FERNANDO PESSOA POESIE INEDITE

Fernando Pessoa
Poesie inedite

Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Poesias Inéditas (1919-1930) Lisboa: Ática, 1956
Novas Poesias Inéditas. Lisboa: Ática, 1973

Dmitri Shostakovich
String Quartet No. 8 in C minor, Op. 110
1st movement (Largo)
Borodin String Quartet

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DEUS 3.6.1913

Avolte sono il dio che porto in me
E sono anche il dio, il credente e la preghiera
E il simulacro d’avorio
dove quel dio si smemora.

A volte sono solo un ateo
di quel dio che io sono quando mi esalto.
Vedo dentro me un intero cielo
ed è il puro vuoto di un cielo alto.

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22.11.1928

La speranza come un fiammifero ancora acceso,
L’ho lasciata cadere sul pavimento. Si è spenta sul pavimento illeso.
Il fallimento sociale del mio destino
L’ho riconosciuto, come un mendicante in prigione.

Ogni giorno mi trascina con qualcosa da sperare
Qualcosa che nessun giorno potrà dare.
Ogni giorno mi stanca con le sue speranze…
Ma vivere è sperare e stancarsi.

La promessa non sarà mai mantenuta
Perché nel promettere si è compiuto il destino.
Quello che si spera, se la speranza è entusiasmo,
È stato speso sperandolo, ed è già finito.

Quanta rivincita pensi contro il destino
Nemmeno i versi possono esprimerla. E il dado
Rotolato sotto il tavolo, la carta nascosta
Neppure il giocatore stanco li cerca.

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28.12.1928

La pallida luce della mattina d’inverno,
il molo e la ragione
non danno speranza, nemmeno una sola speranza,
al mio cuore.
Quel che deve essere,
sia che io lo desideri o meno.

Nel rumore del molo, nel turbinio del fiume
nella strada che si risveglia
niente più silenzio, nemmeno un nulla
per il mio sperare.
Quel che non deve essere
altrove sarà, se lo pensassi; tutto il resto è sognare.

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19 novembre 1935
Ultimo componimento poetico scritto da Fernando Pessoa undici giorni prima della morte.

Ci sono malattie peggiori delle malattie,
Ci sono dolori che non dolgono, nemmeno nell’anima,
Ma sono più dolorosi degli altri.
Ci sono angustie sognate più reali
Di quelle che la vita ci porta, ci sono sensazioni
Provate solo con l’immaginario
Che sono più nostre della nostra vita.
Ce ne sono così tante che, senza esistere,
esistono, esistono lungamente,
E lungamente sono nostre, siamo noi …
Sopra il verde torbido dell’ampio fiume
Gli archi bianchi dei gabbiani …
Sopra l’anima il volteggiare inutile
Di quel non era, né poteva essere, e questo è tutto.

Dammi più vino, perché la vita non è niente.

FERNANDO PESSOA – ALL’IMPROVVISO…

Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora.

Frammento da:
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)
Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000


Lettura di Luigi Maria Corsanico


Max Richter, “On the Nature of daylight”
Orchestre Gabriel Fauré du CRD d’Angoulême

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21.2.1930

All’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perché ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l’aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perché ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Sì, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
È stato un attimo, ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo. Sono stato per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
È stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato. E, alla fine, ho sonno, perché, non so perché, penso che il senso è dormire.

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Introduzione all’ascolto di Marcello Comitini.

