PABLO NERUDA – SOLILOQUIO NELLE TENEBRE

Pablo Neruda
Soliloquio nelle tenebre
Estravagario, 1958

Pablo Neruda, Stravagario, Nuova Accademia, 1963
traduzione di Giuseppe Bellini.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Libertango, Astor Piazzolla
Cello, Junghoon Han

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Capisco che forse ora
siamo gravemente soli,
mi propongo d’interrogare:
ci parleremo da uomo a uomo.

Con te, con colui che passa,
con quelli che nacquero ieri,
con tutti quelli che morirono
e con chi nascerà domani
voglio parlare senza che nessuno oda,
senza che stiano sempre sussurrando,
senza che si trasformino le cose
nelle orecchie della strada.

Bene, dunque, da dove e verso dove?
Perché t’è venuto in mente di nascere?
Sai che la terra è piccola
appena come una mela,
come una pietruzza dura,
e che si uccidono i fratelli,
per un pugno di polvere?

C’e terra per i morti!

Sai ormai, o lo saprai,
che il tempo è un giorno appena
e un giorno è solo una goccia?

Come camminerai, come camminasti?
Sociale, gregario o taciturno?
Camminerai davanti
a coloro che nacquero con te?
O con un trombone in mano
minaccerai le loro reni?

Che ne farai di tanti giorni
che ti restano e soprattutto
di tanti giorni che ti mancano?

Sai che nelle strade non c’è nessuno
e neppure dentro le case?
Solo vi son occhi alle finestre.
Se non hai dove dormire
bussa a una porta e ti apriranno,
ti apriranno fino a un certo punto
e vedrai che dentro fa freddo,
che quella casa è vuota,
e nulla vuol aver a che fare con te,
non valgon nulla le tue storie,
e se insisti con la tua tenerezza
il cane e il gatto ti mordono.

Arrivederci, finché mi avrai dimenticato!

Me ne vado perche non ho tempo
di fare altre domande al vento.

Ho tanta fretta che appena
posso camminare con decoro,
in qualche parte mi attendono
per accusarmi di qualcosa, e devo
difendermi da qualcosa:
nessuno sa di che si tratta,
si sa però che è urgente
e se non arrivo è chiuso,
e come mi difenderò
se busso e non aprono la porta?

Arrivederci, parleremo prima.
Oppure parleremo poi, non ricordo,
o forse non ci siamo visti mai
né possiamo comunicare tra noi.
Ho quest’abitudine da pazzo,
parlo, non c’è nessuno e non mi ascolto,
m’interrogo e non mi rispondo.

2 pensieri su “PABLO NERUDA – SOLILOQUIO NELLE TENEBRE”

  1. Neruda non soffre della solitudine in cui tutti ci crediamo immersi, volenti o nolenti. La sua è la solitudine del non conformista, del rifiutato, del senza tetto, di colui che bussa non per chiedere ma perché aprano il cuore al suo messaggio. Una solitudine talmente aspra, talmente dura da mettere in dubbio le sue facoltà mentali, la sua stessa capacità di sapersi ascoltare. È sempre così quando ci si accorge che gli altri non comprendono quel che gli viene detto, anzi lo storpiano interpretandolo a modo proprio. E allora si ha voglia di dire: “forse non ci siamo visti mai”.

    Piace a 1 persona

    1. Carissimo Marcello, leggendo questo Neruda, così diverso dal Poeta ventenne di ” Veinte poemas de amor y una canción desesperada” (tuttora esse sono tra le sue opere maggiormente apprezzate), faccio mia la sua frustrazione: “Me ne vado perché non ho tempo di fare altre domande al vento.” Una considerazione che può spingere a non proporsi più, a chiudersi nella torre, nella propria lucida follia, fino a non rispondere nemmeno a se stesso. Grazie per il tuo commento, come sempre prezioso.

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