

Tutti gli spettatori chiedono a gran voce, pugni alzati, che sia subito uccisa anche Cassandra e che entrambi siano appesi perché tutti possano vedere i loro volti, riconoscerli domani tra la folla.

Dal vuoto dello specchio, una voce di donna:

Credevi di sorprendermi quando hai teso l’agguato ad Agamennone, credevi che non sapessi che nascondevi tra le pieghe del tuo cuore il coltello con cui mi ucciderai?

Lo sapevo fin da quando Apollo mi ha condannata a questa preveggenza, fin da quando Agamennone mi ha costretta a diventare la sua amante.

Quando sulla nave che ci portava qui sono entrata tra le sue braccia, stretta in una relazione carnale tra vincitore e vinta, mi ha narrato di te, di come con gli anni ti sei trasformata, hai perso ogni grazia. Sapeva che al rientro non avrebbe potuto più desiderarti, che saresti stata per lui come un tramonto di cui si percepisce nelle ossa il freddo della notte.

Tra le sue braccia ho sentito il fiotto del sangue sgorgare dalle sue vene, scendere sino al mio ventre, macchiare le mie cosce di vergine, e ho sentito il tuo fiato di fuoco sul mio collo come una madre che odia la figlia preda del delirio del sesso.

Non ero io la preda ma il tuo Agamennone, preda cieca delle proprie voglie, del desiderio di potere, del suo sentirsi irresistibile e invincibile.

Anche io, condannata alla veggenza, conosco molto meglio di te, tutti i terribili delitti di cui si è macchiato, delle uccisioni, delle sue vittime, come se io fossi una di loro, delle tue umiliazioni subite, della sua violenza contro una vergine.

Tu mi ritieni una barbara, temi che io sia una che vuole sottrarti il potere. Come sei cieca! Non sai che anche tu sarai presto vittima di quelle stesse paure che credi di allontanare uccidendomi.

Tace per un attimo. Si volge verso il pubblico come una cieca nelle tenebre della notte e con voce stentorea dice: E tutti voi che volete la mia morte, siete già vittime delle vostre paure.

Il silenzio si è fatto come un fumo azzurrognolo che stagna su ogni più piccola fonte di luce. Tutto diventa incerto in questa nebbiolina che confonde i contorni.

Gli spettatori alzano gli occhi verso il palco. Clitemnestra si muove lentamente, i suoi passi sono pesanti, è confusa. Va alla spalle di Cassandra e le vibra numerosi colpi di pugnale alla schiena.

Cassandra cade alzando il volto verso la sua assassina. Un fascio di luce la colpisce in viso. Le sue guance sono rigate di lacrime. Le sue mani si tendono verso Clitemnestra.

Un sibilo risuona per tutto il teatro acuto e penetrante come quello di un’aquila ferita in alto tra i monti. È Cassandra o Clitemnestra che grida? Sembra piuttosto l’urlo lanciato dalle vittime amplificato all’infinito dallo specchio in fondo alla platea.

Tutto il pubblico si alza in piedi sgomento, volta per un attimo le spalle alla scena. L’uomo che prima si era appoggiato al palcoscenico con il petto si ritrae inorridito. Anche lui guarda verso il fondo della sala.

Quello che il regista avrebbe voluto scongiurare a tutti i costi, è accaduto. Quell’attimo di distrazione ha permesso a Cassandra di fuggire.

No – mormora tra sé lo scenografo – Non è fuggita. Si è cambiata di abito, ne ha indossato uno elegante, ha scostato i capelli incollati alla bocca sanguinante, li ha legati dietro la nuca. Non è più la straniera. È Ifigenia, che tutti vediamo sacrificata sull’altare in fondo a quella parete.

Adesso Clitemnestra inorridita si china sulla vittima, stringe tra le braccia il suo corpo senza vita, le afferra il capo tra le mani, le carezza le guance. La bacia sulla fronte piangendo. La chiama figlia.

Il pubblico con le lacrime agli occhi si alza in piedi e applaude. A chi?