M’immagino Pessoa che scrive con la pipa tra le labbra nella sua confortevole stanza, e mentre scrive pensa che tutto ciò che gli sta intorno non esiste. Ma è lui che lo cancella e nel cancellarlo si fa il dono del vuoto, che gli permette di vedersi nudo e indifeso e spesso offeso dalla realtà da cui si sente aggredito.
Non è la realtà che lo aggredisce ma quella condizione, spesso maledetta, che condanna tutti i poeti a vedere, con occhi esasperati dalla propria sensibilità, ogni cosa incastonata nella propria transitorietà, destinata a finire, e che nulla di ciò che li circonda è puro, di quella purezza che solo un animo sensibile desidera al di là di ogni possibile realtà.
Quando poi l’idea di Dio e della sua eternità immutabile, diventano per il poeta la chiave che spalanca la porta del sognare e del piangere, allora l’uomo-poeta si accorge del proprio bisogno più intimo di sentirsi orfano per poter accrescere il sogno di essere amato. Ma anche per ipotizzare un universo talmente immenso da contenere indistintamente tutti i propri sogni e i propri incubi, e per l’eternità smarrirvisi.
Questo prendere coscienza della propria contraddittorietà, crea una frattura – come la sente Pessoa – tra l’uomo che ogni giorno gioca con i suoi gingilli (tecnologici, hobbistici, idealistici, artistici o semplicemente affettivi – nell’ottica in cui li percepisce il poeta) e l’uomo che si accorge, anche solo per un attimo, del proprio trastullarsi, mentre è in realtà alla ricerca dell’amore e dell’essenza della vita.
Ma questo amore e questa essenza si potranno mai raggiungere?
Allora Dio, lui che avrebbe il potere di consolare permettendo il soddisfacimento dell’anelito umano, ha lo stesso potere del vento che, malinconicamente si dissolve come si dissolvono tutte le aspirazioni a cui tende l’uomo.

Fernando Pessoa – Dov’è Dio, anche se non esiste?
Onde está Deus, mesmo que não exista?

Fernando Pessoa
IL SECONDO LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Titolo dell’opera originale
LIVRO DO DESASSOSSEGO, COMPOSTO POR BERNARDO SOARES, AJUDANTE DE GUARDA-LIVROS NA CIDADE DE LISBOA
A cura di Roberto Francavilla
Con una nota di Richard Zenith dall’edizione portoghese
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Nancy Dalberg, String Quartet No. 1 in D Minor: III. Adagio
Nordic String Quartet

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Dov’è Dio, anche se non esiste? Voglio pregare e piangere, pentirmi di crimini che non ho commesso, godere del perdono di una carezza non propriamente materna.
Un grembo su cui piangere, ma un grembo enorme, informe, spazioso come una notte d’estate e al contempo vicino, caldo, femminile, accanto a un focolare qualsiasi… Potervi piangere cose impensabili, fallimenti che non so neanche quali sono, tenerezze di cose inesistenti e brividi per grandi dubbi su chissà quale futuro…
Una nuova infanzia, ancora una vecchia nutrice e un piccolo letto dove alla fine addormentarsi, fra racconti che cullano, uditi appena, con l’attenzione che affievolisce, pericoli che si insinuavano fra giovani capelli biondi come il grano…
E tutto ciò grandissimo, molto eterno, per sempre definitivo, della statura unica di Dio, là nella triste e sonnolenta realtà ultima delle Cose…
Un grembo o una culla o un braccio caldo attorno al collo… Una voce che canta piano e sembra farmi piangere… Il crepitio della fiamma del focolare… Un caldo d’inverno… Un tiepido smarrimento della mia coscienza… E poi senza suono, un sogno calmo in uno spazio enorme, come la luna che ruota fra le stelle…
Quando metto da parte i miei artifici e metto in ordine in un angolo, con un’attenzione piena di affetto – con la voglia di dare loro dei baci –, i miei giocattoli, le parole, le immagini, le frasi –, divento così piccolo e inoffensivo, così solo in una stanza così grande, e così triste, così profondamente triste!…
Insomma, chi sono, quando non gioco? Un povero orfano abbandonato in Via delle Sensazioni, che batte i denti dal freddo all’angolo della Realtà, costretto a dormire sui gradini della Tristezza e a mangiare il pane offerto dalla Fantasia. Di mio padre so il nome; mi hanno detto che si chiamava Dio, ma il nome non mi dice niente. A volte, di notte, quando mi sento solo, lo chiamo e piango, e me ne faccio un’idea da poter amare… Ma poi penso che non lo conosco, che forse lui non è così, che forse non sarà mai quello il padre della mia anima…
Quando avrà fine tutto ciò, queste strade dove trascino la mia miseria, e questi gradini dove contengo il freddo e sento le mani della notte penetrarmi fra gli stracci? Se un giorno Dio venisse a prendermi e mi portasse a casa sua e mi desse calore e affetto… A volte ci penso e piango per la gioia di pensare che posso pensarlo… Ma il vento soffia per le strade e le foglie cadono sul marciapiede… Alzo gli occhi e vedo le stelle che non hanno nessun senso… E di tutto ciò resto soltanto io, un povero bambino abbandonato che nessun Amore ha voluto come figlio adottivo, nessuna Amicizia come suo compagno di giochi.
Ho troppo freddo. Sono così stanco nel mio abbandono. Va’ a prendere, o Vento, mia Madre. Portami di Notte alla casa che non ho mai conosciuto… Restituiscimi, o Silenzio immenso, la mia nutrice e la mia culla e la canzone che mi faceva addormentare…

