CESARE PAVESE – LE PAROLE

Cesare Pavese
La letteratura americana
e altri saggi

Einaudi – 1951

Parte seconda
Letteratura e società

Dialoghi col compagno
II. Le parole

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Wise One · John Coltrane Quartet


da: “Leggere”, articolo pubblicato su «l’Unità» di Torino, 20 giugno 1945.

[…] Tutti purtroppo abbiamo letto. E come sovente succede che i borghesi piú piccini tengono al falso decoro e ai pregiudizi della classe molto piú che non gli svelti avventurieri del gran mondo, cosí l’ignorante che ha letto qualcosa si aggrappa ciecamente al gusto, alla banalità, al pregiudizio che ne ha sorbito, e da quel giorno, se gli càpita di leggere ancora, tutto giudica e condanna secondo quel metro. È cosí facile accettare la prospettiva piú banale, e mantenercisi, sicuri del consenso del maggior numero. È cosí comodo supporre che ogni sforzo è finito e si conosce la bellezza, la verità e la giustizia. È comodo e vile. È come credere che si è assolto al nostro eterno e pauroso dovere di carità verso l’uomo, regalando una lira al pezzente ogni tanto. […]

Dialoghi col compagno
II. Le parole

– Tra compagni si è parlato di te e di quel che scrivi, – mi disse l’altro giorno Masino per strada. – Quando ci spieghi cos’è un libro e come leggerlo, tu subito metti avanti le parole. A sentirti, in un libro sono tutte parole. Possibile?
– Pensaci un momento.
Masino ha di bello che capisce un’occhiata. Mi guardò e disse: – Già. Ma le parole voglion dire qualche cosa.
– Figurati. Ed è proprio per questo che bisogna stare attenti a quelle che si scelgono. Secondo che uno scrittore adopera certe parole o certe altre, tu capisci chi è. Prendi i compagni della guerra di Spagna: chi li chiamava rossi, chi lealisti, chi comunisti e sovversivi, chi patrioti. Ognuna di queste parole ti chiariva con chi parlavi, e veniva a significare una cosa diversa. Nelle parole che tu adoperi c’è la tua classe e il tuo lavoro, quello che sai, quello che mangi, le persone che frequenti. C’è tutto nelle parole.
– Ma in un libro c’è anche una storia, dei personaggi. Noi si diceva che dovresti parlarci di questo. Un operaio come me, se legge un libro, difficilmente sa dire la sua. Le parole le capisco. Ma succedono cose nei libri, che non sempre mi convincono.
– Se non vanno le cose, non van neanche le parole, credi a me.
– Ma ci sono dei libri che sembran ben scritti, e poi sotto ti accorgi che l’autore è d’accordo con quelli che ammazzano il popolo. Mica ha il coraggio di dirlo, ma ti pianta su una storia dove tutti di te se ne infischiano. Ti presenta un ambiente che non si sa di dove vengono le cene che mangiano e quel che consumano. Mai che si dica che senza la classe operaia questa gente non avrebbe neanche il bagno. Mai che si sappia che il mondo non finisce con loro.
– Lo vedi che capisci anche tu? Sta’ tranquillo che quel che manca in questi libri la gente come noi lo sente al volo. È come col prossimo: parli un poco e ti accorgi se una persona è dalla tua. Ci sarà chi è piú serio e chi ama scherzare, ma quando ti dice come si immagina il mondo senti subito se è un poveretto. E un libro è sempre la descrizione di come uno s’immagina il mondo.
Quest’idea stupí Masino, che non ci aveva ancor pensato. Vidi che mi strizzò l’occhio come si fa quando si gode una cosa.
– Però non devi credere che basti scrivere del popolo e raccontare come vive, – dissi a Masino. – Molti ne fanno una speculazione. Ormai ciascuno crede di sapere chi è il popolo e, con tanti libri che si son scritti sul popolo, non è difficile imitarli e parlare come loro. Ma è qui che saltan fuori le parole. Mentre l’intreccio e i personaggi di un romanzo può copiarli chiunque e anche aggiungerci, c’è un tono delle parole e del discorso che ti tradisce per quello che sei. Puoi raccontarle come tue le storielle di tutti, ma la voce che adoperi è sempre la stessa. E la voce di chi scrive è lo stile, le parole che sceglie.
– Ma tu capisci dalla voce chi è sincero?
– Qui ti voglio, Masino. Qui serve la pratica e averci studiato. Molti credono che perché, bene o male, tutti sanno parlare, tutti possano dare un giudizio su quello che è scritto. Ma ci sono dei libri che, se tu non sai leggerli, se non sai le parole, non puoi dire nemmeno quel che valgano dentro.
– Sono libri per noi?
– Sono libri per chi li vuol leggere. Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l’hanno fatto per te. Si tratta sempre d’imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c’è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com’era solo lo scrittore che l’ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l’autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altr’uomo e ti sentí piú uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.
Adesso mi ascoltava testa bassa e compunto.
– Non credere a chi dice che le parole non contano. Anche l’intreccio e i personaggi sono parole. Qualche volta in un libro i personaggi sono gli alberi, le case, le montagne. E che cosa vuol dire? Vuol dire che quello che conta è quel che questi personaggi son diventati nel racconto, quel che hanno in comune – cioè la parola. Una pianta o una donna in un libro non sono legno né carne, sono le parole che te le mettono davanti.
Masino mi ascoltava e disse a un tratto: – Ma dietro a un libro c’è una realtà. C’è una lotta di classe. Ci sono ideologie.
– Chi lo nega, Masino? Ma tutto nel libro diventa parole. E ti spiego che devi impararle, nient’altro. Quel che vale sarà la giustezza la finezza la profondità di queste parole. Bisogna amarle per capirle. Ed è proprio per questo che un mondo reazionario si tradisce subito con le parole che adopera: tu non sai cosa sia ma le senti ottuse, slabbrate, false. Mentre chi parla all’uomo con fede storica trova una voce fresca e nuova. È inevitabile.
Masino non è mai contento. Dopo un poco mi fa: – Ma com’è allora che voialtri, che capite queste cose, parlate bene anche dei libri vecchi che hanno già esaurito il loro compito?
Parlava per farmi parlare, è evidente. Ma noi si scherza in questo modo.
– Le parole, – gli dissi. – Precisamente le parole. Non importa che un compito storico sia tutto esaurito. Quella fede nell’uomo che si è fatta parola, non attende che un lettore per rivivere. E ha di bello che, essendo svanita la realtà che le ha prodotte, le parole veramente dànno adesso da sole tutto il senso e la freschezza che contengono. Il piú antico dei libri – l’Iliade – si può leggere come un romanzo. Certo è difficile arrivarci.
– E non c’è differenza tra lui e i moderni? – disse Masino fermandosi. – Tra quelli che si studiano a scuola e i romanzi di Steinbeck?
– Per chi sa le parole, nessuna.
– Quest’è bella, – mi disse Masino. – Non avrei mai creduto.
– Però Steinbeck vale meno, – dissi.