MARCELLO COMITINI – INGANNO

Marcello Comitini – Inganno
Marcello Comitini
Terra Colorata
Poesie
© Copyright 2014
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt : Lamentate / Olga Scheps, piano
Lithuanian National Symphony Orchestra

Fotografia di Remus Tiplea di proprietà dell’Autore

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Quando la stanza che sto per lasciare
guarderò dopo una triste malattia
e fuori dalla finestra abbagliata dal sole
i passeri canteranno il loro semplice addio
voi non mi chiederete io non potrò narrarvi
cosa prova un uomo nel momento in cui muore.
Forse l’angoscia di scendere nel vuoto
Forse la gioia d’incontrare la vita.

Ma se fosse un cadere nella terra buia
e vermi rosicchiassero l’anima immortale?

Vorrei non pensare che la morte è soltanto
colei che lentamente sillaba il mio nome
dentro il buio di un pozzo e lascia svanire
lo sciame di parole che mi ronzano in cuore
cercando l’amore che mi avrebbe salvato.

Ma forse è l’amore il terribile inganno
che brilla quando in cielo si oscurano le stelle.

MARCELLO COMITINI – LA STANZA

MARCELLO COMITINI©LA STANZA
da “Formule dell’anima” Edizioni Caffè Tergeste, 2011

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Carlo Levi, (1902-1975)
Amanti

Oblivion – Astor Piazzolla, for cello and strings
HAUSER and “I Solisti di Zagreb”

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Nella stanza dei tuoi sogni e delle tue solitudini
dove celebri il rito dei piaceri e del tormento
e insegni al tuo corpo le dolcezze dell’uomo,
dove spegni i desideri con lunghe carezze
che le tue mani donano al pube bagnato,
sono entrato guidato dai tuoi sorrisi incerti
dal tuo sguardo acceso di tenera paura.

Come in un sogno i seni, ciottoli odorosi
di un torrente fragrante d’acque luminose
sfioro con le mie mani, carezzo con le labbra
e aspiro come rose i tuoi capezzoli bruni.
Come in un sogno la tua profonda bocca
colma di saliva da cui bevo vino
spinge il desiderio di spezzare gli argini,
spargere i nostri corpi di lucidi cristalli
che sgorgano dalla pura sorgente genitale.
Entro nella tua vita al centro del tuo cuore
al centro delle gambe che in un gesto d’amore
apri e rinserri avide intorno ai miei fianchi.
E lentamente, mentre i nostri cuori ansanti
gustano il piacere, si diffonde la quiete
si sciolgono le braccia si allontanano i corpi
ma le pupille restano sorridenti a guardarsi
si pongono domande suggeriscono risposte.

Dalla finestra aperta entra il tramonto
tinge di rosso i nostri corpi ci invita nell’amore,
entra il fiato sporco dei motori che passano
di auto che soffiano di moto che ruggiscono.
E bucano i nostri cuori, strappano il cervello,
spalmano sui nostri corpi la paura della morte.

Chiudi la finestra! Stringimi forte al cuore,
prima che l’ombra intorbidi i nostri desideri.
Dimmi che mi ami e che il tuo corpo sogna
di volare al centro della felicità.

Charles Baudelaire – Spleen LX

Charles Baudelaire
I fiori del male

1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini
© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Richard Wagner
Wesendonck Lieder, Träume
Jill Valentine, viola
Madeline Slettedahl, piano

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Sono pieno di ricordi come avessi mille anni.

Un mobile enorme con cassetti colmi di versi,
bilanci, processi, romanze, dolci biglietti
con spesse ciocche di capelli avvolte nelle quietanze,
nasconde meno segreti del mio triste cervello.
È una piramide, un immenso sepolcro nascosto
che contiene più morti di una fossa comune.
Io sono un cimitero che la luna rifugge,
dove lunghi versi, strisciando come rimorsi,
si accaniscono sempre sui miei morti più cari.
Sono una vecchia stanza piena di rose appassite
dove giacciono in gran disordine modelli superati,
dove pastelli lacrimosi e pallidi Boucher
aspirano il profumo vecchio di un flacone aperto.
Nulla eguaglia in lunghezza queste giornate assurde
quando sotto i fiocchi pesanti di nevose annate
la noia, frutto della piatta apatia,
assume le dimensioni di un essere immortale.
— Ormai tu non sei, o materia vivente,
che una roccia circondata da spaventose onde,
una roccia assopita in fondo a un Sahara brumoso,
una vecchia sfinge ignorata da un mondo senza pensieri,
dimenticata dagli atlanti, e dall’umore scontroso
che canta solamente ai raggi del tramonto.

