Fernando Pessoa – Nada

Fernando Pessoa
El violinista loco
Cuatro dolores, Nada

Poema traducido del texto en inglés por Luigi Maria Corsanico :
THE MAD FIDDLER
IV. FOUR SORROWS
NOTHING, 1914
«The Mad Fiddler». in Poesia Inglesa. Fernando Pessoa. (Organização e tradução de Luísa Freire. Prefácio de Teresa Rita Lopes.) Lisboa: Livros Horizonte, 1995.

Agustín Pío Barrios
La Catedral.Preludio
Nicholas Petrou, guitarra

Imagen:
Alfred Stieglitz. Equivalent. 1930

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Los ángeles vinieron a buscarla
La encontraron a mi lado,
allí donde sus alas la habían guiado.
Los ángeles vinieron a llevársela.
Dejó la clara luz divina de su hogar y había venido a vivir conmigo.

Ella me amaba porque el amor
ama solo las cosas imperfectas.
Los ángeles bajaron del cielo
y la alejaron de mí.
Se la llevaron para siempre
entre sus luminosas alas.

Es cierto que era su hermana
y tan cerca de Dios como ellos.
Pero ella me amaba porque
mi corazón no tenía una hermana.
Se la llevaron,
y eso es todo lo que sucedió.

Typescript of first page of two of the table of contents of “The Mad Fiddler.”
Page numbered “2.” Manuela Nogueira’s Private Collection.

FERNANDO PESSOA – TABACCHERIA

REGISTRAZIONE DEL 2015

Fernando Pessoa
Tabaccheria

(da Poesie di Álvaro de Campos, traduzione di A. Tabucchi. La poesia è del 1928)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich – Symphony No. 5 Op. 47 – Largo
WDR Philharmonic Orchestra, Cologne 1995
conducted by Rudolf Barshai

FERNANDO PESSOA – ODI DI RICARDO REIS

FERNANDO PESSOA – ODI DI RICARDO REIS
da: Fernando Pessoa
UNA SOLA MOLTITUDINE
Volume secondo
a cura di Antonio Tabucchi
con la collaborazione di Maria José de Lancastre
ADELPHI EDIZIONI
Odes de Ricardo Reis . Fernando Pessoa.
(Notas de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.)
Lisboa: Ática, 1946

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt
Tabula rasa – 2. Silentium: Senza moto
Göteborgs Symfoniker · Erik Risberg

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 Quando, Lídia, vier o nosso Outono

Quando, Lidia, verrà il nostro autunno
con l’inverno che porta in sé, riserviamo
un pensiero, non alla futura
primavera, che è di altri,
né all’estate, della quale siamo i morti,
ma solo a quanto resta di ciò che passa –
il giallo attuale che le foglie vivono
e che le rende diverse.
(13.6.1930)

 No breve número de doze meses

Nel breve numero di dodici mesi
l’anno trascorre, e brevi sono gli anni,
pochi la vita dura.
Ché sono dodici o sessanta nella foresta
dei numeri, e quanto poco manca
alla fine del futuro!
Due terzi ormai, del corso così rapido
che mi è imposto di correre scendendo, passo.
Mi affretto, e subito finisco.
Lasciato in declivo cedo, e riluttante affretto
il moribondo passo.
(18.6.1930)

 Não sei de quem recordo meu passado

Non so di chi ricordo il mio passato
ché altro fui quando lo fui, né mi conosco
come se sentissi con l’anima che ho
l’anima che sentendo ricordo.
Da un giorno all’altro ci disancoriamo.
Niente di veritiero a noi ci unisce –
siamo chi siamo, e chi fummo fu
cosa vista di dentro.
(2.7.1930)

 O que sentimos, não o que é sentido

Quel che sentiamo, non quel che è sentito, è ciò che abbiamo. Certo, l’inverno triste accogliamolo come il destino.
Ci sia inverno sulla terra, non nella mente. E, amore ad amore, o libro a libro, amiamo il nostro teschio breve.
(8.7.1930)