Le parole, pubblicato su «l’Unità» di Torino, 8 maggio 1946.

8 pensieri su “CESARE PAVESE – LE PAROLE”

  1. Carissimo Luigi riporto qui quel che ho scritto sul tuo canale youtube:

    Chi commenterà questo video, chi scenderà tra le parole che hai letto? Pavese ha avuto la fortuna di interloquire con un operaio. Oggi potrebbe parlare soltanto a ragionieri o casalinghe che nulla sanno degli operai, o a dattilografi che ricopiano malamente parole già dette da altri. E mentre le ricopiano non si chiedono che senso hanno, perché e come sono state dette, ma soprattutto scritte. Già Pavese diceva che poiché tutti sanno leggere, credono anche di capire e poter giudicare. Ma per poter giudicare bisogna prima studiare e penare sulle “sudate carte” e condividere, condividere fin nel profondo della coscienza, le pene, le sofferenze, le incertezze dell’umanità quella più vera e più debole. I ragionieri non se ne abbiano a male, e neppure le casalinghe o i dattilografi, ma quando il rumore che odono tutto il giorno è quello dei locali in cui sono chiusi (locali mentali prima che fisici) e le pene provate sono quelle lette e viste sui telegiornali, distesi sul divano, tra una partita di coppa uefa e l’altra, mentre i bambini e la moglie o il marito, ruzzano intorno, i ragionieri, le casalinghe, i dattilografi non se ne abbiano a male se li invito a non scrivere e a non giudicare coloro che seriamente scrivono, perché se leggono non capiscono, e se giudicano esprimono sentenze che nulla hanno a che vedere con ciò che hanno inteso criticare. Io li chiamo gli “scadenti”.
    Dunque Luigi, ti sono doppiamente grato per questa scelta di leggere un brano che non contiene nessun pathos, che non stimola sentimenti piagnosi, che non fa sognare al di sopra della realtà, ma incatena ciascuno al dovere dell’umiltà e dell’ascolto. Grazie! Davvero grazie!

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