MARCELLO COMITINI – IL PRESENTE COME PASSATO

Marcello Comitini © Il presente come passato
15 maggio 2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Nino Rota – Canzone Arrabbiata
DigitalArt di Marcello Comitini

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Con il viso pensieroso e gli occhi lucidi
trascina le carrozze cariche di tristezze e rimpianti.
Fuori dal buio della galleria appaiono
mura e case vestite di luce.
Danzano, si allontanano svaniscono
dietro le quinte dei finestrini.
Il guidatore dietro i vetri guarda
le linee parallele dei binari
immobili verso l’infinito giorno.
Nelle carrozze prigionieri tacciono
come nuvole in attesa della tempesta.
Un uomo appoggiato al palo di ferro
in cui scorre la linfa rabbrividita e vibrante
dal pavimento al soffitto, legge distratto.
Non pensa. Non vede.
L’orecchio teso a ogni sosta attende
il suono liberatorio delle porte dove scenderà.
Alle sue spalle due ragazze in piedi
dalle labbra rosse come fiamme lucenti
parlano e ridono con l’amica. Gli incontri
al pub la sera prima, le ore piccole
che pizzicano gli occhi come effervescenze
che salgono dai bicchieri,
la luna che si specchia sul fiume
i jeans e la camicetta appena schiusa sui seni,
i capelli pettinati con cura,
il balsamo provato per la prima volta
che li ha resi incredibilmente morbidi
e poi tra i capelli le sue mani desiderose
– i loro occhi si accendono –
quello stupido che me li ha spettinati.
Una vecchia ascolta come una bambina
che sente i compagni sussurrarle all’orecchio
di giocare con loro. Sorride alle ragazze
e dei suoi ricordi. Anche lei con il suo amante rideva
e continuava il sorriso nella piccola stanza
a pagamento tra le braccia di lui.
Poi quell’altro e le nozze con l’abito bianco
i figli e il dovere.
Le è rimasto il sorriso e la libertà
di smarrirsi nella malinconia.
Ma solo per i morti e i figli fuggiti
in cerca – ne è certa –
di motivi per ricordare, come le tre ragazze
che ridono del presente come passato.

Marcello Comitini © Il presente come passato
15 maggio 2021

Fernando Pessoa – Álvaro de Campos / LÀ-BAS, JE NE SAIS OÙ

Fernando Pessoa – Álvaro de Campos / LÀ-BAS, JE NE SAIS OÙ
Traduzione di Marcello Comitini
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa.
Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). – 307.

Arvo Pärt: Tabula rasa – 2. Silentium: Senza moto · Göteborgs Symfoniker · Erik Risberg

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LÀ—BAS, JE NE SAIS OÙ
(laggiù, non so dove)