 Não só quem nos odeia ou nos inveja

Non solo chi ci odia o chi ci invidia ci limita e opprime; chi ci ama nondimeno ci limita.
Mi concedano gli dèi che, spoglio di affetti, abbia la fredda libertà delle vette deserte.
Chi poco vuole, ha tutto; chi niente vuole è libero; chi non ha, e non desidera, uomo, è uguale agli dèi.
(1.11.1930)

 Não sei se é amor que tens, ou amor que finges,

Non so se è amor che hai, o amor che fingi,
quello che mi dai. Dammelo. Così mi basta.
Giacché per tempo giovane non sono,
che lo sia almeno per errore.
Poco gli dèi ci danno, e il poco è falso.
Però, se ce lo danno, sebbene falso, l’offerta
è vera. Accetto.
Chiudo gli occhi: è sufficiente.
Cosa voglio di più?
(12.11.1930)

Fernando Pessoa – Álvaro de Campos / Ode al crepuscolo

Fernando Pessoa – Ode al crepuscolo
ÁLVARO DE CAMPOS
Dois excertos de odes
(fins de duas odes, naturalmente ) II

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Fernando Pessoa,
UNA SOLA MOLTITUDINE
(volume primo)
a cura di Antonio Tabucchi
con la collabirazione di
Maria José de Lancastre,
Biblioteca Adelphi 86, 1979

Immagini: Oswaldo Goeldi (1895 – 1961)
Pittore e incisore brasiliano.

J.S. Bach. Adagio
da Toccata, Adagio & Fuga BWV 564
Daniil Shafran, Violoncello
Anton Ginzburg, Pianoforte

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II

Ah, il crepuscolo, il cader della notte, l’accendersi delle luci nelle metropoli e la mano del mistero che soffoca il movimento, e in noi la stanchezza del tutto, che ci corrompe per una sensazione esatta e precisa e attiva della Vita! Ogni strada è un canale di una Venezia di tedio, e quanto mistero nel fondo unanime delle strade, delle strade all’ imbrunire, o Cesario Verde, mio Maestro, Cesario del Sentimento dum Ocidental! *
Che fonda inquietudine, che desiderio di altre cose, cose che non sono paesi, momenti, vite, che desiderio forse di altri stati d’animo inumidisce l’interno di un istante tardo e remoto!
Un orrore sonnambulo fra le luci che si accendono, un terrore tenero e liquido appoggiato agli angoli come un mendicante di sensazioni impossibili che nessuno, lo sa, potrà dargli…
Quando io morirò,
quando me ne andrò, ignobilmente, come tutti,
per quella strada la cui idea non si può affrontare,
per quella porta che potendo non varcheremmo mai,
per quel porto che il capitano della Nave non conosce,
che sia in quest’ora degna dell’angustia che ha accompagnato la
mia vita,
in quest’ora mistica e spirituale e antichissima,
in quest’ora in cui forse, molto prima di quanto si creda,
Platone vide in sogno l’idea di Dio
che scolpiva corpo ed esistenza nitidamente plausibili
nel suo pensiero esteriorizzato come un campo.
Sia in quest’ora il mio funerale,
in quest’ora in cui io non so come vivere,
in cui non so quali sensazioni avere o fingere di avere,
in quest’ora la cui misericordia è torturata ed eccessiva,
la cui ombra giunge da qualcosa che non è le cose,
il cui passaggio non strascica vesti sul terreno della Vita Sensibile
e non lascia profumi nelle strade dello sguardo.
Intreccia le mani sulle ginocchia, compagna che non ho né
voglio avere.
Intreccia le mani sulle ginocchia e guardami in silenzio in quest’ora in cui io non posso scorgere il tuo sguardo, guardami in silenzio e in segreto e chiedi a te stessa — tu che mi conosci — chi sono io…

(30.6.1914)

*José Joaquim Cesário Verde
(Lisbona, 25 febbraio 1855 -19 luglio 1886)
è stato un poeta portoghese.
La sua opera più conosciuta:
O Sentimento dum Ocidental, 1880.

