FERNANDO PESSOA – PALUDI

Fernando Pessoa – Paludi
Pauis (23 marzo 1913)
Traduzione e nota di Marcello Comitini
Poesias. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1942
1ª publ. in Renascença. Lisboa: Fev. 1924.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich – String Quartet No. 8
Borodin String Quartet

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Come si possono scandagliare sensazioni contraddittorie, a volte anche misteriose come l’uomo di guardia che, rigido nella sua posa, tiene una lancia più alta di lui? Perché più alta? Perché le paludi bramano l’anima che il poeta definisce d’oro? Perché la luna illumina quel che non dura? Come si fa a  vedere un cancello lontano, attraverso una folla di alberi e sentire vicino il freddo del ferro?

Questo è il fascino dei versi che ci rapiscono  e ci portano dentro l’animo di  Pessoa mentre guarda se stesso e  guarda la realtà immaginaria come fosse realmente  fuori di lui .

Guarda al suo corpo come palude che raggela l’anima con la sua  mortalità; guarda alle proprie mani come strumenti musicali antichi e imperfetti, i cembali,  in grado di emettere una sola nota;  guarda al tempo che il poeta definisce immobile, ma che sotto i nostri occhi scorre paradossalmente nella sua immobilità, anticipatrice dell’Oltre, tra rintocchi malinconici di campane, e grano biondo che impallidisce tra  ceneri morte.

Immagini che ci sensibilizzano verso il  mondo che Pessoa rende visibile e misterioso nello stesso tempo, in cui ciò che ci sembra lontano è vicino e ciò che ci sembra eterno è l’ora che fugge. Sono immagini che ci spingono  a meditare sul nostro essere mistero sulla nostra contraddittorietà tra il nostro apparire e il nostro intimo essere. Su ciò che crediamo il nostro orizzonte che nasconde invece i nostri errori, le nostre futilità oppiacee dei nostri silenzi interiori.

Leggere questi versi è scoprire ebbri la carnalità del nostro essere umani, dell’essere nulla.

Marcello Comitini

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PALUDI

Paludi che bramano la mia anima in oro…
Lamenti lontani di altre campane … Impallidisce il biondo
grano nelle ceneri di Ponente …Corre un freddo carnale da me alla mia anima…
Così sempre uguale, il Tempo! … Ondeggiare delle palme sulle cime! …
Silenzio nella parte inferiore delle foglie, autunno mite
D’un canto di vago uccello … Azzurro dimenticato nello stagno …
Oh quale muto grido di ansia mette gli artigli nel Tempo! …
Quale mio turbamento anela ad altro che a piangere? …
Tendo le mani nell’Oltre, ma tendendole già vedo
Che quello che voglio non è ciò che desidero …
Cimbali d’imperfezione … O quanto antica
L’ora espulsa da te – Tempo! …Onda che nel ritirarsi invade
Il mio abbandonare me stesso sino a svenire
E ricordare tanto il me presente sino a sentirmi senza memoria…
Fluido di aureola trasparente dell’Essere, privo di avere …
Il mistero sa di me che io sono un altro … Il chiaro di luna su quel che non dura…
La sentinella è rigida, la lancia che poggia sul terreno
È più alta di lei … Perché tutto questo… Giorno piatto…
Rampicanti di futilità lambiscono l’oltre del Tempo!
Orizzonti che chiudono gli occhi sullo spazio con segnali di errore!
Fanfare oppiacee di futuri silenzi! … Lunghi treni! …
Cancelli visti lontano, attraverso gli alberi, così di ferro!…

FERNANDO PESSOA – da "Il libro dell'inquietudine"

Registrazione del 1° gennaio 2016

FERNANDO PESSOA
Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares

“Tutta la vita dell’anima umana
è un movimento nella penombra…”

Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Newton Compton editori

Titolo originale:
Livro do Desassossego, Composto por Bernardo Soares,
Ajudante de Guarda-livros na Cidade de Lisboa.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dipinti di Jeanne Bessette
http://bessetteart.com/

Alma
Paolo Fresu-trumpet
Omar Sosa-piano
Jacques Morelenbaum-cello

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Tutta la vita dell’anima umana è un movimento nella penombra.
Viviamo, nell’imbrunire della coscienza, mai certi di cosa siamo o di cosa supponiamo essere.
Nei migliori di noi vive la vanità di qualche cosa, e persiste un errore il cui angolo non conosciamo.
Siamo qualcosa che accade nell’intervallo di uno spettacolo; a volte, attraverso delle porte, intravediamo ciò che forse non è altro che scenario. Tutto il mondo è confuso, come voci nella notte.

