FERNANDO PESSOA – È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono

FERNANDO PESSOA
È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono (1910)


Ricerca e traduzione di L.M.Corsanico
dal testo originale inglese – “It is necessary now that I should tell what manner of man I am” – comparato con la versione portoghese di Jorge Rosa – “Cumpre-me agora dizer que espécie de homem sou.” in:
Páginas Íntimas e de Auto-Interpretação. Fernando Pessoa.
(Textos estabelecidos e prefaciados por Georg Rudolf Lind e Jacinto do Prado Coelho.)
Lisboa: Ática, 1966.

Ricerche svolte in : Arquivo Pessoa, Lisboa.


Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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È necessario ora che io dica che tipo di uomo sono.
Non importa il mio nome o altri dettagli esterni su di me. Bisogna dire qualcosa sul mio carattere.
L’intera costituzione del mio spirito è fatta di esitazione e dubbio. Per me niente è e non può essere positivo; tutte le cose ondeggiano intorno a me, e io con esse, insicuro di me stesso. Tutto per me è incoerenza e mutazione. Tutto è mistero e tutto è pieno di significato. Tutte le cose sono “sconosciute”, simboli dell’Ignoto. Il risultato è orrore, mistero, una paura oltre modo percettiva.
A causa delle mie tendenze naturali, dell’ambiente agli albori della mia vita, dell’influenza degli studi condotti sotto il loro impulso (queste stesse tendenze) – per tutto questo il mio carattere è introverso, egocentrico, muto, non autosufficiente ma perso in se stesso. Ho vissuto sognando, passivamente. Tutto il mio carattere consiste nell’odio, nell’orrore, nell’incapacità che pervade tutto il mio essere, fisico e spirituale, di assumere atti decisivi, pensieri determinati. Non ho mai avuto una risoluzione nata da un autocontrollo, non ho mai tradito esteriormente una volontà cosciente. I miei scritti erano tutti incompiuti; nuovi pensieri sempre interposti, associazioni straordinarie, inesplicabili di idee il cui termine era infinito. Non posso evitare l’odio dei miei pensieri di porre fine a qualunque cosa sia; una cosa singola fa nascere diecimila pensieri, e da questi diecimila pensieri nascono diecimila inter-associazioni, e non ho forza di volontà per eliminarli o fermarli, né per raccoglierli in un unico pensiero centrale, dove i loro dettagli non importanti ma associati potrebbero andare persi. Passano attraverso di me; non sono i miei pensieri, ma pensieri che mi attraversano. Non penso, sogno; Non sono ispirato, sto delirando. So dipingere, ma non ho mai dipinto, so comporre musica, ma non ho mai composto. Strane concezioni in tre arti, bei voli di fantasia accarezzano il mio cervello; ma li lascio lì a dormire finché non muoiono, perché mi manca il potere di incarnarli, di convertirli in cose del mondo esterno.
Il mio carattere è tale che odio l’inizio e la fine delle cose, perché sono punti precisi. L’idea che si trovi una soluzione ai problemi più alti, più nobili, della scienza, della filosofia, mi affligge; l’idea che qualcosa possa essere determinata da Dio o dal mondo mi riempie di orrore. Che si compiano le cose più importanti, che un giorno gli uomini siano tutti felici, che si possa trovare una soluzione ai mali della società, anche nella sua concezione, mi fa impazzire. Eppure, non sono né cattivo né crudele; sono pazzo e questo come è difficile da concepire.
Sebbene io sia stato un lettore vorace e ardente, tuttavia non ricordo alcun libro che abbia letto, finora sono state le letture della mia mente, i miei sogni, anzi, le provocazioni dei sogni. Il mio stesso ricordo degli eventi, delle cose esterne è vago, più che incoerente. Rabbrividisco al pensiero di quanto poco ho in mente di ciò che è stata la mia vita passata. Io, l’uomo che sostiene che oggi è un sogno, sono meno di una cosa di oggi.

JOSIF BRODSKIJ – TUTTO QUESTO È STATO

JOSIF BRODSKIJ
Tutto questo è stato (Все это было, было….)
3 dicembre 1958
“Poesie sull’accettazione della pace” I. Brodsky, 1958
Иосиф Бродский – Стихи о принятии мира (1958)
POESIA RUSSA
CONTEMPORANEA
(da Evtušenko a Brodskij)
Introduzione, traduzione e note a cura di
GIOVANNI BUTTAFAVA
MILANO
DALL’OGLIO, EDITORE
[1967]

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Quartet No. 2 in A Major for Strings, Op. 68 (excerpt)
Jerusalem Quartet

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Tutto questo è stato,
tutto questo ci ha riarso,
tutto questo si è sparso,
è sgorgato, ha spaccato, sprecato,

e castrava le forze,
trascinava alla fossa,
e su piedistalli innalzava,

e poi degradava,
e poi scordava,
e poi chiamava in cerca di verità diverse,
per smarrirsi appieno
nei liquidi cespi delle ambizioni,
nel fitto selvaggio delle prostrazioni,
delle associazioni, delle concezioni,
o solo delle emozioni.

