Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Introduzione all’ascolto di Marcello Comitini.

M’immagino Pessoa che scrive con la pipa tra le labbra nella sua confortevole stanza, e mentre scrive pensa che tutto ciò che gli sta intorno non esiste. Ma è lui che lo cancella e nel cancellarlo si fa il dono del vuoto, che gli permette di vedersi nudo e indifeso e spesso offeso dalla realtà da cui si sente aggredito.
Non è la realtà che lo aggredisce ma quella condizione, spesso maledetta, che condanna tutti i poeti a vedere, con occhi esasperati dalla propria sensibilità, ogni cosa incastonata nella propria transitorietà, destinata a finire, e che nulla di ciò che li circonda è puro, di quella purezza che solo un animo sensibile desidera al di là di ogni possibile realtà.
Quando poi l’idea di Dio e della sua eternità immutabile, diventano per il poeta la chiave che spalanca la porta del sognare e del piangere, allora l’uomo-poeta si accorge del proprio bisogno più intimo di sentirsi orfano per poter accrescere il sogno di essere amato. Ma anche per ipotizzare un universo talmente immenso da contenere indistintamente tutti i propri sogni e i propri incubi, e per l’eternità smarrirvisi.
Questo prendere coscienza della propria contraddittorietà, crea una frattura – come la sente Pessoa – tra l’uomo che ogni giorno gioca con i suoi gingilli (tecnologici, hobbistici, idealistici, artistici o semplicemente affettivi – nell’ottica in cui li percepisce il poeta) e l’uomo che si accorge, anche solo per un attimo, del proprio trastullarsi, mentre è in realtà alla ricerca dell’amore e dell’essenza della vita.
Ma questo amore e questa essenza si potranno mai raggiungere?
Allora Dio, lui che avrebbe il potere di consolare permettendo il soddisfacimento dell’anelito umano, ha lo stesso potere del vento che, malinconicamente si dissolve come si dissolvono tutte le aspirazioni a cui tende l’uomo.

Fernando Pessoa – Dov’è Dio, anche se non esiste?
Onde está Deus, mesmo que não exista?

Fernando Pessoa
IL SECONDO LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Titolo dell’opera originale
LIVRO DO DESASSOSSEGO, COMPOSTO POR BERNARDO SOARES, AJUDANTE DE GUARDA-LIVROS NA CIDADE DE LISBOA
A cura di Roberto Francavilla
Con una nota di Richard Zenith dall’edizione portoghese
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Nancy Dalberg, String Quartet No. 1 in D Minor: III. Adagio
Nordic String Quartet

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Dov’è Dio, anche se non esiste? Voglio pregare e piangere, pentirmi di crimini che non ho commesso, godere del perdono di una carezza non propriamente materna.
Un grembo su cui piangere, ma un grembo enorme, informe, spazioso come una notte d’estate e al contempo vicino, caldo, femminile, accanto a un focolare qualsiasi… Potervi piangere cose impensabili, fallimenti che non so neanche quali sono, tenerezze di cose inesistenti e brividi per grandi dubbi su chissà quale futuro…
Una nuova infanzia, ancora una vecchia nutrice e un piccolo letto dove alla fine addormentarsi, fra racconti che cullano, uditi appena, con l’attenzione che affievolisce, pericoli che si insinuavano fra giovani capelli biondi come il grano…
E tutto ciò grandissimo, molto eterno, per sempre definitivo, della statura unica di Dio, là nella triste e sonnolenta realtà ultima delle Cose…
Un grembo o una culla o un braccio caldo attorno al collo… Una voce che canta piano e sembra farmi piangere… Il crepitio della fiamma del focolare… Un caldo d’inverno… Un tiepido smarrimento della mia coscienza… E poi senza suono, un sogno calmo in uno spazio enorme, come la luna che ruota fra le stelle…
Quando metto da parte i miei artifici e metto in ordine in un angolo, con un’attenzione piena di affetto – con la voglia di dare loro dei baci –, i miei giocattoli, le parole, le immagini, le frasi –, divento così piccolo e inoffensivo, così solo in una stanza così grande, e così triste, così profondamente triste!…
Insomma, chi sono, quando non gioco? Un povero orfano abbandonato in Via delle Sensazioni, che batte i denti dal freddo all’angolo della Realtà, costretto a dormire sui gradini della Tristezza e a mangiare il pane offerto dalla Fantasia. Di mio padre so il nome; mi hanno detto che si chiamava Dio, ma il nome non mi dice niente. A volte, di notte, quando mi sento solo, lo chiamo e piango, e me ne faccio un’idea da poter amare… Ma poi penso che non lo conosco, che forse lui non è così, che forse non sarà mai quello il padre della mia anima…
Quando avrà fine tutto ciò, queste strade dove trascino la mia miseria, e questi gradini dove contengo il freddo e sento le mani della notte penetrarmi fra gli stracci? Se un giorno Dio venisse a prendermi e mi portasse a casa sua e mi desse calore e affetto… A volte ci penso e piango per la gioia di pensare che posso pensarlo… Ma il vento soffia per le strade e le foglie cadono sul marciapiede… Alzo gli occhi e vedo le stelle che non hanno nessun senso… E di tutto ciò resto soltanto io, un povero bambino abbandonato che nessun Amore ha voluto come figlio adottivo, nessuna Amicizia come suo compagno di giochi.
Ho troppo freddo. Sono così stanco nel mio abbandono. Va’ a prendere, o Vento, mia Madre. Portami di Notte alla casa che non ho mai conosciuto… Restituiscimi, o Silenzio immenso, la mia nutrice e la mia culla e la canzone che mi faceva addormentare…