Proprio ora ho riletto queste pagine, nelle quali scrivo con persistente chiarezza e mi interrogo: Cosa è questo, e a cosa serve? Chi sono quando sento? Cosa muoio quando sono?

Come qualcuno che, da molto in alto, cerchi di distinguere la vita a valle, così io stesso mi contemplo da una cima, e sono un tutto uno con il paesaggio indistinto e confuso.

È in queste ore di abisso nell’anima che il più piccolo particolare mi opprime come una lettera d’addio.
Mi sento costantemente alla vigilia di un risveglio, mi procura sofferenza l’involucro di me stesso, in un soffocamento di conclusioni. Di buon grado griderei, se la mia voce giungesse da qualche parte. Ma c’è un grande sonno in me che si sposta da sensazione a sensazione come una successione di nuvole, di quelle nuvole che cospargono, dei diversi colori del sole e di verde, l’erba maculata di ombre dei vasti campi.

Sono come qualcuno che cerca a caso, non sapendo dove sia stato nascosto l’oggetto che non gli hanno chiarito cosa fosse. Giochiamo a nascondino con nessuno. C’è, altrove, un sotterfugio trascendente, una divinità fluida e solo percepita.

Rileggo, sì, queste pagine che rappresentano ore povere, piccoli riposi o illusioni, grandi speranze indirizzate verso il paesaggio, pene come stanze in cui non si entra, certe voci, una grande stanchezza, il vangelo ancora da scrivere.

Ciascuno ha la sua vanità, e la vanità di ciascuno è la dimenticanza che esistono altri con anima uguale alla nostra. La mia vanità sono alcune pagine, alcuni brani, certi dubbi…

Rileggo? Ho mentito! Non oso rileggere. Non posso rileggere. A che mi serve rileggere?
Ciò che è lì è un’altra cosa. Non capisco più niente…

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Toda a vida da alma humana é um movimento na penumbra. Vivemos, num lusco-fusco da consciência, nunca certos com o que somos ou com o que nos supomos ser. Nos melhores de nós vive a vaidade de qualquer coisa, e há um erro cujo ângulo não sabemos. Somos qualquer coisa que se passa no
intervalo de um espetáculo; por vezes, por certas portas, entrevemos o que talvez não seja senão cenário. Todo o mundo é confuso, como vozes na noite.
Estas páginas, em que registo com uma clareza que dura para elas, agora mesmo as reli e me interrogo. Que é isto, e para que é isto? Quem sou quando sinto? Que coisa morro quando sou?
Como alguém que, de muito alto, tente distinguir as vidas do vale, eu assim mesmo me contemplo de um cimo, e sou, com tudo, uma paisagem indistinta e confusa.
É nestas horas de um abismo na alma que o mais pequeno pormenor me oprime como uma carta de adeus. Sinto-me constantemente numa véspera de despertar, sofro-me o invólucro de mim mesmo, num abafamento de conclusões. De bom grado gritaria se a minha voz chegasse a qualquer parte. Mas há um grande sono comigo, e desloca-se de umas sensações para outras como uma sucessão de nuvens, das que deixam de diversas cores de sol e verde a relva meio ensombrada dos campos prolongados.
Sou como alguém que procura ao acaso, não sabendo onde foi oculto o objeto que lhe não disseram o que é. Jogamos às escondidas com ninguém.
Há, algures, um subterfúgio transcendente, uma divindade fluida e só ouvida.
Releio, sim, estas páginas que representam horas pobres, pequenos sossegos ou ilusões, grandes esperanças desviadas para a paisagem, mágoas como quartos onde se não entra, certas vozes, um grande cansaço, o evangelho por escrever.
Cada um tem a sua vaidade, e a vaidade de cada um é o seu esquecimento de que há outros com alma igual. A minha vaidade são algumas páginas, uns trechos, certas dúvidas…
Releio? Menti! Não ouso reler. Não posso reler. De que me serve reler? O que está ali é outro. Já não compreendo nada…

FERNANDO PESSOA – Libro del desasosiego

Esta grabación se realizó el  12 agosto 2016

Toda la vida del alma humana es un movimiento en la penumbra

FERNANDO PESSOA
Libro del desasosiego

Trecho 188
“Livro do Desassossego,
Composto por Bernardo Soares,
Ajudante de Guarda-livros na Cidade de Lisboa.”

