Franz Kafka – Un vecchio foglio

Franz Kafka – Un vecchio foglio
(Ein altes Blatt, 1917) Racconti brevi
Traduzione di Emilio Castellani
in: “Kafka. La metamorfosi e altri racconti, Garzanti”


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Arnold Schönberg
Piano Concerto Op. 42
Andante
Alfred Brendel, piano
Swf Sinfonieorchester
Michael Gielen

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da: Che avrà voluto dire Kafka? di Francesco Cataluccio. 4/7/ 2018

La sottosegretaria leghista ai Beni Culturali, ospite di una trasmissione radio, ha detto di non leggere un libro da tre anni ma «l’ultima cosa che ho riletto per svago è Il castello di Kafka». Non so francamente se lo scrittore praghese possa essere letto, o riletto, “per svago”. Ma più passano i miei anni e più mi convinco che ai suoi lavori occorra sempre tornare. Kafka è una miniera inesauribile di storie e pensieri in gran parte ancora da comprendere.
C’è un breve racconto di Kafka, intitolato Un vecchio foglio (Ein altes Blatt), originariamente scritto e pubblicato nel 1917, che, soprattutto di questi tempi, ha qualcosa di inquietante.
Va tenuto presente anzitutto che Kafka lo compose nel pieno di una guerra che stava portando al definitivo dissolversi dell’impero austro-ungarico, in una Praga paralizzata dalla fame e dalla mancanza di carbone. Queste prose confluiranno nella raccolta Un medico di campagna (Ein Landartz), pubblicata probabilmente nel 1920. L’inizio del racconto è un’amara denuncia della situazione politica da parte dell’io narrante, un calzolaio con bottega nella piazza dove si affaccia il Palazzo dell’Imperatore: «Si direbbe che ci sia stata molta negligenza nelle misure prese per la difesa della nostra patria. Noi finora non ce ne siamo preoccupati granché e abbiamo badato al nostro lavoro; ma gli avvenimenti degli ultimi tempi sono tali da impensierirci.»
La piazza, improvvisamente e incomprensibilmente, è stata occupata da una folla di nomadi provenienti dal Nord. Si sono accampati lì, fanno rumore e sporcano. Con loro non si può parlare perché non conoscono la “nostra lingua”. E la loro non si può dire che sia una lingua: «Tra loro s’intendono alla maniera delle cornacchie. Di continuo si ode questo gracidare di cornacchie. Al nostro modo di vita, alle nostre istituzioni guardano con altrettanta ottusità quanta indifferenza (…) Sovente fanno smorfie, roteando il bianco degli occhi e cacciando bava dalla bocca, ma non è che con questo vogliano dire qualcosa e nemmeno spaventare; lo fanno perché è la loro natura. Quello che gli serve, se lo prendono.»
Un po’ alla volta gli stranieri prendono, incontrastati, il controllo della città. ll senso di impotenza dinanzi alla loro occupazione, e alla necessità di nutrirli per tenerli buoni, cresce col procedere del racconto, fino all’episodio dell’assalto al bue vivo del macellaio che viene sbranato e divorato crudo, mentre l’Imperatore, forse, guarda mestamente dalla finestra del suo palazzo.
Il finale del racconto rimane aperto, ma contiene una sorta di amara presa di coscienza della classe media: « -Che succederà? – ci domandiamo tutti (…) A noi artigiani e bottegai è affidata la salvezza della patria; ma noi non siamo pari a un simile compito, né mai abbiamo preteso di esserlo. C’è un malinteso, e per causa sua finiremo in rovina».
Così, cento anni fa, Kafka descrisse perfettamente la paura dello straniero, la sua trasfigurazione in un mostro (al quale non si riconosce nemmeno il diritto ad avere una lingua umana) e il disagio e la frustrazione dei bottegai dinanzi alla latitanza dello Stato. L’uomo medio (rappresentato qui dal calzolaio e dal macellaio) soffre l’impotenza muta dell’Imperatore, ha paura di tutto ciò che è diverso, lo sente come una minaccia, prova fastidio per la confusione, che accresce la sua insicurezza e il suo impotente senso di colpa: sogna il ristabilimento dell’ordine e la cacciata degli stranieri, senza saperne il prezzo. C’è ancora un malinteso sul male del mondo.

Francesco Cataluccio – ilpost.it/libri