Vigilia del viaggio, la campanella…
Non mi preavvisate stridendo!
Voglio godere la pausa di “gare” dell’anima che possiedo
Prima di vedere avanzare verso di me il ferreo arrivo
Del treno definitivo,
Prima di sentire la vera partenza nella bocca dello stomaco.
Prima di porre sul predellino un piede
Che non ha mai imparato a non emozionarsi ogni volta che deve partire.
Voglio, in questo momento, fumando sulla banchina dell’oggi,
Rimanere ancora un po’ attaccato alla vecchia vita.
Vita inutile, che è una cella, che era meglio lasciare?
Che importa? Tutto l’universo è una cella ed esserne prigioniero non ha a che vedere con le dimensioni della cella.
Mi sa di nausea la prossima sigaretta. Il treno è già partito dall’altra stazione…
Addio, addio, addio a tutti coloro che non son venuti a salutarmi,
Famiglia mia astratta e impossibile…
Addio giorno di adesso, addio banchina dell’oggi, addio vita, addio vita!
Rimanere come un bagaglio etichettato dimenticato
In un angolo sotto la pensilina dei passeggeri dall’altro lato dei binari.
Essere rinvenuto per caso dalla guardia dopo la partenza —
«E questa? C’è stato dunque un tizio che l’ha dimenticata qui?» —
Rimanere a pensare soltanto di partire,
Rimanere e averne il motivo,
Rimanere e morire di meno…
Vado verso il futuro come a un difficile esame.
Se il treno non giungesse e Dio avesse compassione di me?
Già mi vedo alla stazione sin qui semplice metafora.
Sono una persona perfettamente presentabile.
Si vede – dicono – che ho vissuto all’estero.
I miei modi sono di uomo educato, evidentemente.
Prendo la valigia, rifiutando il facchino, come un vile vizio.
E la mano con cui prendo la valigia, fa tremare me e lei.
Partire!
Non tornerò mai.
Non tornerò mai perché mai si torna.
Il luogo in cui si torna è sempre un altro,
È un’altra la “gare” a cui si torna.
Non vi sta ormai la stessa gente, né la stessa luce, né la stessa filosofia.
Partire! Mio Dio, partire! Ho paura di partire!…

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa
LÀ-BAS, JE NE SAIS OÙ

Véspera de viagem, campainha…
Não me sobreavisem estridentemente!
Quero gozar o repouso da gare da alma que tenho
Antes de ver avançar para mim a chegada de ferro
Do comboio definitivo,
Antes de sentir a partida verdadeira nas goelas do estômago,
Antes de pôr no estribo um pé
Que nunca aprendeu a não ter emoção sempre que teve que partir.
Quero, neste momento, fumando no apeadeiro de hoje,
Estar ainda um bocado agarrado à velha vida.
Vida inútil, que era melhor deixar, que é uma cela?
Que importa? Todo o universo é uma cela, e o estar preso não tem que ver com o tamanho da cela.
Sabe-me a náusea próxima o cigarro. O comboio já partiu da outra estação…
Adeus, adeus, adeus, toda a gente que não veio despedir-se de mim,
Minha família abstracta e impossível…
Adeus dia de hoje, adeus apeadeiro de hoje, adeus vida, adeus vida!
Ficar como um volume rotulado esquecido,
Ao canto do resguardo de passageiros do outro lado da linha.
Ser encontrado pelo guarda casual depois da partida —
«E esta? Então não houve um tipo que deixou isto aqui?» —
Ficar só a pensar em partir,
Ficar e ter razão,
Ficar e morrer menos…
Vou para o futuro como para um exame difícil.
Se o comboio nunca chegasse e Deus tivesse pena de mim?
Já me vejo na estação até aqui simples metáfora.
Sou uma pessoa perfeitamente apresentável.
Vê-se — dizem — que tenho vivido no estrangeiro.
Os meus modos são de homem educado, evidentemente.
Pego na mala, rejeitando o moço, como a um vício vil.
E a mão com que pego na mala treme-me e a ela.
Partir!
Nunca voltarei.
Nunca voltarei porque nunca se volta.
O lugar a que se volta é sempre outro,
A gare a que se volta é outra.
Já não está a mesma gente, nem a mesma luz, nem a mesma filosofia.
Partir! Meus Deus, partir! Tenho medo de partir!…
s.d.
Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). — 307.

Paul Éluard – Poter dire tutto

Paul Éluard – Poter dire tutto
(Pouvoir tout dire)
“Dignes de vivre pouvoir tout dire”
Septembre 1950 – Tchou Editeur
Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie: Ogives
Reinbert de Leeuw

Tutto sta nel dire tutto e io non ho parole
E non ho tempo e non ho l’audacia
Sogno ed espongo a caso le mie immagini
Ho vissuto male e male ho appreso a parlare chiaro

Dire tutto le rocce la strada e i selciati
Le strade e i loro passanti i campi e i pastori
La lanugine della primavera la ruggine dell’inverno
Il freddo e il caldo che compongono un solo frutto