Traducído por Manuel Moya Escobar
Su traducción de Libro del desasosiego de Fernando Pessoa, apareció en 2010 (Ed. Baile del Sol) y tendrá su segunda edición en Alianza ed. (2016)

Leído por Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos
Choros No 5 “Alma Brasiliera”
Cello – Yo-Yo Ma
Piano – Kathryn Stott

Pinturas de Jeanne Bessette
http://bessetteart.com/

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Toda la vida del alma humana es un movimiento en la penumbra. Vivimos en un anochecer de conciencia, sin saber con certeza lo que somos o lo que creemos ser. En los mejores de nosotros vive la vanidad por algo y hay un cierto error cuyo alcance ignoramos. Somos eso que ocurre en el intermedio de un espectáculo. A veces, por determinadas puertas, entrevemos lo que quizás no sea más que un escenario. Todo el mundo anda confundido, como las voces en la noche.

Estas páginas donde registro con una claridad perdurable, las releo ahora y me pregunto. ¿Qué es esto y para qué? ¿Quién soy cuando siento? ¿Qué es lo que muere en mí mientras soy?

Como alguien que desde lo alto quisiera distinguir las vidas del valle, así es como me contemplo desde la cima y soy, a pesar de todo, un paisaje similar y distinto.

En estas horas en que siento un abismo en el alma, es cuando el más pequeño pormenor me oprime como una carta de despedida. Me siento constantemente como a punto de despertar, sufro mi conexión conmigo mismo, en el sofoco de las conclusiones. De buenas ganas gritaría si mi voz pudiese llegar a alguna parte. Pero hay un gran sueño conmigo que se traslada de unas sensaciones para otras como una sucesión de nubes, de ésas que dejan diversos colores del sol y verde césped medio entristecida de los páramos.

Soy como alguien que busca al azar, sin saber dónde está escondido el objeto del que ni siquiera le han dicho qué es. Jugamos al escondite con nadie. Hay en alguna parte un subterfugio trascendente, una divinidad fluida y solamente escuchada.

Releo, sí, estas páginas que representan míseras horas, pequeños sosiegos e ilusiones, grandes esperanzas relegadas al paisaje, tristezas como dormitorios donde nadie entra, un gran cansancio, el evangelio por escribir.

Cada cual tiene su vanidad, y la vanidad de cada cual consiste en olvidarse de que existen otros seres con un alma similar a la nuestra. Mi vanidad la constituyen algunas páginas, unos fragmentos, ciertas dudas…

¿Releo? ¡Mentí! No me atrevo a releer. No puedo releer. ¿De qué me serviría? Quien está ahí ya es otro. Ya no comprendo nada…

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Toda a vida da alma humana é um movimento na penumbra. Vivemos, num lusco-fusco da consciência, nunca certos com o que somos ou com o que nos supomos ser. Nos melhores de nós vive a vaidade de qualquer coisa, e há um erro cujo ângulo não sabemos. Somos qualquer coisa que se passa no

intervalo de um espetáculo; por vezes, por certas portas, entrevemos o que talvez não seja senão cenário. Todo o mundo é confuso, como vozes na noite.

Estas páginas, em que registo com uma clareza que dura para elas, agora mesmo as reli e me interrogo. Que é isto, e para que é isto? Quem sou quando sinto? Que coisa morro quando sou?

Como alguém que, de muito alto, tente distinguir as vidas do vale, eu assim mesmo me contemplo de um cimo, e sou, com tudo, uma paisagem indistinta e confusa.