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Onde está Deus, mesmo que não exista? Quero rezar e chorar, arrepender-me de crimes que não cometi, gozar ser perdoado como uma carícia não propriamente materna.
Um regaço para chorar, mas um regaço enorme, sem forma, espaçoso como uma noite de Verão, e contudo próximo, quente, feminino, ao pé de uma lareira qualquer… Poder ali chorar coisas impensáveis, falências que nem sei quais são, ternuras de coisas inexistentes, e grandes dúvidas arrepiadas de não sei que futuro…
Uma infância nova, uma ama velha outra vez, e um leito pequeno onde acabe por dormir, entre contos que embalam, mal ouvidos, com uma atenção que se torna morna, os perigos que penetravam em jovens cabelos louros como o trigo… E tudo isto muito grande, muito eterno, definitivo para sempre, da estatura única de Deus, lá no fundo triste e sonolento da realidade última das coisas…
Um colo ou um berço ou um braço quente em torno ao meu pescoço… Uma voz que canta baixo e parece querer fazer-me chorar… O ruído de lume na lareira… Um calor no Inverno… Um extravio morno da minha consciência… E depois sem som, um sonho calmo num espaço enorme, como a lua rodando entre estrelas…
Quando ponho de parte os meus artifícios e arrumo a um canto, com um cuidado cheio de carinho — com vontade de lhes dar beijos — os meus brinquedos, as palavras, as imagens, as frases — fico tão pequeno e inofensivo, tão só num quarto tão grande e tão triste, tão profundamente triste! …
Afinal eu quem sou, quando não brinco? Um pobre órfão abandonado nas ruas das sensações, tiritando de frio às esquinas da Realidade, tendo que dormir nos degraus da Tristeza e comer o pão dado da Fantasia. De um pai sei o nome; disseram -me que se chamava Deus, mas o nome não me dá ideia de nada. Às vezes, na noite, quando me sinto só, chamo por ele e choro, e faço-me uma ideia dele a quem possa amar… Mas depois penso que o não conheço, que talvez ele não seja assim, que talvez não seja nunca esse o pai da minha alma…
Quando acabará isto tudo, estas ruas onde arrasto a minha miséria, e estes degraus onde encolho o meu frio e sinto as mãos da noite por entre os meus farrapos? Se um dia Deus me viesse buscar e me levasse para sua casa e me desse calor e afeição… Às vezes penso isto e choro com alegria a pensar que o posso pensar… Mas o vento arrasta-se pela rua fora e as folhas caem no passeio… Ergo os olhos e vejo as estrelas que não têm sentido nenhum… E de tudo isto fico apenas eu, uma pobre criança abandonada, que nenhum Amor quis para seu filho adoptivo, nem nenhuma Amizade para seu companheiro de brinquedos.
Tenho frio de mais. Estou tão cansado no meu abandono. Vai buscar, O Vento, a minha Mãe. Leva-me na Noite para a casa que não conheci… Torna a dar-me ó Silêncio imenso, a minha ama e o meu berço e a minha canção com que dormia…