Ma imparammo a batterci,
e imparammo a scaldarci
al sole nascosto,
e a raggiunger la terra
senza piloti e portolani,
e soprattutto a non ripeterci;
ci piace la costanza,
ci piacciono pieghe di grasso
sul collo di nostra madre,
e anche la nostra casa,
stretta per gli abitatori del tempio.
Ci piace metter spighe,
ci piace sbocciare,
ci piace il fruscio dell’indiana
e il tonfo delle protuberanze solari.

Ma il nostro pianeta
pare lo sposo promesso,
che nella marcia nuziale
ansima e suda.

FERNANDO PESSOA – La tragedia principale della mia vita…

Nel 1986, Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi tradussero e curarono per Feltrinelli la prima edizione italiana del Livro do Desassossego.
Frammento (96)
A tragédia principal da minha vida…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares.Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha.
Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 96.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Quartet No. 8 in C minor, Op. 110- Largo
Emerson String Quartet

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La tragedia principale della mia vita è, come ogni tragedia, un’ironia del Destino. Rifiuto la vita reale come una condanna; rifiuto il sogno come una liberazione ignobile. Ma vivo la parte più sordida e più quotidiana della vita reale; e vivo la parte più intensa e più costante del sogno. Sono come uno schiavo che si ubriaca durante il riposo: due miserie in un unico corpo.
Sì, vedo nitidamente, con la chiarezza con la quale i lampi della ragione fanno risaltare dall’oscurità della vita gli oggetti vicini che ce la raffigurano, quanto di vile, di stracco, di abbandonato e di fittizio c’è in questa Rua dos Douradores, che è per me la vita intera: quest’ufficio sordido di gente fino al midollo, la mia camera affittata al mese, dove non succede niente di interessante oltre il fatto che ci vive un morto, questa drogheria dell’angolo di cui conosco il padrone come ci si conosce fra persone, quei ragazzi sulla porta dell’antica taverna, quest’inutilità laboriosa di giorni tutti uguali, questa ripetizione persistente degli stessi personaggi come un dramma che consista solo nello scenario e lo scenario sia alla rovescia…
Ma vedo anche che fuggire da tutto questo significherebbe dominarlo o ripudiarlo, e io non lo domino perché non lo travalico all’interno della realtà, e non lo ripudio perché, qualunque cosa sogni, rimango sempre dove sono.
E il sogno, la vergogna di fuggire verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell’animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! Non poter avere un gesto nobile che non sia fatto in privato né un desiderio inutile che non sia veramente inutile!
Cesare definì bene l’ambizione quando disse: “Meglio il primo nel villaggio che il secondo a Roma!” Io non sono niente né nel villaggio né in nessuna Roma. Almeno il droghiere dell’angolo è stimato in un raggio che va da Rua da Assunção fino a Rua da Vitoria; è il Cesare di un rione. Sono forse superiore a lui? E in che cosa mai, visto che il niente non presuppone superiorità né inferiorità né paragone? Lui è il Cesare di tutto un rione, e giustamente le donne lo apprezzano.
E così, facendo quello che non voglio fare e sognando quello che non posso avere, trascino la mia vita … assurda come un orologio civico fermo.
Quella sensibilità tenue ma ferma, il sogno lungo ma cosciente … che costituisce nel suo insieme il mio privilegio di penombra.

FERNANDO PESSOA – La tragedia principal de mi vida…

Fernando Pessoa
Libro del desasosiego

Edición de Richard Zenith
Traducción de Perfecto E. Cuadrado
Acantilado, colección Acantilado Bolsillo. Barcelona 1998
Fragmento 96
A tragédia principal da minha vida…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares.Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 96.