É nestas horas de um abismo na alma que o mais pequeno pormenor me oprime como uma carta de adeus. Sinto-me constantemente numa véspera de despertar, sofro-me o invólucro de mim mesmo, num abafamento de conclusões. De bom grado gritaria se a minha voz chegasse a qualquer parte. Mas há um grande sono comigo, e desloca-se de umas sensações para outras como uma sucessão de nuvens, das que deixam de diversas cores de sol e verde a relva meio ensombrada dos campos prolongados.

Sou como alguém que procura ao acaso, não sabendo onde foi oculto o objeto que lhe não disseram o que é. Jogamos às escondidas com ninguém.

Há, algures, um subterfúgio transcendente, uma divindade fluida e só ouvida.

Releio, sim, estas páginas que representam horas pobres, pequenos sossegos ou ilusões, grandes esperanças desviadas para a paisagem, mágoas como quartos onde se não entra, certas vozes, um grande cansaço, o evangelho por escrever.

Cada um tem a sua vaidade, e a vaidade de cada um é o seu esquecimento de que há outros com alma igual. A minha vaidade são algumas páginas, uns trechos, certas dúvidas…

Releio? Menti! Não ouso reler. Não posso reler. De que me serve reler? O que está ali é outro. Já não compreendo nada…

Fernando Pessoa – Ricardo Reis

Fernando Pessoa – Ricardo Reis, Odi [1914-1933]
Maestro, son placide

da: Fernando Pessoa
UNA SOLA MOLTITUDINE
VOLUME SECONDO
A cura di Antonio Tabucchi
con la collaborazione di Maria José de Lancastre

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – Vexations
Reinbert de Leeuw, piano

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Maestro, son placide
tutte le ore
che noi perdiamo,
se nel perderle,
come in un vaso
mettiamo fiori.

Non ha tristezze
né allegrie
la nostra vita.
Così sappiamo,
incauti saggi,
non tanto viverla,

quanto fluirla,
tranquilli, placidi,
con i bambini
come maestri
e gli occhi colmi di Natura…

In riva al fiume,
lungo la strada,
come ci càpita,
nel sempre uguale
lieve riposo
di star vivendo.

Il tempo passa,
niente ci dice.
Noi invecchiamo.
Sappiamo, quasi
maliziosi,
sentirci andare.

Non vale la pena
fare un solo gesto.
Non si resiste
al dio atroce
che i propri figli
divora sempre.

Cogliamo fiori.
Bagniamo lievi
le nostre mani
nei fiumi calmi,
per imparare
calma anche noi.
Girasoli sempre
fissando il Sole,
calmi usciremo
da questa vita, e né
il rimorso avremo
di aver vissuto.

(12.6.1914)

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Mestre, são plácidas
Todas as horas
Que nós perdemos.
Se no perdê-las,
Qual numa jarra,
Nós pomos flores.
Não há tristezas
Nem alegrias
Na nossa vida.
Assim saibamos,
Sábios incautos,
Não a viver,
Mas decorrê-la,
Tranquilos, plácidos,
Tendo as crianças
Por nossas mestras,
E os olhos cheios
De Natureza…
A beira-rio,
A beira-estrada,
Conforme calha,
Sempre no mesmo
Leve descanso
De estar vivendo.
O tempo passa,
Não nos diz nada.
Envelhecemos.
Saibamos, quase
Maliciosos,
Sentir-nos ir.
Não vale a pena
Fazer um gesto.
Não se resiste
Ao deus atroz
Que os próprios filhos
Devora sempre.
Colhamos flores.
Molhemos leves
As nossas mãos
Nos rios calmos,
Para aprendermos
Calma também.
Girassóis sempre
Fitando o Sol,
Da vida iremos
Tranquilos, tendo
Nem o remorso
De ter vivido.

12-6-1914

Odes de Ricardo Reis . Fernando Pessoa. (Notas de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.) Lisboa: Ática, 1946.

