Fernando Pessoa – Poesie ortonime

immagini : L.M. Corsanico

Fernando Pessoa
“Se io” (16 settembre 1933)
“Viaggiare!” (20 settembre 1933)
da:
Fernando Pessoa
IL MONDO
CHE NON VEDO
POESIE ORTONIME
a cura di Piero Ceccucci
BUR Poesia


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Excerpt from Maurice Ravel, Sonata for violin and piano No. 2 Op. 77
Janine Jansen, violin
Itamar Golan, piano

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SE IO

Se io, ancorché nessuno,
potessi avere sul viso
quel bagliore fugace
che quegli alberi hanno,

avrei quella allegria
che le cose da fuori hanno,
ché l’allegria è dell’ora;
va col sole che raffredda.

Qualsiasi cosa mi avrebbe più
giovato della vita che vivo –
Ah, questa vita di estraneo
che solo dal sole m’era giunta.

16 settembre 1933

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VIAGGIARE!

Viaggiare! Lasciare paesi!
Essere altri costantemente,
perché l’anima non ha radici
per vivere per vedere soltanto!

Non appartenere neppure a me!
Andare avanti, andare dietro
l’assenza di avere un fine
e dell’ansia di raggiungerlo!

Viaggiare così è viaggio.
Ma lo faccio senz’aver di mio
altro che il sogno del passaggio.
Il resto è solo terra e cielo.

20 settembre 1933

FERNANDO PESSOA – ABDICAZIONE

Fernando Pessoa
Abdicazione

da:
Poesie
di Fernando Pessoa
Edizione con testo originale a fronte
A cura di Antonio Tabacchi
e Maria José de Lancastre
Biblioteca Adelphi, 2013, 4ª ediz.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Gustav Mahler – Symphony no 9, Adagio
Vienna Philharmonic Orchestra / Daniele Gatti

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Prendimi fra le braccia, notte eterna,

e chiamami tuo figlio.

Io sono un re

che volontariamente abbandonò

il proprio trono di sogni e spossatezze.

La mia spada, pesante in braccia stanche,

l’affidai a mani virili e calme;

lo scettro e la corona li lasciai

nell’anticamera, rotti in mille pezzi.

La mia cotta di ferro, così inutile,

e gli speroni, dal futile tinnire,

li abbandonai sul gelido scalone.

La regalità ho smesso, anima e corpo,

per ritornare alla notte antica e calma,

come il paesaggio quando muore il giorno.

Gennaio 1913

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ABDICAÇÃO

Toma-me, ó noite eterna, nos teus braços

E chama-me teu filho.

        Eu sou um rei

Que voluntariamente abandonei

O meu trono de sonhos e cansaços.

Minha espada, pesada a braços lassos,

Em mãos viris e calmas entreguei;

E meu ceptro e coroa, — eu os deixei

Na antecâmara, feitos em pedaços.

Minha cota de malha, tão inútil

Minhas esporas, de um tinir tão fútil,

Deixei-as pela fria escadaria.

Despi a realeza, corpo e alma,

E regressei à noite antiga e calma

Como a paisagem ao morrer do dia.

Janeiro 1913

Poesias. Fernando Pessoa. (Nota explicativa de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.) Lisboa: Ática, 1942

1ª publ. in Ressurreição , nº 9. Lisboa: Fev. 1920.

FERNANDO PESSOA – ABDICACIÓN

Fernando Pessoa
Abdicación

Traducido por Luis López Nieves


Leído por Luigi Maria Corsanico


Gustav Mahler – Symphony no 9, Adagio
Vienna Philharmonic Orchestra / Daniele Gatti

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Tómame, oh noche eterna, en tus
brazos y llámame hijo.

Yo soy un rey que
voluntariamente abandoné mi
trono de ensueños y cansancios.

Mi espada, pesada en brazos
flojos, a manos viriles
y calmas entregué;
y mi cetro y corona yo los dejé
en la antecámara, hechos pedazos.