Leído por Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Quartet No. 8 in C minor, Op. 110- Largo
Emerson String Quartet

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La tragedia principal de mi vida es, como todas las tragedias, una ironía del Destino. Me repugna la vida real como una condena; me repugna el sueño como una liberación innoble. Pero vivo lo más sórdido y lo más cotidiano de la vida real; y vivo lo más intenso y lo más constante del sueño. Soy como un esclavo que se emborracha a la hora de la siesta —dos miserias en un solo cuerpo.
Sí, veo nítidamente, con la claridad con [que] los relámpagos de la razón hacen destacar de la negrura de la vida los objetos próximos que nos la configuran, lo que hay de vil, de débil, de descuidado y de facticio en esta Rúa dos Douradores que es mi vida entera —esta oficina sórdida hasta su médula de persona, este cuarto alquilado por meses donde no pasa nada salvo que vive en él un muerto, esta mercería de la esquina a cuyo dueño conozco como cualquier persona conoce a otra, estos mozos de la puerta de la vieja taberna, esta trabajosa inutilidad de todos los días iguales los unos a los otros, esta continua repetición de los mismos personajes, como un drama que consistiera apenas en el escenario y ese escenario estuviera del revés…
Pero veo también que huir de todo esto equivaldría a dominarlo o a repudiarlo, y yo ni lo domino, porque no lo excedo dentro de lo real, ni lo repudio, porque, sueñe lo que sueñe, me quedo siempre donde estoy.
¡Y el sueño, la vergüenza de huir hacia mí mismo, la cobardía de tener como vida esa basura del alma que los demás tienen sólo en sueños, en la figura de la muerte con que roncan, en la calma con que parecen vegetales aventajados!
¡No poder tener un gesto noble que no sea de puertas adentro, ni un deseo inútil que no sea verdaderamente inútil!
César definió bien la figura de la ambición cuando dijo aquello de: «¡Antes el primero en la aldea que el último en Roma!» Yo no soy nada ni en la aldea ni en Roma ninguna. El mercero de la esquina es por lo menos respetado desde la Rúa da Assunção hasta la Rúa da Vitoria; es el César de toda una manzana de casas.
¿Yo superior a él? ¿En qué, si la nada no comporta superioridad, ni inferioridad, ni comparación?
Es el César de toda una manzana y a las mujeres les gusta condignamente.
Y así voy arrastrándome haciendo lo que no quiero, y soñando lo que no puedo poseer, mi vida □, absurda como un reloj público parado.
Aquella sensibilidad tenue, pero firme, el sueño largo más consciente □ que en su conjunto forman mi privilegio de penumbra.

FERNANDO PESSOA – Appartengo a una generazione…

FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

A cura di Valeria Tocco
OSCAR MONDADORI 2011
Frammento (195) Appartengo a una generazione che ha ereditato l’incredulità verso il cristianesimo
Pertenço a uma geração que herdou a descrença na fé cristã…
Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa.
(Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 195.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt
Tabula rasa – 2. Silentium: Senza moto
Gothenburg Symphony Orchestra · Erik Risberg

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Appartengo a una generazione che ha ereditato l’incredulità verso il cristianesimo e che ha alimentato in sé incredulità verso ogni fede. I nostri padri possedevano ancora l’impulso a credere, che trasferivano dal cristianesimo ad altre forme di illusione. Alcuni erano fanatici dell’uguaglianza sociale, altri erano appassionati solo della bellezza, altri nutrivano fede nella scienza e nei suoi progressi, e altri ancora, più profondamente cristiani, andavano alla ricerca, da Oriente a Occidente, di altre forme religiose con cui intrattenere la coscienza, altrimenti vuota, del mero vivere.
Noi abbiamo perduto tutto questo, siamo nati orfani di tutte queste forme di consolazione. Ogni civiltà segue la linea intima di una religione che la rappresenta: passare ad altre religioni equivale a perderla, e alla fine a perdere anche tutte le altre.
Noi l’abbiamo persa, e anche tutte le altre.
Ciascuno di noi, perciò, è rimasto abbandonato a se stesso, nella desolante sensazione di sentirsi vivere. Una nave sembra un oggetto il cui fine è navigare; ma il suo fine non è navigare, bensì arrivare in porto. Noi ci siamo ritrovati a navigare senza l’idea del porto a cui avremmo dovuto attraccare. Abbiamo ripetuto in questo modo, nella nostra dolorosa specie, la formula avventurosa degli argonauti: navigare è necessario, vivere non è necessario.
Privi di illusioni, siamo vissuti soltanto del sogno, che è l’illusione di chi non può farsi illusioni. Vivendo di noi stessi, ci siamo diminuiti, perché l’uomo completo è colui che ignora se stesso. Privi di fede, non abbiamo speranza e senza speranza non abbiamo propriamente vita. Non avendo un’idea di futuro, non abbiamo neppure l’idea dell’oggi, perché l’oggi, per l’uomo d’azione, non è altro che un prologo del futuro. L’energia di lottare è nata morta con noi, perché siamo nati privi di entusiasmo per la lotta.
Alcuni di noi si sono impantanati nella ebete conquista della vita di ogni giorno, cercando vilmente e volgarmente il pane quotidiano e volendolo ottenere senza il lavoro intenso, senza la coscienza della fatica, senza la nobiltà della realizzazione.
Altri di noi, di razza migliore, si sono astenuti dalla cosa pubblica, senza volere niente e senza desiderare niente, ma cercando di portare dritta al calvario dell’oblio la croce della mera esistenza. Sforzo impossibile per chi non ha, come chi portò la Croce, una coscienza di origine divina.
Altri ancora si sono dedicati, indaffarati all’esterno dell’anima, al culto della confusione e del rumore, credendo di vivere quando udivano se stessi, credendo di amare quando sbattevano contro l’esteriorità dell’amore. Vivere ci doleva, perché sapevamo di essere vivi; morire non ci terrorizzava, perché avevamo perduto la normale nozione della morte.
Ma altri, della Razza della Fine, limite spirituale dell’Ora Morta, non hanno avuto neppure il coraggio di negare e di rifugiarsi in se stessi. Hanno vissuto tutto con negazione, scontentezza e sconforto. Ma lo abbiamo vissuto dentro di noi, senza alcun gesto, barricati sempre, per lo meno riguardo la vita, tra le quattro pareti della stanza e i quattro muri del non saper agire.