Fernando Pessoa – Il mio sguardo è nitido come un girasole

FERNANDO PESSOAIl mio sguardo è nitido come un girasole
da:
UNA SOLA MOLTIDUDINE, Vol.II – IL GUARDIANO DI GREGGI . A cura di Antonio Tabucchi con la collaborazione di Maria José de Lancastre.
O Guardador de Rebanhos”. In Poemas de Alberto Caeiro. Fernando Pessoa. (Nota explicativa e notas de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.) Lisboa: Ática, 1946

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Aleksandr Skrjabin, Etude op.2 no. 1
Emil Gilels, piano

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II

Il mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l’abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra,
e talvolta guardando dietro di me…
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene…
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero…
Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo…

Credo nel mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso a esso,
perché pensare è non capire…
Il Mondo non è stato fatto perché lo si pensi,
(pensare è un’infermità degli occhi)
ma perché lo si guardi e si sia d’accordo con esso…

Io non ho filosofie: ho sensi…
Se parlo della Natura non è perché sappia cosa essa è,
ma perché la amo, e la amo per questo,
perché chi ama non sa mai quello che ama,
né sa perché ama, né cosa sia amare…

Amare è l’eterna innocenza,
e l’unica innocenza, non pensare…

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Alberto Caeiro
II – O meu olhar é nítido como um girassol.

O meu olhar é nítido como um girassol.
Tenho o costume de andar pelas estradas
Olhando para a direita e para a esquerda,
E de vez em quando olhando para trás…
E o que vejo a cada momento
É aquilo que nunca antes eu tinha visto,
E eu sei dar por isso muito bem…
Sei ter o pasmo essencial
Que tem uma criança se, ao nascer,
Reparasse que nascera deveras…
Sinto-me nascido a cada momento
Para a eterna novidade do Mundo…

Creio no Mundo como num malmequer,
Porque o vejo. Mas não penso nele
Porque pensar é não compreender…
O Mundo não se fez para pensarmos nele
(Pensar é estar doente dos olhos)
Mas para olharmos para ele e estarmos de acordo…

Eu não tenho filosofia: tenho sentidos…
Se falo na Natureza não é porque saiba o que ela é,
Mas porque a amo, e amo-a por isso,
Porque quem ama nunca sabe o que ama
Nem sabe porque ama, nem o que é amar…

Amar é a eterna inocência,
E a única inocência é não pensar…

8-3-1914

Fernando Pessoa – Leggo e mi sento liberato

 Il 30 novembre 1935 muore all’età di 47 anni. Negli ultimi momenti della sua vita chiede i suoi occhiali e invoca gli eteronimi. La sua ultima frase scritta è nella lingua in cui fu educato, l’inglese: I know not what tomorrow will bring (Non so cosa porterà il domani).

da:
Fernando Pessoa
IL LIBRO DELL’ INQUIETUDINE
DI BERNARDO SOARES

Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Bach/Busoni – Adagio da BWV 564
Vladimir Horowitz

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I know not what tomorrow will bring (Scritto autografo di Fernando Pessoa)

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

52.

“Quantunque io appartenga, spiritualmente, alla stirpe dei romantici, non trovo riposo se non nella lettura dei classici. La loro stessa ristrettezza, attraverso cui la chiarezza si esprime, chissà da cosa mi conforta. Colgo in essi una alacre impressione di vita ampia, che contempla vasti spazi senza percorrerli. Gli stessi dèi pagani riposano del mistero.
L’analisi più che curiosa delle sensazioni – a volte delle sensazioni che supponiamo di avere – l’identificazione del cuore con il paesaggio, la rivelazione anatomica dei nervi tutti, l’uso del desiderio come volontà e dell’aspirazione come pensiero – tutte queste cose mi sono fin troppo familiari perché mi rechino qualche altra novità, o mi procurino quiete.
Ogni volta che provo tali sensazioni, desidererei, proprio perché le sento, stare a sentire un’altra cosa. Al contrario, quando leggo un classico, mi viene data proprio questa altra cosa.
Lo confesso apertamente e senza vergogna… Non c’è brano di Chateaubriand o canto di Lamartine – brani che tante volte sembrano dare voce a ciò che penso, canti che spesso mi sembrano declamati per essere riconosciuti – che mi elevi o mi innalzi come un brano in prosa di Vieira o un’ode di quei pochi classici nostri che sono stati davvero seguaci di Orazio.
Leggo e mi sento liberato. Acquisisco oggettività. Non sono più io e mi dissipo. E ciò che leggo, invece di essere un mio abito che vedo appena e a volte mi pesa, è la grande chiarezza del mondo esterno, del tutto straordinaria, il sole che vede tutti, la luna che martella di ombre il suolo quieto, gli ampi spazi che finiscono in mare, la solidità nera degli alberi punteggiati di verde sulla chioma, la pace solida delle fontane delle ville di campagna, i sentieri ostruiti dalle vigne, lungo i brevi declivi dei pendii.
Leggo come chi abdica. E, come la corona o il mantello reali non sono mai così grandi come quando il Re, che se ne va, li abbandona al suolo, depongo sui mosaici delle anticamere tutti i miei giorni trionfali del tedio e del sogno, e salgo la scalinata con la sola nobiltà di vedere.
Leggo come chi passa. Ed è nei classici, nei calmi, in quelli che, quando soffrono, non lo dicono, che mi sento transeunte sacro, unto pellegrino contemplatore senza motivo del mondo senza proposito, Principe del Grande Esilio, che andandosene ha dato, all’ultimo mendicante, l’estrema elemosina della propria desolazione.”