Fernando Pessoa – Monologo nella Notte

Fernando Pessoa – Monologo nella Notte
(Monólogo na Noite)
FERNANDO PESSOA
FAUST
Edizione italiana con testo a fronte
a cura di MariaJosé de Lancastre
Trascrizione del manoscritto originale
di Teresa Sobral Cunha
GIULIO EINAUDI EDITORE

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Lux Aeterna (1966)
arranged by Shea Lolin

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FAUST
ATTO TERZO

*
Monologo nella Notte

Sono la Coscienza in odio all’incosciente.
Sono un simbolo incarnato in dolore e in odio,
brandello d’anima di ipotetico Dio
scaraventato nel mondo
con la nostalgia pavida della patria
al cui orrore tremo se penso di tornare
ma senza nulla ( … ) dell’illusione
per vivere in questo esilio. Amore,
pace, amicizia, tutto quanto aiuta
a vivere la menzogna dell’universo
mi viene meno e io ( … )
Oh sistema simulato dell’universo
stelle-nienti, soli irreali
oh, con quale odio carnale e frastornante
il mio essere di esiliato vi odia.
Io sono l’inferno. Sono il Cristo negro
inchiodato sulla croce ignea di me stesso.
Sono la scienza che ignora;
sono l’insania del dolore e del pensare
sopra il libro dell’orrore del mondo.
Poiché sono stato io, maledetto orrore
che mi hai fatto essere e al quale non posso
pensare per maledirti, o per credere
in te; cosi pieno di coscienza e di misura
da non essere accecato dall’odio, da capire
che non so chi sei, da sapere
se almeno potrò pensare di odiarti.

~~~~~~

Monólogo na Noite

Sou a Consciência em Ódio ao inconsciente.
Sou um símbolo encarnado em dor e ódio
Pedaço d’alma de possível Deus
Arremessado para o mundo
Com a saudade pávida da pátria
A cujo horror tremo ao pensar voltar
Mas sem nada (…) da ilusão
Para viver neste desterro. Amor,
Paz, amizade, tudo quanto ajuda
A viver a mentira do universo
Falha-me e eu (…)

Ó sistema mentido do universo
Estrelas-nadas, sóis irreais
Oh com que ódio carnal e estonteante
Meu ser de desterrado vos odeia.
Eu sou o inferno. Sou o Cristo negro
Pregado na cruz ígnea de mim mesmo
Sou o saber que ignora;

Sou a insânia da dor e do pensar
Sobre o livro de horror do mundo.

Por que fui eu, amaldiçoado horror
Que me fizeste ser e que eu nem posso
Pensar para te amaldiçoar, ou crer
Em ti, tão cheio do consciente e mensurante
Que o ódio me não cegue para ver
Que não sei que tu és para saber
Se sequer poderei pensar odiar-te.

Fausto – Tragédia Subjectiva. Fernando Pessoa. (Texto estabelecido por Teresa Sobral Cunha. Prefácio de Eduardo Lourenço.) Lisboa: Presença, 1988. – 112.

(…) parole illeggibili/incerte nel manoscritto originale.

Fernando Pessoa – Ciò che mi fa male non è

Fernando Pessoa – Ciò che mi fa male non è
O que me dói não é 5.9.1933
Poesias de Fernando Pessoa
Lisboa: Ática, 1942 (15ª ed. 1995).
Traduzione di L.M.Corsanico

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie
Gymnopedie No 1 for flute cello and piano
Mate Palhegyi, flute
Balazs Kantor, cello
Szilvia Elek , piano

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Ciò che mi fa male non è
Quel che c’è nel cuore
Ma queste cose belle
Che mai esisteranno…
Sono le forme senza forma
Che passano senza che il dolore
Le possa capire
O sognarle l’amore.
Sono come se la tristezza
Fosse un albero e, una ad una,
Le sue foglie cadessero
Tra le orme e la nebbia.

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O que me dói não é
O que há no coração
Mas essas coisas lindas
Que nunca existirão…
São as formas sem forma
Que passam sem que a dor
As possa conhecer
Ou as sonhar o amor.
São como se a tristeza
Fosse árvore e, uma a uma,
Caíssem suas folhas
Entre o vestígio e a bruma.

Poesias. Fernando Pessoa. (Nota explicativa de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.) Lisboa: Ática, 1942 (15ª ed. 1995). – 168.

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE / FRAMMENTO

FERNANDO PESSOA
Frammento: Tu non esisti, lo so bene, ma so forse con certezza se io esisto?
Tu não existes, eu bem sei, mas sei eu ao certo se existo?

IL SECONDO LIBRO DELL’INQUIETUDE
A cura di Roberto Francavilla
Con una nota di Richard Zenith dall’edizione portoghese
© 2008 Knaur Verlag. An imprint of Verlagsgruppe Droemer Knaur
© Porto Editore / Assírio & Alvim e Richard Zenith
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
“Universale Economica” – I CLASSICI maggio 2018

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith
Double Bass Sonata: III. Molto Adagio
Niek de Groot, double bass
Catherine Klipfel, piano