Voglio mostrare la folla e ogni uomo in dettaglio
Con ciò che gli dà forza e che lo fa disperare
E sotto le sue stagioni d’uomo tutto ciò che egli illumina
La sua storia e il suo sangue la sua storia e il suo dolore

Voglio mostrare la folla immensa separata
La folla compartimentata come in un cimitero
E la folla più forte della sua ombra impura
Che ha infranto le sue mura che ha sconfitto i suoi padroni

La famiglia delle mani la famiglia delle foglie
E l’animale errante senza personalità
Il fiume e la rugiada feconde e fertili
La giustizia in piedi la felicità ben impiantata

La felicità di un bambino saprò mai dedurla
Dalla sua palla o dalla sua bambola o dal bel tempo
E la felicità di un uomo avrò mai la fermezza
Di dirla secondo la moglie e i suoi figli

Sarò mai in grado di chiarire l’amore e le sue ragioni
La sua tragedia di piombo la sua commedia di paglia
I gesti meccanici che lo rendono quotidiano
E le carezze che lo rendono eterno

E sarò mai capace di mettere insieme il raccolto
Al letame proprio come si fa con la bellezza
Potrò paragonare il bisogno al desiderio
E l’ordine meccanico all’ordine del piacere

Avrò mai abbastanza parole per liquidare l’odio
Per l’odio sotto l’ ala enorme delle collere
E mostrare la vittima che schiaccia i carnefici
Saprò colorare la parola rivoluzione

L’oro libero dell’alba in occhi sicuri di sé stessi
Nulla gli somiglia tutto è nuovo tutto è prezioso
Sento piccole parole divenire massime
L’intelligenza è semplice al di là delle sofferenze

Come saprò mai dire quanto io sia contro
le manie assurde create dalla solitudine
Ho rischiato di morire senza potermi difendere
Come ne muore un eroe legato imbavagliato

Ho rischiato d’essere dissolto corpo cuore spirito
Senza forme e anche con tutte le forme
Di cui si circondano marciume e decadimento
E compiacenza e guerra indifferenza e crimine

Poco mancò che i miei fratelli non mi dessero la caccia
Mi sono affermato senza capire nulla della loro lotta
Credevo di cogliere nel presente più di quanto lui non possedesse
Ma non avevo alcuna idea dell’indomani

Alla fin fine, devo tutto ciò che sono
Agli uomini che hanno saputo cosa contiene la vita
A tutti gli insorti che controllano i loro strumenti
E controllano il loro cuore e si stringono la mano

Uomini continuamente tra umani senza una piega
Un canto che sale e dice quello che sempre si dice
Coloro che indirizzano il nostro futuro contro la morte
Contro i sotterranei dei nani e dei pazzi.

Potrò mai dire infine che si è aperta la porta
Della cantina dove le botti proiettano la loro massa scura
Sulla vigna o il vino imprigiona il sole
Usando le parole dello stesso viticoltore

Le donne sono scolpite come l’acqua o la pietra
Tenere o troppo integre dure o leggere
Gli uccelli passano attraverso altri spazi
Un cane domestico si trascina alla ricerca di un vecchio osso

La mezzanotte non ha più eco che per un uomo molto vecchio
Che rovina il suo tesoro in canzoni banali
Anche questa ora della notte non è persa
Io mi addormenterò solo se altri si svegliano

Potrò mai dire che niente vale la giovinezza
Mostrando il solco dell’età sulla guancia
Niente vale la sequenza infinita di riflessi
Iniziando dall’impeto di semi e fiori

Iniziando da una parola schietta e cose reali
La fiducia andrà senza idea di ritorno
Io voglio che si risponda prima di chiedere
E nessuno parlerà una lingua straniera

E nessuno avrà voglia di calpestare un tetto
Incendiare le città seppellire i morti
Perché avrò tutte le parole che giovano a costruire
E che fanno credere nel tempo come unica fonte

Bisognerà ridere ma rideremo di salute
Rideremo di essere fraterni in ogni momento
Saremo buoni con gli altri come lo si è
Con sé stessi quando si ama d’essere amati

I brividi delicati lasceranno posto alle onde
Della gioia di esistere più fresca del mare
Niente ci farà più dubitare di questo poema
Che scrivo oggi per cancellare ieri.