MARCELLO COMITINI – CASSANDRA

CASSANDRA

di
Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

Effetti grafici: LMC

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Un cubo trasparente è ciò che si presenta ai miei occhi, appena varcata la soglia della platea del teatro. È come una scatola di vetro che occupa tutto il palcoscenico da entrambi i lati e fino al limite superiore del sipario. La platea è ancora deserta. Le luci sono spente. Mi chiedo se sono giunto a spettacolo iniziato.

No – mi risponde la maschera che mi accompagna con una torcia, proiettando ai miei piedi una intensa luce che illumina i passi con un alone rosso come macchie di sangue – l’ha voluto il regista affinché niente distragga il pubblico. Vuole che nessuno spettatore possa vedere altro che non sia la scena e gli attori. Anche il colore di questa luce, vede?

Durante la recita – continua la ragazza puntandomi la torcia contro gli occhi – avvengono scambi di personaggi, di vittime che si trasformano in eroi e di eroi in vittime. Bisogna che si presti un’attenzione particolare. Mai voltarsi, per esempio, verso quello specchio enorme che il regista ha voluto in fondo alla sala.

Prendo posto in una poltrona della prima fila, di fianco al corridoio centrale. La ragazza si allontana sorridendo.

Mi guardo intorno. Il pubblico inizia a entrare. Si sperde nella sala, duplicata da quello specchio. Anche gli spettatori saranno duplicati, penso. Saremo in tanti – mi dico guardando le interminabili file delle poltrone ancora vuote.

Da anni si recita questo spettacolo e a ogni replica il teatro si riempie. La particolare sceneggiatura, ma soprattutto la vicenda dell’assassinio di un re e la sua amante, portata da terre lontane, richiama folle immense. La scena dell’assassinio ogni anno viene applaudita particolarmente. Invece – commentano i giornali che recensiscono lo spettacolo ad ogni recita – sembra debole quella della trasformazione. Non aggiungono altro.

Adesso la sala è piena. Mi alzo, mi guardo intorno. Una radura interminabile di poltrone. Ogni poltrona fa sentire lo spettatore come padrone di un piccolo trono. Ogni testa è avvolta stranamente da un intenso alone buio. Siamo re acefali in attesa.

Piccoli fari, posti in basso lungo le pareti laterali della platea, proiettano la loro luce su enormi disegni in stile greco di colore bruno-rossiccio, con figure di uomini mentre afferrano una testa d’ariete e tentano di sfondare un pesante portone di quercia, di altri mentre scendono dal ventre di un cavallo e di donne con piccoli in braccio che fuggono da torri sventrate e in fiamme. In alto sulla parete di fondo del cubo si nota la scena di un eroe con le braccia enormemente lunghe, che sgozza una giovane donna sull’altare di un dio e ne scaglia il corpo contro le rocce.

Al di là della trasparenza delle pareti, il pubblico assiste alla scena preparatoria. Il regista vuole che tutto si svolga in modo cristallino dinnanzi agli occhi degli spettatori.

Nella penombra, tra corde e travi , gli operai manovrano le funi, le fanno scorrere silenziosamente sulle carrucole, i fonici sistemano le casse acustiche e gli elettricisti puntano i fari e illuminano l’interno come una stanza. È una luce fredda come se il sole di una giornata invernale attraversasse il soffitto.