Mi cota de malla, tan inútil,
mis espuelas, de un tintineo tan fútil,
las dejé por la fría escalinata. Desvestí la realeza, cuerpo y alma,
y regresé a la noche antigua y serena
como el paisaje al morir el día.

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ABDICAÇÃO

Toma-me, ó noite eterna, nos teus braços

E chama-me teu filho.

        Eu sou um rei

Que voluntariamente abandonei

O meu trono de sonhos e cansaços.

Minha espada, pesada a braços lassos,

Em mãos viris e calmas entreguei;

E meu ceptro e coroa, — eu os deixei

Na antecâmara, feitos em pedaços.

Minha cota de malha, tão inútil

Minhas esporas, de um tinir tão fútil,

Deixei-as pela fria escadaria.

Despi a realeza, corpo e alma,

E regressei à noite antiga e calma

Como a paisagem ao morrer do dia.

Janeiro 1913

Poesias. Fernando Pessoa. (Nota explicativa de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.) Lisboa: Ática, 1942

1ª publ. in Ressurreição , nº 9. Lisboa: Fev. 1920.

Fernando Pessoa – Ho chiesto tanto poco alla vita

Fernando Pessoa
Il libro dell’inquietudine
(frammento)
Ho chiesto tanto poco alla vita
Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Bach-Busoni, Chorale Prelude BWV 639
Grigori Sokolov

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Ho chiesto tanto poco alla vita e anche questo poco la vita me l’ha negato. Un raggio di sole, un campo, un sorso di quiete con un morso di pane: che non mi angosci molto sapere che esisto, e che non esiga niente dagli altri né che gli altri lo esigano da me. Pure questo mi è stato negato,come chi nega l’elemosina non per mancanza di bontà d’animo, ma per non doversi sbottonare la giacca.
Scrivo, triste, nella mia stanza quieta, solo come sempre sono stato, solo come sempre sarò. E penso se la mia voce, apparentemente così poca cosa, non incarni la sostanza di migliaia di voci, la fame di dirsi di migliaia di vite, la pazienza di milioni d’anime sottomesse come la mia al destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza senza fondamento. In questi momenti il mio cuore palpita più forte per la coscienza che ho di esso.
Vivo più, perché vivo più grande. Sento nella mia persona una forza religiosa, una specie di orazione, una somiglianza di clamore. Ma la reazione contro me proviene dalla mia intelligenza… Mi vedo al quarto piano in Rua dos Douradores, mi assisto con sonno; guardo, sul foglio mezzo scritto, la vita vana senza bellezza e la sigaretta economica che, nel fumarla, appoggio sul vecchio tampone della carta assorbente. Io qui, in questo quarto piano, a interrogare la vita! A dire ciò che le anime sentono!
A fare prosa come i geni e le celebrità! Qui, io, così…

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
FRAMMENTO 369

“La vita è un viaggio sperimentale, fatto involontariamente”


Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
© 2006 Newton Compton editori s.r.l.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Opera pittorica
di Edgar Caracristi


Musica:
Merima Kljuco & Miroslav Tadic
‘Kraj Potoka Bistre Vode’