Paul Éluard, Pouvoir tout dire, 1950 (Traduzione di Marcello Comitini)

Marcello Comitini – Grido ai futuri secoli

Marcello Comitini © Grido ai futuri secoli 29/04 – 02/05/2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico

JS. Bach, Prelude No.8 in E flat minor BWV 853.
Leopold Stokowski / Czech Philharmonic Orchestra

“Raft of Lampedusa”
opera dello scultore britannico Jason DeCaires Taylor.
Lanzarote, isola dell’arcipelago delle Canarie, il Museo Atlántico.

“Cain” di Henri Vidal, Jardin des Tuilleries, Paris, 1896.

~~~~~~~~~

Si rabbuia il cielo, lampi lividi tagliano
la massa oscura delle nuvole.
Sta per collassare l’universo?
Sul tronco liscio della croce,
una formica sale frettolosa sino ai tuoi piedi
trova un seme rosso di melograno
lo stringe tra le mandibole, scende
tra le pietre lo mette in salvo nella tana.
A ogni tuo respiro i lamenti salgono
all’infinita era del padre. Chi li accoglie?
Pendi dall’alto, il capo cinto dalla corona.
Sei il re che implora e accoglie
a braccia spalancate. Chi?
Un passero impaurito attraversa il cielo
si rifugia sui rami esili d’un arbusto in fiore.
Chini gli occhi su tua madre. Ti ricorda
il giorno delle nozze, la sua preghiera
esaudita, il vino migliore offerto per ultimo.
Intorno a lei la rosa brulicante degli spettatori
che assistono al tuo patire. Alcuni
impauriti dalla folgore
che squarcia il sipario insanguinato alle tue spalle,
altri mordono singhiozzando i fazzoletti,
altri piangono sé stessi intenti Grido ai futuri sec oli
a spartirsi le tue spoglie.

Il tuo ultimo respiro è un rantolo.
O un grido ai futuri secoli
che traspaiono nello sconquasso delle nuvole?

Staccato dalla croce la tua spoglia fredda
scende nel baratro degli inferi.
Un popolo innumerevole di ombre
si muove in volo come uno stormo di pipistrelli.
Arsi dal desiderio muovono le ali.
Non sanno, non ti conoscono. Si ritraggono.

Dall’alto giunge lo spirito, varca
l’arco gelido della morte, riprende coscienza
nella quiete del tuo cadavere.
Nell’ oscurità brilla il lume della resurrezione.
Ti viene incontro il popolo di ombre cieche.
Un uomo e una donna si fanno avanti tenendosi per mano.
Lui bacia le labbra di lei rosse come una mela.
Sono distanti dall’amarsi. Ma è comunque amore.
Dicono tutti con lo sguardo noi crediamo. E li raccogli
nel cavo delle mani, li adagi
nel tepore della luce.

E noi, che attendiamo
come fossimo ombre già condannate agli inferi,
ti vediamo nei bagliori dell’alba
abbassare le braccia lungo i fianchi,
mostrare le mani ferite. Già sai
che ogni tua resurrezione sarà precipitata
nell’abisso degli errori, dai sì e no
del pensiero troppo umano
dalle crudeltà che si perpetuano senza tempo.
Prima che tu svanisca
nell’alto dei cieli, circondato dagli angeli
anche quelli che ci custodivano,
abbiamo una domanda
che attraversa la fede e la morte.
Consolerai il nostro inguaribile dolore?
Ci strapperai dal nido delle ombre
in cui la nostra vita
come il passero impaurito dagli artigli della disperazione
si è rifugiata nel cespuglio fiorito dei sogni?
Sei il trionfante o vittima dell’Essere Uomo?


29/04 – 02/05/2021©marcello comitini

TED HUGHES – IL FALCO NELLA PIOGGIA

Ripropongo questa mia lettura de “Il Falco nella Pioggia”, mettendo in evidenza il prezioso commento che il Poeta Marcello Comitini, traduttore di questa lirica di Hughes, ha scritto esponendo il senso della lirica stessa:

“Carissimo Luigi, devo subito e con gratitudine ringraziarti per aver messo in evidenza che mia è la traduzione. Tu sai che altre ne abbiamo visionate e tutte contenevano delle vergognose imprecisioni, per non dire errori che stravolgevano il vero senso di questi versi. Devo poi molto volentieri ringraziarti per la tua lettura che come sempre dona vita palpitante ai versi con la tua voce, ma direi anche con il tuo essere, che tanto sa immedesimarsi in ciò che leggi . Nell’ascoltare sento nella poesia (e nella tua voce) come l’eco disperato di Silvia Plath, morta suicida e del cui dramma Ted Hughes, marito della poetessa, si è addossato tutta la responsabilità. Se non fosse stato così questi versi avrebbero assunto il tono di un mero “flatus voci”, un esercizio stilistico privo di ogni collegamento con l’animo del poeta. Viceversa la sua sensibilità verso la moglie affetta da un forte esaurimento nervoso, dona a questi versi, là dove recitano la forza morale del falco e il suo essere travolto dalla vita, il peso morale della sua coscienza e donano senso alla lotta che il poeta così bene descrive. Sono grato a te che me ne hai parlato e a Fabrizio Centofanti che te l’ha segnalata.”

Ted Hughes (Mytholmroyd, 17 agosto 1930 – Londra, 28 ottobre 1998)
Il Falco nella Pioggia
The Hawk in the Rain
First edition – Faber and Faber, 1957

Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith – Der Tod (1931)
Uwe Gronostay · Netherlands Chamber Choir
Die Zukunft
Friedrich Gottlieb Klopstock (1724 – 1803)

Immagini:

Illustrazione di ANGELA HARDING, Painter & Printmaker

Finlayson, Ann (1943 – 1999) Hawk in the Rain