All’interno del cubo sulla sinistra è rimasto in ombra un angolo che forma una inspiegabile nicchia con al centro uno sgabello di legno scolpito e intarsiato con fregi d’oro. 

Clitemnestra è in piedi di profilo. Dona la sensazione d’essere entrata da destra attraversando un varco invisibile nella parete. Indossa un elegante mantello celeste che le avvolge il corpo e una tunica bianca lunga sino ai piedi. Sosta per un attimo poi si dirige verso lo sgabello. Si siede con le spalle dritte e rigide, poggia le mani sul ventre, le nasconde tra le profonde pieghe blu del mantello. A fianco dello sgabello, come uno scettro lasciato lì provvisoriamente, il lungo manico di una scure a doppio taglio le cui lame lanciano bagliori alla luce dei fari. Come quello degli spettatori, il volto di Clitemnestra è in ombra. La sua lunga tunica bianca spicca come il calice di un giglio rovesciato. Dietro le sue spalle scorre lungo la parete di fondo il sangue della giovane donna. Oh, adesso sembra un bambino!

Volgendo le spalle al pubblico Cassandra sta in piedi in silenzio. È al centro del fascio di luce con cui l’occhio di bue la illumina con violenza.

Chi può mai dimenticare – grida Clitemnestra – che Agamennone ha ucciso mio figlio scagliandolo contro una roccia e poi mia figlia Ifigenia, sacrificata per condurre qui questa straniera? Questa barbara che non comprende neppure la nostra lingua ma vuole entrare in questa casa come fosse la sua?

Un mantello di povera lana rossa, lacerato in più parti, ricopre a mala pena le spalle di Cassandra lasciandola quasi nuda. Gli sguardi del pubblico la spogliano del tutto, desiderosi di toccare almeno con gli occhi il suo corpo statuario.

Si vede chiaramente che ha freddo, lacrime silenziose le solcano le guance, ma non si riesce a vederne il volto immerso nell’ombra, profonda e spessa come il velo che le ricopre il capo.

I tecnici si allontanano. La scena preparatoria è terminata. Le mura grezze del teatro ricoperte di polvere e nero di fumo, fanno da sfondo.

Clitemnestra invita Cassandra a varcare la parete di fondo per raggiungere Agamennone.

Cassandra sembra non aver sentito. Immobile e silenziosa abbassa leggermente il capo sul petto. Clitemnestra nell’ombra sorride con un’espressione serena sul volto.

Il pubblico non capisce. La lentezza della scena esaspera gli spettatori. Temono una lunga attesa prima di poter vedere scorrere il sangue dell’eroe. Eppure gli era stato promesso. Che fine aveva fatto l’uccisione di Agamennone?

Uno del pubblico si alza, si allontana dal proprio posto, attraversa il corridoio centrale sino a giungere ai piedi del palco. Vi si appoggia con il petto, distende le braccia, spalanca le mani, punta gl’indici verso Cassandra, a voce alta le chiede di voltarsi e mostrare il viso. Poi si rivolge a Clitemnestra chiedendole se davvero ucciderà Agamennone, da dove le viene la forza di mostrare quella serenità, se dietro quel sorriso si nasconde un inganno.

O forse il regista ha deciso che Agamennone non venga ucciso? E perché tace Cassandra? Ha dimenticato la battuta? E il suggeritore dentro la buca si è addormentato?

Qualcuno in fondo alla platea grida che nessuno spettacolo può pretendere che la tensione possa durare in eterno né permettersi di lasciare che il pubblico attenda per troppo tempo le risposte.

Si giunga al nocciolo, si uccida Agamennone, si uccida Cassandra e finalmente libero da ogni suo timore, Egisto esca da dietro le quinte. Faccia vedere che il suo amore è sincero. Ci faccia sognare, aggiunge un’anziana signora seduta al mio fianco, con gli occhi che luccicano di vani desideri.

Clitemnestra si alza in piedi, smette di sorridere e rivolta al pubblico giura d’aver già ucciso Agamennone e che adesso toccherà alla straniera.