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La vita è un viaggio sperimentale, fatto involontariamente. È un viaggio dello spirito attraverso la materia, e siccome è lo spirito che viaggia, è in esso che si vive. Per questo, ci sono anime contemplative che sono vissute più intensamente, più estesamente, più tumultuosamente di altre che sono vissute esternamente. Il risultato è tutto. Ciò che si è sentito è stato ciò che si è vissuto. Si torna tanto stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Mai si è vissuto tanto come quando si è pensato molto.
Chi sta in un angolo della sala balla con tutti i ballerini. Vede tutto e, poiché vede tutto, vive tutto. Siccome tutto, in sintesi e definitivamente, è una nostra sensazione, il contatto con un corpo vale quanto la sua visione, o, perfino, il suo semplice ricordo. Danzo, quindi, quando vedo danzare. Dico, come il poeta inglese che narrando, sdraiato su un lontano prato, contemplava tre mietitori: «Un quarto uomo sta mietendo, e quello sono io».
Tutto questo, detto come è sentito, viene a proposito della grande stanchezza, apparentemente senza causa, che è scesa d’improvviso su di me. Sono non solo stanco, ma rattristato, e tale tristezza mi è ugualmente ignota. Sono, per l’angustia, al limite delle lacrime – non delle lacrime del pianto, ma di quelle che si reprimono, lacrime di una malattia dell’anima, e non di un dolore sensibile.
Ho vissuto tanto senza avere vissuto! Ho pensato tanto senza avere pensato! Pesano su di me mondi di violenze statiche, di avventure avute senza muoversi. Sono stufo di ciò che non ho mai avuto né mai avrò, ho fastidio di dèi che non esistono. Porto con me le ferite di tutte le battaglie che non ho fatto. Il mio apparato muscolare è logorato dallo sforzo che neppure ho pensato di fare.
Spento, muto, nullo… Il cielo distante su un’estate morta, imperfetta. Lo guardo come se non fosse lì. Dormo ciò che penso, sto straiato camminando, soffro senza sentire. La mia grande nostalgia è di niente, è niente, come il cielo in alto che non vedo e che sto fissando impersonalmente.


26-3-1932

Fernando Pessoa – Libro del desasosiego

Fernando Pessoa – Libro del desasosiego
Fragmento 344
¡Tanto he vivido sin haber vivido! ¡Tanto he pensado sin haber pensado!

Libro del desasosiego
de Bernardo Soares
Traducción del portugués, organización,
introducción y notas de Ángel Crespo


Leído por Luigi Maria Corsanico


Obras pictóricas de Edgar Caracristi


Música:
Merima Kljuco & Miroslav Tadic
‘Kraj Potoka Bistre Vode’

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La vida es un viaje experimental, hecho involuntariamente. Es un viaje del espíritu a través de la materia y, como es el espíritu quien viaja, es en él donde se vive. Hay, por eso, almas contemplativas que han vivido más intensa, más extensa, más tumultuosamente que otras que han vivido externas. El resultado lo es todo. Lo que se ha sentido ha sido lo que se ha vivido. Uno se recoge de un sueño como de un trabajo visible. Nunca se ha vivido tanto como cuando se ha pensado mucho.
Quien está en el rincón de la sala baila con todos los bailarines. Lo ve todo y, porque lo ve todo, lo vive todo. Como todo, en súmula y ultimidad, es una sensación nuestra, tanto vale el contacto con un cuerpo como su visión o, incluso, su simple recuerdo. Bailo, pues, cuando veo bailar. Digo, como el poeta inglés, al narrar que contemplaba, tumbado en la hierba, a tres segadores: «Un cuarto está segando, y ése soy yo».
Viene todo esto, que va dicho como va sentido, a propósito del gran cansancio, aparentemente sin causa, que ha descendido hoy súbitamente sobre mí. Estoy, no sólo cansado, sino amargado, y la amargura es también desconocida. Estoy, de tan angustiado, al borde del llanto -no de lágrimas que se lloran, sino que se reprimen, lágrimas de una enfermedad del alma, que no de un dolor sensible.
¡Tanto he vivido sin haber vivido! ¡Tanto he pensado sin haber pensado! Pesan sobre mí mundos de violencias paradas, de aventuras tenidas sin movimiento. Estoy harto de lo que nunca he tenido ni tendré, tedioso de dioses por existir. Llevo conmigo las heridas de todas las batallas que he evitado. Mi cuerpo muscular está molido del esfuerzo que no he pensado en hacer.
Empañado, mudo, nulo… El cielo alto es el de un verano muerto, imperfecto. Lo miro como si no estuviese allí. Duermo lo que pienso, estoy echado andando, sufro sin sentir. Mi gran nostalgia lo es de nada, es nada, como el cielo alto que no veo, y que estoy mirando impersonalmente.