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.II. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. (289)

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento 235 (438)

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine
Frammento 235 (438) 29.11.1931
FELTRINELLI, Universale Economica
Traduttori: Maria Josè de Lancastre, Antonio Tabucchi
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith – Trauermusik for Viola and Strings (1936)
Yuri Bashmet, viola
Solistas de Moscou

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FERNANDO PESSOA
LIVRO DO DESASSOSSEGO
Título: Se alguma coisa ha que esta vida tem
Heterónimo: Bernardo Soares
Volume: II
Número: 438
Página: 182 – 185
Data: 29-11-1931
Nota: [4-26, 27 e 28, dact.];

Fernando Pessoa – Nuvole

Fernando Pessoa – Nuvole
Lisbona, 15.9.1931
da “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi
Universale Economica Feltrinelli

Lettura di Luigi Maria Corsanico del 20 dicembre 2015

Gymnopédie No. 1, Variation 1 (Arr. for Jazz Trio) – Jacques Loussier

Fotografie di L.M.Corsanico

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Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
Nuvole… Continuano a passare,alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.
Nuvole… Esse sono tutto,crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.
Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Frammento / 121 (340)

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. 23.3.1930
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre
Universale Economica Feltrinelli

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Johann Sebastian Bach – Toccata “dorica” BWV 538
organista Luciano Zecca

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Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima.
Allora, tutte le idee che hanno fatto pulsare la nostra vita, i progetti, le ambizioni su cui abbiamo fondato la speranza del futuro, si strappano come se il vento le investisse, si aprono come se fossero nuvole, si dileguano come ceneri di nebbia, stracci di ciò che non fu e che non potrebbe essere stato. E dietro alla disfatta sorge, pura, la solitudine nera e implacabile del cielo deserto e stellato. Il mistero della vita ci addolora e ci spaventa con tutti i suoi volti. A volte piomba su di noi come un fantasma senza forma, e l’anima si raggela per lo spavento più terribile: la paura dell’incarnazione mostruosa del non-essere. Altre volte esso sta alle nostre spalle, mostrandosi soltanto quando non voltiamo la testa per guardarlo, ed è la verità tutt’intera nel suo profondissimo orrore di non conoscerla.
Ma questo orrore che oggi mi annichilisce è meno nobile, è più corrosivo. È il desiderio di non voler pensare, è il desiderio di non esser mai stato nulla, è la disperazione consapevole di tutte le cellule del tessuto dell’anima. È la sensazione improvvisa di essere imprigionato in una cella infinita. Dove si può pensare di fuggire, se la sola cella è tutto?
E allora ho un desiderio dilagante e assurdo, come un satanismo precedente a Satana: che un giorno, un giorno privo di tempo e di sostanza, sia possibile evadere da Dio, e che, in una forma ignota, il più profondo di noi non appartenga più all’essere o al non essere.

23.3.1930

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Há um cansaço da inteligência abstracta e é o mais horroroso dos cansaços.