Dal fondo della platea si ode un grido. Il pubblico si gira, vede Agamennone cadere nella rete della sua sposa. Il delitto viene replicato con freddezza dallo specchio su cui schizzano grosse gocce di sangue.

Tutti gli spettatori chiedono a gran voce, pugni alzati, che sia subito uccisa anche Cassandra e che entrambi siano appesi perché tutti possano vedere i loro volti, riconoscerli domani tra la folla.

Dal vuoto dello specchio, una voce di donna:

Credevi di sorprendermi quando hai teso l’agguato ad Agamennone, credevi che non sapessi che nascondevi tra le pieghe del tuo cuore il coltello con cui mi ucciderai?

Lo sapevo fin da quando Apollo mi ha condannata a questa preveggenza, fin da quando Agamennone mi ha costretta a diventare la sua amante.

Quando sulla nave che ci portava qui sono entrata tra le sue braccia, stretta in una relazione carnale tra vincitore e vinta, mi ha narrato di te, di come con gli anni ti sei trasformata, hai perso ogni grazia. Sapeva che al rientro non avrebbe potuto più desiderarti, che saresti stata per lui come un tramonto di cui si percepisce nelle ossa il freddo della notte.

Tra le sue braccia ho sentito il fiotto del sangue sgorgare dalle sue vene, scendere sino al mio ventre, macchiare le mie cosce di vergine, e ho sentito il tuo fiato di fuoco sul mio collo come una madre che odia la figlia preda del delirio del sesso.

Non ero io la preda ma il tuo Agamennone, preda cieca delle proprie voglie, del desiderio di potere, del suo sentirsi irresistibile e invincibile.

Anche io, condannata alla veggenza, conosco molto meglio di te, tutti i terribili delitti di cui si è macchiato, delle uccisioni, delle sue vittime, come se io fossi una di loro, delle tue umiliazioni subite, della sua violenza contro una vergine.

Tu mi ritieni una barbara, temi che io sia una che vuole sottrarti il potere. Come sei cieca! Non sai che anche tu sarai presto vittima di quelle stesse paure che credi di allontanare uccidendomi.

Tace per un attimo. Si volge verso il pubblico come una cieca nelle tenebre della notte e con voce stentorea dice: E tutti voi che volete la mia morte, siete già vittime delle vostre paure.

Il silenzio si è fatto come un fumo azzurrognolo che stagna su ogni più piccola fonte di luce. Tutto diventa incerto in questa nebbiolina che confonde i contorni.

Gli spettatori alzano gli occhi verso il palco. Clitemnestra si muove lentamente, i suoi passi sono pesanti, è confusa. Va alla spalle di Cassandra e le vibra numerosi colpi di pugnale alla schiena.

Cassandra cade alzando il volto verso la sua assassina. Un fascio di luce la colpisce in viso. Le sue guance sono rigate di lacrime. Le sue mani si tendono verso Clitemnestra.

Un sibilo risuona per tutto il teatro acuto e penetrante come quello di un’aquila ferita in alto tra i monti. È Cassandra o Clitemnestra che grida? Sembra piuttosto l’urlo lanciato dalle vittime amplificato all’infinito dallo specchio in fondo alla platea.

Tutto il pubblico si alza in piedi sgomento, volta per un attimo le spalle alla scena. L’uomo che prima si era appoggiato al palcoscenico con il petto si ritrae inorridito. Anche lui guarda verso il fondo della sala.

Quello che il regista avrebbe voluto scongiurare a tutti i costi, è accaduto. Quell’attimo di distrazione ha permesso a Cassandra di fuggire.

No – mormora tra sé lo scenografo – Non è fuggita. Si è cambiata di abito, ne ha indossato uno elegante, ha scostato i capelli incollati alla bocca sanguinante, li ha legati dietro la nuca. Non è più la straniera. È Ifigenia, che tutti vediamo sacrificata sull’altare in fondo a quella parete.

Adesso Clitemnestra inorridita si china sulla vittima, stringe tra le braccia il suo corpo senza vita, le afferra il capo tra le mani, le carezza le guance. La bacia sulla fronte piangendo. La chiama figlia.

Il pubblico con le lacrime agli occhi si alza in piedi e applaude. A chi?

MARCELLO COMITINI © CASSANDRA , 23/10/2019 Copyright