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Onde está Deus, mesmo que não exista? Quero rezar e chorar, arrepender-me de crimes que não cometi, gozar ser perdoado como uma carícia não propriamente materna.
Um regaço para chorar, mas um regaço enorme, sem forma, espaçoso como uma noite de Verão, e contudo próximo, quente, feminino, ao pé de uma lareira qualquer… Poder ali chorar coisas impensáveis, falências que nem sei quais são, ternuras de coisas inexistentes, e grandes dúvidas arrepiadas de não sei que futuro…
Uma infância nova, uma ama velha outra vez, e um leito pequeno onde acabe por dormir, entre contos que embalam, mal ouvidos, com uma atenção que se torna morna, os perigos que penetravam em jovens cabelos louros como o trigo… E tudo isto muito grande, muito eterno, definitivo para sempre, da estatura única de Deus, lá no fundo triste e sonolento da realidade última das coisas…
Um colo ou um berço ou um braço quente em torno ao meu pescoço… Uma voz que canta baixo e parece querer fazer-me chorar… O ruído de lume na lareira… Um calor no Inverno… Um extravio morno da minha consciência… E depois sem som, um sonho calmo num espaço enorme, como a lua rodando entre estrelas…
Quando ponho de parte os meus artifícios e arrumo a um canto, com um cuidado cheio de carinho — com vontade de lhes dar beijos — os meus brinquedos, as palavras, as imagens, as frases — fico tão pequeno e inofensivo, tão só num quarto tão grande e tão triste, tão profundamente triste! …
Afinal eu quem sou, quando não brinco? Um pobre órfão abandonado nas ruas das sensações, tiritando de frio às esquinas da Realidade, tendo que dormir nos degraus da Tristeza e comer o pão dado da Fantasia. De um pai sei o nome; disseram -me que se chamava Deus, mas o nome não me dá ideia de nada. Às vezes, na noite, quando me sinto só, chamo por ele e choro, e faço-me uma ideia dele a quem possa amar… Mas depois penso que o não conheço, que talvez ele não seja assim, que talvez não seja nunca esse o pai da minha alma…
Quando acabará isto tudo, estas ruas onde arrasto a minha miséria, e estes degraus onde encolho o meu frio e sinto as mãos da noite por entre os meus farrapos? Se um dia Deus me viesse buscar e me levasse para sua casa e me desse calor e afeição… Às vezes penso isto e choro com alegria a pensar que o posso pensar… Mas o vento arrasta-se pela rua fora e as folhas caem no passeio… Ergo os olhos e vejo as estrelas que não têm sentido nenhum… E de tudo isto fico apenas eu, uma pobre criança abandonada, que nenhum Amor quis para seu filho adoptivo, nem nenhuma Amizade para seu companheiro de brinquedos.
Tenho frio de mais. Estou tão cansado no meu abandono. Vai buscar, O Vento, a minha Mãe. Leva-me na Noite para a casa que não conheci… Torna a dar-me ó Silêncio imenso, a minha ama e o meu berço e a minha canção com que dormia…

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.II. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. (289)