~~~~~~~~

Annego nella fragorosa terra arata, passo
dopo passo mi tiro via dalla bocca avida della terra,
Dall’argilla che stringe ogni mio passo fino alla caviglia
Com’è costume della tomba ostinata, ma il falco

In alto senza sforzo blocca il suo occhio fermo.
Le sue ali trattengono tutto il creato in una quiete senza peso,
Immobile come un’allucinazione nell’aria fluente.
Intanto il vento che batte uccide questa difesa ostinata,

Mi acceca, mi toglie il fiato, mi stringe il cuore,
E la pioggia mi colpisce la testa fino alle ossa, il falco blocca
La punta di diamante della volontà, stella polare
Della resistenza del naufrago in mare: e io,

Sanguinante stordito, contando gli ultimi momenti
Boccone nelle fauci della terra, mi affatico verso il massimo
Fulcro di violenza dove il falco resta fermo,
Che forse in questo momento incontra il tempo

giunto dalla parte sbagliata, patisce scagliato a testa in giù,
Che l’aria gli strappi gli occhi, le poderose montagne si schiantino su di lui,
L’orizzonte lo intrappola; l’occhio angelico rotondo
Fracassato, mescola il sangue del suo cuore con il fango della terra.

MARCELLO COMITINI – INCOMPIUTO

Marcello Comitini – Incompiuto
Quarto Giorno
© Copyright 2018 Marcello Comitini
Edizioni Caffè Tergeste
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith – Trauermusik, for Viola and Strings (1936)
Yuri Bashmet, viola
Solisti di Mosca

Mimmo Jodice, Fotografo
Peplophoros, Cuma, 1991
stampa al carbone su carta cotone

~~~~~~~~

Una carezza appena della mano sui miei occhi
dalle sue labbra alle mie labbra un soffio lieve
e la vita prende corpo dalle vuote cavità del cuore.

Giaccio nell’alito di Dio e nel suo sguardo.

Non ho nessuno da stringere al mio petto
nessuno da riassorbire alla mia costola.

I miei capelli hanno il colore dell’erba inaridita.
Si sciolgono i miei piedi, tornano nel fango.
Dal polso spezzato la mia mano pende
come un frutto rinsecchito.

Giaccio incompiuto nell’alito di Dio che
ha distolto lo sguardo dal suo terribile errore.

“Incompiuto” di Marcello Comitini ©