26-3-1932

Fernando Pessoa – Ode alla Notte

da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi, Biblioteca Adelphi, 1993.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Fotografie di L.M. Corsanico

Arvo Pärt: Spiegel im Spiegel

Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio,
Notte con le stelle, lustrini rapidi sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente, vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute lungo i fianchi,
vieni e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano sulle ampie terrazze
degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte-febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo dell’orizzonte livido,
vieni e strappami dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.
Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.
Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima!
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto..
Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!
Vieni, premurosa, vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi.. Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO

FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO
Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.


Lettura di Luigi Maria Corsanico (registrazione del 27 dicembre 2017)


Aniversário (15 ottobre 1929)
Álvaro de Campos, in “Poemas”
Heterónimo de Fernando Pessoa


Dmitri Shostakovich
Piano Concerto No. 2 F major, Op. 102 2nd Movement: Andante Kirill Gerstein Charles Dutoit NHK Symphony Orchestra NHK Hall

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Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
io ero felice e nessuno era morto.
Nella casa antica, perfino il mio compleanno era una tradizione secolare, e l’allegria di tutti, e la mia, era giusta come una religione qualsiasi.

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
avevo la grande salute di non capire alcunché,
di essere intelligente per quelli della famiglia,
e di non aver le speranze che gli altri avevano in mia vece.
Quando arrivai ad avere speranze, non sapevo più avere speranze.
Quando arrivai a guardare la vita, avevo perso il senso della vita.

Sì, quello che fui di supposto per me stesso,
quello che fui di cuore e famiglia,
quello che fui di veglie di semiprovincia,
quello che fui perché mi amavano e perché ero bambino,
quello che fui – Dio mio!, quello che solo oggi so di essere stato…
Com’è lontano!…
(Nemmeno l’eco…)
Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!

Ciò che oggi sono è come l’umidità nel corridoio in fondo alla casa,
che provoca muffa nelle pareti…
Ciò che oggi sono (e la casa di quelli che mi hanno amato trema attraverso le mie lacrime),
ciò che oggi sono è che abbiano venduto la casa,
è che tutti siano morti,
è che io sia sopravvissuto a me stesso come un fiammifero freddo…

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno…
Quale oggetto d’amore è per me quel tempo, come una persona!
Desiderio fisico dell’anima di essere lì un’altra volta,
attraverso un viaggio metafisico e carnale,
con una dualità da me a me…
Mangiare il passato come pane per l’affamato, senza tempo di burro sotto i denti!

Vedo tutto ancora una volta con una nitidezza che mi rende cieco alle cose presenti…
La tavola apparecchiata con dei posti in più, con la porcellana migliore, con dei bicchieri in più, la credenza con molte cose – dolci, frutta, il resto nell’ombra sotto la scansia –, le vecchie zie, i cugini estranei, e tutto era per me, al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno…

Fermati, cuore mio!
Non pensare! Lascia il pensiero alla testa!
Oh mio Dio, mio Dio, mio Dio!
Oggi non compio più gli anni.
Perduro.
I miei giorni si addizionano.
Sarò vecchio quando lo sarò.
Nient’altro.
Rabbia di non aver portato in tasca il passato rubato!

Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!…

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine
Frammento

Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
© 2006 Newton Compton editori s.r.l.


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Arvo Pärt – Pari Intervallo
Luca Massaglia, organo