Jorge Luis Borges – Assenza

Jorge Luis Borges – Assenza
Fervore di Buenos Aires (Milano, Adelphi 2010)
Traduzione di Tommaso Scarano
Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Moon”, musica di Koichi Kishi
Yuki Hirano, violino
Toshihide Temma, chitarra

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Dovrò di nuovo erigere la vasta vita,
specchio di te ancora:
dovrò ricostruirla ogni mattina.
Ora che non ci sei,
quanti luoghi son diventati vani
e senza senso, uguali
a lampade di giorno.
Sere che ti hanno accolto come nicchie,
musiche dove trovavo te ad attendermi,
parole di quel tempo,
dovrò distruggervi con queste mani.
In quale baratro potrò celare l’anima
perché non veda la tua assenza,
fulgida come un sole orribile
che non tramonta mai, spietata, eterna?

La tua assenza mi sta attorno
come la corda al collo,
come il mare a chi affoga.

Charles Baudelaire – Aggiornamenti

Aggiornamenti: Charles Baudelaire / Les Fleurs du Mal

Traduzione di Marcello Comitini

Spleen LX

Sono pieno di ricordi come avessi mille anni.

L’albatro

Spesso per divertirsi, gli uomini d’equipaggio catturano degli albatri…

Elevazione

Al di sopra di laghi e di montagne…

La morte

La morte degli amanti / La morte dei poveri / La morte degli artisti

LXII Spleen

Quando il cielo basso e cupo pesa…

L’uomo e il mare

Uomo libero, sempre amerai il mare!

La musica

La musica talvolta m’avvolge come un mare!

L’ennemi

Ma jeunesse ne fut qu’un ténébreux orage…

Il nemico

Fu la mia giovinezza una tempesta oscura…

Canto d’autunno

Piomberemo a breve nelle fredde tenebre.

La Bellezza

Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra…

L’irrimediabile

Un Essere, una Forma, un’Idea…

Tristezze della luna

Questa sera la luna più languida sogna.

A una passante

Intorno mi assordava la strada con clamore.

PABLO NERUDA – LOS ENEMIGOS

PABLO NERUDA
CANTO GENERAL

V. La arena traicionada
LOS ENEMIGOS

Leído por Luigi Maria Corsanico

Pinturas y murales de
David Alfaro Siqueiros (1896-1974)

Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 7 in La maggiore op. 92
II movimento, Allegretto
Berliner Philharmoniker, Herbert von Karajan

Canto general es el décimo poemario de Pablo Neruda, publicado por primera vez en México, en los Talleres Gráficos de la Nación, en 1950, y que empezó a componer en 1938. Con pocas semanas de diferencia, se imprimió y circuló en Chile una versión clandestina, con pie de imprenta ficticio (Imprenta Juárez, Reforma 75, Ciudad de México), a cargo de Américo Zorrilla y del ilustrador José Venturelli. La edición original que salió en México incluyó ilustraciones de los muralistas mexicanos Diego Rivera y David Alfaro Siqueiros.
Neruda explicó en sus memorias que consideraba Canto general como su libro más importante. Lo concibió como un «proyecto poético monumental» que aborda la historia de Latinoamérica siguiendo los antiguos cantos épicos. Consta de quince secciones, 231 poemas y más de quince mil versos.

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Ellos aquí trajeron los fusiles repletos
de pólvora, ellos mandaron el acerbo
exterminio,
ellos aquí encontraron un pueblo que cantaba,
un pueblo por deber y por amor reunido,
y la delgada niña cayó con su bandera,
y el joven sonriente rodó a su lado herido,
y el estupor del pueblo vio caer a los muertos
con furia y con dolor.
Entonces, en el sitio
donde cayeron los asesinados,
bajaron las banderas a empaparse de sangre
para alzarse de nuevo frente a los asesinos.
Por esos muertos, nuestros muertos,
pido castigo.
Para los que de sangre salpicaron la patria,
pido castigo.
Para el verdugo que mandó esta muerte,
pido castigo.
Para el traidor que ascendió sobre el crimen,
pido castigo.
Para el que dio la orden de agonía,
pido castigo.
Para los que defendieron este crimen,
pido castigo.
No quiero que me den la mano
empapada con nuestra sangre.
Pido castigo.
No los quiero de embajadores,
tampoco en su casa tranquilos,
los quiero ver aquí juzgados
en esta plaza, en este sitio.
Quiero castigo.