~~~~~

Tu non esisti, lo so bene, ma so forse con certezza se io esisto? Io, che ti esisto in me, avrò forse più vita reale di te, della stessa vita che ti vive?
Fiamma trasformata in aureola, presenza assente, silenzio ritmico e femmina, crepuscolo di vaga carne, coppa dimenticata per il festino, vetrata dipinta da un pittore-sogno in un Medioevo di un’altra Terra.
Calice e ostia dalla casta raffinatezza, altare abbandonato di santa ancora viva, corolla di gigli sognati del giardino dove mai nessuno è penetrato…
Sei l’unica forma che non causa tedio, perché sei sempre mutevole con il nostro sentimento, perché, così come baci la nostra allegria, culli il nostro dolore, e sei per il nostro tedio l’oppio che conforta e il sonno che riposa e la morte che incrocia e unisce le mani.
Angelo…, di che materia è fatta la tua materia aerea? quale vita ti lega a quale terra, tu che sei volo mai spiccato, ascensione stagnante, gesto di elevazione e di riposo?

~~~~~

Tu não existes, eu bem sei, mas sei eu ao certo se existo? Eu, que te existo em mim, terei mais vida real do que tu, do que a própria vida que te vive?

Chama tornada auréola, presença ausente, silêncio rítmico e fêmea, crepúsculo de vaga carne, taça esquecida para o festim, vitral pintado por um pintor-sonho numa idade média doutra Terra.

Cálice e hóstia de requinte casto, altar abandonado de santa ainda viva, corola de lírio sonhado do jardim onde nunca ninguém entrou…

És a única forma que não causa tédio porque és sempre mudável com o nosso sentimento, porque, como beijas a nossa alegria, embalas a nossa dor, e ao nosso tédio, és-lhe o ópio que conforta e o sono que descansa, e a morte que cruza e junta as mãos.

Anjo (…), de que matéria é feita a tua matéria alada? que vida te prende a que terra, a ti que és voo nunca erguido, ascensão estagnada, gesto de enlevo e de descanso?

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 249.

Fernando Pessoa – La morte è la curva della strada

Fernando Pessoa
La morte è la curva della strada

A morte é a curva da estrada 23-5-1932

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Poesie
di Fernando Pessoa
A cura di Antonio Tabacchi e Maria José de Lancastre
ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO

Poesias. Fernando Pessoa. (Nota explicativa de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.)
Lisboa: Ática, 1942 (15ª ed. 1995). – 142.

Erik Satie: Gymnopedie No 1 – for flute cello and piano
Mate Palhegyi – flute,
Balazs Kantor – cello,
Szilvia Elek – piano

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La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno si è smarrito.
Tutto è verità e cammino.

* * *

A morte é a curva da estrada,
Morrer é só não ser visto.
Se escuto, eu te oiço a passada
Existir como eu existo.

A terra é feita de céu.
A mentira não tem ninho.
Nunca ninguém se perdeu.
Tudo é verdade e caminho.

FERNANDO PESSOA POESIE INEDITE

Fernando Pessoa
Poesie inedite

Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Poesias Inéditas (1919-1930) Lisboa: Ática, 1956
Novas Poesias Inéditas. Lisboa: Ática, 1973

Dmitri Shostakovich
String Quartet No. 8 in C minor, Op. 110
1st movement (Largo)
Borodin String Quartet