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165.
Sono in uno di quei giorni in cui, come l’entrata in un carcere, mi pesa la monotonia di tutto. La monotonia di tutto, però, non è che la monotonia di me stesso. Ogni volto, anche se è quello di chi abbiamo visto ieri, oggi è un altro, poiché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e nel mondo non ve ne è stato mai un altro uguale. L’identità sta solo nella nostra anima l’identità sentita, seppure falsa con se stessa – per la qual cosa tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è fatto di cose distinte e angolature diverse; ma se siamo miopi, è una nebbia insufficiente e uniforme.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire – non per le Indie impossibili, o per le grandi isole a Sud di tutto, ma per qualsiasi luogo, villaggio o eremo, – che abbia in sé il non essere questo luogo. Voglio non vedere più questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposare, estraneo, dalla mia finzione organica. Voglio sentire arrivare il sonno come vita e non come riposo.
Una capanna in riva al mare, persino una caverna sul ruvido terrazzo di una montagna, possono darmi questo.
Purtroppo solo la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita e non esiste altra legge, perché questa si deve compiere, senza possibilità di rivolta e senza trovare una via di scampo.
Alcuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, e ad altri la schiavitù viene imposta. L’amore vigliacco per la libertà che tutti proviamo – perché se ce l’avessimo, ne rimarremmo sorpresi, come per una cosa nuova, rifiutandola – è il segno reale del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che vorrei la capanna o la caverna dove potermi liberare della monotonia di tutto, che è la monotonia di me stesso, oserei io partire per questa capanna o caverna, sapendo, perché lo so, che, poiché la monotonia è mia, ce l’avrei sempre con me? Io stesso, che soffoco dove sto e perché vi sto, dove potrei respirare meglio, se la malattia è dei miei polmoni e non delle cose che mi circondano?
Io stesso che anelo intensamente al sole puro e ai campi liberi, al mare visibile e all’orizzonte intero, chi mi dice che non troverei strano il letto, o il cibo, o il non dover scendere le otto rampe di scale per uscire in strada, o non entrare nella tabaccheria all’angolo, o non scambiare il buon giorno con il barbiere ozioso?
Tutto quello che ci circonda diventa parte di noi, si infiltra nella nostra sensazione della carne e della vita e, come il muco del grande Ragno, ci unisce sottilmente a quello che ci sta vicino, legandoci in un leggero letto di morte lenta, dove dondoliamo al vento.
Tutto è noi, e noi siamo tutto; ma questo a cosa serve, se tutto è niente?
Un raggio di sole, una nuvola che l’ombra improvvisa ci dice che passa, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando questa cessa, un volto o un altro, delle voci, il riso occasionale tra quelle che parlano, e poi la notte dove emergono senza senso i geroglifici spezzati delle stelle.

FERNANDO PESSOA – Questa vecchia angoscia

Fernando Pessoa – Questa vecchia angoscia
Esta velha angústia (16 giugno 1934 )


Voce di Luigi Maria Corsanico


Fernando Pessoa,
Poesie di Álvaro de Campos,
a cura di Maria José de Lancastre,
traduzione di Antonio Tabucchi,
Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª ediz.


Heitor Villa-Lobos
Melodia Sentimental
Gustavo Tavares – Cello
Nelson Faria – Violão

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Questa vecchia angoscia,
questa angoscia che porto da secoli dentro di me,
è traboccata dal vaso,
in lacrime, in grandi immaginazioni
in sogni tipo incubi senza terrore
in grandi emozioni improvvise, senza alcun senso.

È traboccata.
Quasi non so come comportarmi nella vita
con questo malessere che mi riempie l’anima di pieghe!
Se almeno impazzissi per davvero!
Ma no: è questo essere a mezza strada,
questo quasi,
questo essere sul punto di…

Il ricoverato di un manicomio almeno è qualcuno.
Io sono il ricoverato di un manicomio senza manicomio.
Sono pazzo a freddo,
sono lucido e matto,
sono estraneo a tutto e uguale a tutti:
sto dormendo sveglio con sogni che sono pazzia
perché non sono sogni.
Sono in questo stato…

Povera vecchia casa della mia infanzia perduta!
Chi avrebbe detto che mi sarei tanto disperso!
Che ne è del tuo bambino? È impazzito.
Che ne è di colui che dormiva tranquillo sotto il tuo tetto provinciale?
È impazzito.
Ma chi, fra quelli che fui? È impazzito. Oggi costui è chi io sono.

Se almeno possedessi una religione!
Per esempio, una per quel feticcio
che c’era in casa nostra, la vecchia casa, che veniva dall’Africa.
Era bruttissimo, era grottesco,
ma c’era in lui la divinità di tutto quello in cui si crede.
— Giove, Geova, l’Umanità —
uno qualunque servirebbe,
infatti che cosa è tutto se non quello che pensiamo di tutto?

Scoppia, cuore di vetro dipinto!