Há um cansaço da inteligência abstracta e é o mais horroroso dos cansaços. Não pesa como o cansaço do corpo nem inquieta como o cansaço pela emoção. É um peso da consciência o mundo, um não poder respirar com a alma.
Então, como se o vento nelas desse, e fossem nuvens, todas as ideias em que temos sentido a vida, todas as ambições e desígnios em que temos fundado a esperança na continuação dela, se rasgam, se abrem, se afastam tornadas cinzas de nevoeiros, farrapos do que não foi nem poderia ser. E por detrás da derrota surge pura a solidão negra e implacável do céu deserto e estrelado.
O mistério da vida dói-nos e apavora-nos de muitos modos. Umas vezes vem sobre nós como um fantasma sem forma, e a alma treme com o pior dos medos — a da incarnação disforme do Não-ser. Outras vezes está atrás de nós, visível só quando nos não voltamos para ver, e é a verdade toda no seu horror profundíssimo de a desconhecermos.
Mas este horror que hoje me anula é menos nobre e mais roedor. É uma vontade de não querer ter pensamento, um desejo de nunca ter sido nada, um desespero consciente de todas as células do corpo e da alma. E o sentimento súbito de se estar enclausurado numa cela infinita. Para onde pensar em fugir, se só a cela é tudo?
E então vem-me o desejo transbordante, absurdo, de uma espécie de satanismo que precedeu Satan, de que um dia — um dia sem tempo nem substância — se encontre uma fuga para fora de Deus e o mais profundo de nós deixe, não sei como, de fazer parte do ser ou do não-ser.

23-3-1930

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.II. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 340.

Fernando Pessoa – L’amore è una compagnia

FERNANDO PESSOA. LISBONA, 13 GIUGNO 1888

Fernando Pessoa – L’amore è una compagnia
O amor é uma companhia

(10 luglio 1930)
da “O Pastor Amoroso”,
in “Poemas de Alberto Caeiro”
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
da: UN’AFFOLLATA SOLITUDINE
POESIE ETERONIME
Bur Rizzoli
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Tudo isto é fado (versão curta) por António Cobra

Tamara de Lempicka – The Dream, 1927

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L’amore è una compagnia.
Più non so andar solo per le strade,
ché più non posso andar solo.
Un pensiero visibile mi fa andare più in fretta
e vedere meno, e bearmi al contempo di veder tutto.
Anche l’assenza di lei è una cosa che sta con me.
E lei mi piace tanto che non so come desiderarla.
Se non la vedo, la immagino e sono forte come gli alti alberi.
Ma se la vedo tremo, non so che ne è di quel che sento nella sua assenza.
Tutto io sono forze che mi abbandonano.
Tutta la realtà mi guarda come un girasole con il volto di lei al centro.

FERNANDO PESSOA – E FINALMENTE MI QUIETO

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Frammento / 199 (369)
E finalmente mi quieto. 5.6.1934 (Sossego enfim)
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre
Universale Economica Feltrinelli

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Samuel Barber, String Quartet Op. 11.
Dover Quartet

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E finalmente mi quieto. Dissipazioni e ricordi svaniscono dalla mia anima come se non fossero mai esistiti. Resto solo e calmo. Vivo questo momento come se fosse il momento di una conversione religiosa. Eppure non c’è nulla che mi attragga verso il trascendente, anche se nulla più mi lega all’immanente. Mi sento libero come se finissi di esistere conservandone la consapevolezza.
Mi quieto, sì, mi quieto. Una grande quiete, soave come un’inutilità, scende nel fondo del mio essere. Le pagine lette, i doveri compiuti, i passi e gli eventi del vivere: tutto si è trasformato in una vaga penombra, in un alone appena visibile che circonda qualcosa di tranquillo che non so definire. L’azione attraverso la quale a volte ho dimenticato l’anima; il pensiero, attraverso il quale a volte ho dimenticato l’azione; entrambi mi si trasformano in una sorta di tenerezza priva di sentimento, una compassione insulsa e vuota.
Non è questa giornata pigra e soave, nebbiosa e blanda. Non è questa brezza imperfetta, quasi nulla, poco più dell’aria. Non è il colore anonimo del cielo stancamente azzurro qua e là. No. No, perché non sento. Vedo senza intenzioni e senza soluzioni. Assisto attentamente a uno spettacolo che non esiste. Non avverto l’anima, soltanto la quiete. Le cose esterne, nitide e immobili, anche quelle che si muovono, sono per me come deve essere stato il mondo per Cristo quando dall’alto di tutto Satana lo tentò. Sono un nulla, eppure capisco che Cristo non si sia lasciato tentare. Sono un nulla, e non capisco come Satana, vecchio di tanta esperienza, si illudesse di tentarlo.
Scorri leggera, vita impercettibile, silenzioso ruscello che fugge sotto alberi dimenticati! Scorri blanda, anima sconosciuta, mormorio invisibile oltre i grandi rami caduti! Scorri inutile e senza ragione, consapevolezza che non è consapevole di niente, vaga luce in lontananza fra radure di foglie, che non sappiamo da dove viene né dove va! Scorri, scorri, e lasciami dimenticare!
Vago soffio di una cosa che non osò vivere, insipido sorso di una cosa che non poté sentire, mormorio inutile di una cosa che non volle pensare, vai lento, vai pigro, vai con i vortici che ti aspettano e lungo i declivi che incontrerai; vai verso l’ombra o verso la luce, fratello del mondo; vai verso la gloria o verso l’abisso, figlio del Caos e della Notte, ricordandoti ancora, in un qualche angolo di te stesso, che gli Dei sono venuti più tardi e che anche gli Dei passano.