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DEUS 3.6.1913

Avolte sono il dio che porto in me
E sono anche il dio, il credente e la preghiera
E il simulacro d’avorio
dove quel dio si smemora.

A volte sono solo un ateo
di quel dio che io sono quando mi esalto.
Vedo dentro me un intero cielo
ed è il puro vuoto di un cielo alto.

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22.11.1928

La speranza come un fiammifero ancora acceso,
L’ho lasciata cadere sul pavimento. Si è spenta sul pavimento illeso.
Il fallimento sociale del mio destino
L’ho riconosciuto, come un mendicante in prigione.

Ogni giorno mi trascina con qualcosa da sperare
Qualcosa che nessun giorno potrà dare.
Ogni giorno mi stanca con le sue speranze…
Ma vivere è sperare e stancarsi.

La promessa non sarà mai mantenuta
Perché nel promettere si è compiuto il destino.
Quello che si spera, se la speranza è entusiasmo,
È stato speso sperandolo, ed è già finito.

Quanta rivincita pensi contro il destino
Nemmeno i versi possono esprimerla. E il dado
Rotolato sotto il tavolo, la carta nascosta
Neppure il giocatore stanco li cerca.

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28.12.1928

La pallida luce della mattina d’inverno,
il molo e la ragione
non danno speranza, nemmeno una sola speranza,
al mio cuore.
Quel che deve essere,
sia che io lo desideri o meno.

Nel rumore del molo, nel turbinio del fiume
nella strada che si risveglia
niente più silenzio, nemmeno un nulla
per il mio sperare.
Quel che non deve essere
altrove sarà, se lo pensassi; tutto il resto è sognare.

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19 novembre 1935
Ultimo componimento poetico scritto da Fernando Pessoa undici giorni prima della morte.

Ci sono malattie peggiori delle malattie,
Ci sono dolori che non dolgono, nemmeno nell’anima,
Ma sono più dolorosi degli altri.
Ci sono angustie sognate più reali
Di quelle che la vita ci porta, ci sono sensazioni
Provate solo con l’immaginario
Che sono più nostre della nostra vita.
Ce ne sono così tante che, senza esistere,
esistono, esistono lungamente,
E lungamente sono nostre, siamo noi …
Sopra il verde torbido dell’ampio fiume
Gli archi bianchi dei gabbiani …
Sopra l’anima il volteggiare inutile
Di quel non era, né poteva essere, e questo è tutto.

Dammi più vino, perché la vita non è niente.

FERNANDO PESSOA – ALL’IMPROVVISO…

Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora.

Frammento da:
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)
Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Max Richter, “On the Nature of daylight”
Orchestre Gabriel Fauré du CRD d’Angoulême

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21.2.1930

All’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perché ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l’aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perché ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Sì, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
È stato un attimo, ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo. Sono stato per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
È stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato. E, alla fine, ho sonno, perché, non so perché, penso che il senso è dormire.