MARCELLO COMITINI – L’ATTORE

Marcello Comitini
l’ATTORE ©settembre 2020

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith: Organ Sonata No.2 (1937) – 3. Fuge · Peter Hurford

immagine dal web di proprietà dell’autore

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L’occhio di luce sospeso nel buio
mi segue, ostinato mi avvolge
nella sua vampa
proietta ai miei piedi
l’ombra sfocata di un uomo.
Sui miei lineamenti
un angelo e un demone tracciano
un me e un altro da me.
Gesticolo rido pronuncio
parole come se fossero mie.
Piango con tutto il cuore
le lacrime versate da un’ombra.
Esulto, frugo nell’intimo
di un io sconosciuto
scambio le parti
tra l’essere io e il mio essere un altro.
Gridano tracimano
l’uno nell’altro s’azzuffano
appaiono insieme bifronti
mi donano la sensazione
d’essere il dio di qualcuno o qualcosa.
Ho il volto dell’uomo
che sente in sé il desiderio potente
di violentare la morte.
Arreso alla mia pluralità mi perdo
trascinato nell’altrove
del tempo e della mente.
Dietro le quinte
mi guardo attentamente allo specchio
mi meraviglio
di non avere volto, soltanto un ricordo
e il mio sguardo che brucia.
Ritento ogni battuta,
mimo ogni scena.
Ma è un caos vivente di voci
uno stillicidio di memorie e di sentimenti
che appartengono a un altro
o a quel me stesso svelato in mille altri volti.
Dal palcoscenico li ho visti.
Spettatori sospesi nel buio
del finito evento
che ha rapito i loro animi.
Si alzano
voltano le spalle, si allontanano
parlano a voce bassa,
commentano tra loro
a mente ebbra di commozione
le parole del demone e dell’angelo.
Scompaiono dalle porte in fondo al teatro.

Nel silenzio
mi concedo una muta ricompensa.
Cerco a memoria nei loro visi
la sagoma dispersa del mio volto.

l’ATTORE – Marcello Comitini © settembre 2020

Julio Cortázar – El futuro

Julio Cortázar
El futuro

de “Salvo el crepúsculo”,
Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984
Leído por Luigi Maria Corsanico

Django Reinhardt & Stephane Grappelli
Nuages

Capucine,Café de la paix/1952
Foto de Georges Dambier

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Y sé muy bien que no estarás.
No estarás en la calle,
en el murmullo que brota de noche
de los postes de alumbrado,
ni en el gesto de elegir el menú,
ni en la sonrisa que alivia
los completos de los subtes,
ni en los libros prestados
ni en el hasta mañana.
No estarás en mis sueños,
en el destino original
de mis palabras,
ni en una cifra telefónica estarás
o en el color de un par de guantes
o una blusa.
Me enojaré amor mío,
sin que sea por ti,
y compraré bombones
pero no para ti,
me pararé en la esquina
a la que no vendrás,
y diré las palabras que se dicen
y comeré las cosas que se comen
y soñaré las cosas que se sueñan
y sé muy bien que no estarás,
ni aquí adentro, la cárcel
donde aún te retengo,
ni allí fuera, este río de calles
y de puentes.
No estarás para nada,
no serás ni recuerdo,
y cuando piense en ti
pensaré un pensamiento
que oscuramente
trata de acordarse de ti.

Pablo Neruda – El viento en la isla

Pablo Neruda – El viento en la isla
Los Versos del Capitán
El Amor
Leído por Luigi Maria Corsanico

“Los versos del capitán” fue publicado por primera vez de manera anónima en Italia en 1952, siendo impreso por su amigo Paolo Ricci, Nápoles, Imprenta “L’Arte Tipográfica”. Apareció por primera vez bajo la autoría de Neruda en Chile en 1963, con una nota explicativa de su autor de por qué decidió quitarle el anonimato, con firma en Isla Negra en noviembre de ese año .

Heitor Villa-Lobos Etude No.1 Ming Huang, guitarra

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El viento es un caballo:
óyelo cómo corre
por el mar, por el cielo.
Quiere llevarme: escucha
cómo recorre el mundo
para llevarme lejos.
Escóndeme en tus brazos
por esta noche sola,
mientras la lluvia rompe
contra el mar y la tierra
su boca innumerable.
Escucha cómo el viento
me llama galopando
para llevarme lejos.
Con tu frente en mi frente,
con tu boca en mi boca,
atados nuestros cuerpos
al amor que nos quema,
deja que el viento pase
sin que pueda llevarme.
Deja que el viento corra
coronado de espuma,
que me llame y me busque
galopando en la sombra,
mientras yo, sumergido
bajo tus grandes ojos,
por esta noche sola
descansaré, amor mío.