Fernando Pessoa – Tabaccheria

TABACARIA
Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.

Fernando Pessoa
Tabaccheria

(da Poesie di Álvaro de Campos, traduzione di A. Tabucchi. La poesia è del 15-1-1928)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich – Symphony No. 5 Op. 47 – Largo WDR Philharmonic Orchestra, Cologne 1995 conducted by Rudolf Barshai

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). – 252.
1ª publ. in Presença, nº 39. Coimbra: Jul. 1933.

FERNANDO PESSOA – Ricardo Reis, Segui il tuo destino

Lettura di Luigi Maria Corsanico

FERNANDO PESSOA
UN’AFFOLLATA SOLITUDINE
POESIE ETERONIME
A cura di Piero Ceccucci
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Con testo portoghese

RICARDO REIS
Segui il tuo desino
Segue o teu destino

Juan Antonio Vargas y Guzmán
Sonata VIII para Guitarra
Tente en el Ayre, Música Barroca de la Nueva España.
La Fontegara

~~~~~~

Segui il tuo destino,
bagna le tue piante,
ama le tue rose.
Il resto è l’ombra
di alberi estranei.
La realtà sempre
è di meno o più
di quel che vogliamo.
Solo noi restiamo
uguali a noi stessi.
Dolce è vivere soli.
Grande e nobile è sempre
viver semplicemente.
Lascia la pena sulle are
come ex-voto agli déi.
Guarda da lungi la vita.
Non interrogarla.
Essa niente può
dirti. La risposta
è al di là degli Dèi.
Ma serenamente
imita l’Olimpo
dentro il tuo cuore.
Gli dèi sono dèi
perché non si pensano.
1.7.1916

~~~~~~~

Ricardo Reis
Segue o teu destino

Segue o teu destino,
Rega as tuas plantas,
Ama as tuas rosas.
O resto é a sombra
De árvores alheias.
A realidade
Sempre é mais ou menos
Do que nós queremos.
Só nós somos sempre
Iguais a nós-próprios.
Suave é viver só.
Grande e nobre é sempre
Viver simplesmente.
Deixa a dor nas aras
Como ex-voto aos deuses.
Vê de longe a vida.
Nunca a interrogues.
Ela nada pode
Dizer-te. A resposta
Está além dos deuses.
Mas serenamente
Imita o Olimpo
No teu coração.
Os deuses são deuses
Porque não se pensam.
1-7-1916


Odes de Ricardo Reis . Fernando Pessoa. (Notas de João Gaspar Simões e Luiz de Montalvor.) Lisboa: Ática, 1946 (imp.1994).