Boris Vian – Non vorrei crepare

Boris Vian – Non vorrei crepare
(traduzione di G.A. Cibotto)
Je voudrais pas crever
J.- J. Pauvert, 1962

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – Gnossienne no. 1 for Alto Flute and Piano
Paolo Bertolotto – Piano
Luke Pickman – Alto flute

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Non vorrei crepare
Prima d’aver conosciuto
I cani neri del Messico
Che dormono senza sognare
Le scimmie dal culo pelato
Divoratrici di fiori tropicali
I ragni d’argento
Dal nido pieno di bolle
Non vorrei crepare
Senza sapere se la luna
Dentro la faccia di vecchia moneta
Abbia una parte appuntita
Se il sole è freddo
Se le quattro stagioni
Siano poi veramente quattro
Senza aver tentato
Di sfoggiare un vestito
Lungo i grandi viali alberati
Senza aver contemplato
La bocca delle fogne
Senza aver ficcato il cazzo
In certi angoli bizzarri
Non vorrei crepare
Senza conoscere la lebbra
O le sette malattie
Che si prendono laggiù
Il buono e il cattivo
Non mi tormenterebbero
Se sapessi
Che ci sarà una prima volta
E troverò pure
Tutto ciò che conosco
Tutto ciò che apprezzo
E sono sicuro mi piace
Il fondo verde del mare
Dove ballano i filamenti delle alghe
Sulla sabbia ondulata
La terra bruciata di giugno
La terra che si screpola
L’odore delle conifere
E i baci di colei
Che mi fa stravedere
La bella per essenza
Il mio Orsacchiotto, Orsola
Non vorrei crepare
Prima d’aver consumato
La sua bocca con la mia bocca
Il suo corpo con le mie mani
Il resto coi miei occhi
Non dico altro bisogna
Restare umili
Non vorrei crepare
Prima che abbiano inventato
Le rose eterne
La giornata di due ore
Il mare in montagna
La montagna al mare
La fine del dolore
I giornali a colori
La felicità dei ragazzi
E tante cose ancora
Che dormono nei crani
Degli ingegneri geniali
Dei giardinieri allegri
Di socievoli socialisti
Di urbani urbanisti
E di pensatori pensierosi
Tante cose da vedere
Da vedere e da sentire
Tanto tempo da aspettare
Da cercare nel nero
E io vedo la fine
Che brulica e che arriva
Con la sua gola schifosa
E che m’apre le braccia
Da rana storpia
Non vorrei crepare
Nossignore nossignora
Prima d’aver assaporato
Il piacere che tormenta
Il gusto più intenso
Non vorrei crepare
Prima di aver gustato
Il sapore della morte…

Marcello Comitini – La música

Marcello Comitini
La música
©3 de agosto de 2020

Leído por Luigi Maria Corsanico

Andrea Falconieri (1586-1656)
La suave melodia y su corrente
Ensemble La Musa Armonica

Gustav Klimt
Die Musik, 1895
Neue Pinakothek – Monaco de Baviera

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La música fluye clara
de la piedra sagrada del ser
baja, se alza con susurros y escalofríos
a lo largo de las caderas opresivas de la memoria.
Desvela
sin pasar por los ojos
la exacta geografía de las palabras
las libera en la escucha
las hace pura esencia
las inyecta en el azul, vena por vena.
Como éter profundo
se extiende por todo el cuerpo
lo disuelve en márgenes fugaces
entre el tiempo y la eternidad.
Ofrece como regalo a la mente
las turbaciones del alma,
los colores que fluyen
entre oscuridad y recaídas
de una canción repetida con la boca cerrada.
Desvela
donde se acumulan
las sombras de la mortalidad
como el viento hace sin
que la carne se pudra
entre los dedos del tiempo.

Vaga por el espacio
se rasga por llamadas no humanas
de miedos y pesadillas
se reforma en luminosa esencia.
Se hace leve
como una nube en el aire.
Se desvanece.

Vuelve para iluminarnos, ella consoladora.
Ella, pensativo encanto.

©Marcello Comitini