MARIO LUZI – EPIFANIA

Mario Luzi
Epifania

da: Onore del vero (1957)
Introduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt – Fratres
Gil Shaham, violin
Roger Carlsson, percussion
Gothenburg Symphony Orchestra
Neeme Järvi

Autun, Cattedrale di Saint Lazare, “Il sogno dei Re Magi”
Gislebertus, 1130

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                         […] 
                     a te che vai
                     persona semiviva tra due gorghi
                     tra passato e avvenire giunge al cuore                                                                                                       
                     la freccia dell’anno… e all’improvviso   
                     la fiamma della vita vacilla nella mente.
                                                                                   
                                               Luzi,Epifania.


Vedi, io vivo. Di che? Non l’infanzia e neppure il futuro
diminuiscono… Esorbitante esistenza
mi scaturisce dal cuore.

Rilke, Nona Elegia Duinese

Due modi di descrivere il cammino umano, due modi di definire l’epifania, tra dubbi e sofferenze. Ma verso dove? Verso Dio o semplicemente, e nel vuoto, verso la morte? Come i tre Magi, evocati da un Luzi quarantenne, comparsi dal nulla, che dopo aver reso omaggio al bambino Gesù, “tra molto popolo”, svaniscono nel nulla,? O resistono soltanto nel ricordo caparbio della tradizione, “non più tardi di ieri, ancora oggi”?
Sono dubbi che ciascun poeta tenta di fugare. Ma Luzi non può fare a meno di evocare la polvere, “una gran polvere”, che attanaglia l’anima.
E come lui, noi sentiamo ogni giorno quella polvere alzarsi intorno alla nostra esistenza.
E ogni giorno temiamo di non appartenere alla schiera di coloro che tendono “le mani ferme sulla fiamma”.
Le nostre mani sono ferme?
La nostra anima sa ancora stupirsi?
Riusciamo ancora a vedere tra la polvere “i fuochi in lontananza dei bivacchi”?
Nessuna risposta può giungerci da loro. Solo il loro grido ci giunge.
È anche nostro?

Marcello Comitini

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Epifania,   da Onore del vero (1957)

Notte, la notte d’ansia e di vertigine

quando nel vento a fiotti interstellare,

acre, il tempo finito sgrana i germi

del nuovo, dell’intatto, e a te che vai

persona semiviva tra due gorghi

tra passato e avvenire giunge al cuore

la freccia dell’anno… e all’improvviso

la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna

tra le schegge di pietra e le cataste

si turba per un fremito che sente

ch’è un fremito di morte e di speranza.

In una notte come questa,

in una notte come questa l’anima,

mia compagna fedele inavvertita

nelle ore medie

nei giorni interni grigi delle annate,

levatasi fiutò la notte tumida

di semi che morivano, di grani

che scoppiavano, ravvisò stupita

i fuochi in lontananza dei bivacchi

più vividi che astri. Disse: è l’ora.

Ci mettemmo in cammino a passo rapido,

per via ci unimmo a gente strana. Ed ecco

il convoglio sulle dune dei Magi

muovere al passo dei cammelli verso

la Cuna. Ci fu una ressa di fiaccole, di voci.

Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.

E tutto passò via tra molto popolo

e gran polvere. Gran polvere.

Chi andò, a chi recò doni

o riposa o se vigila non teme

questo vento di mutazione:

tende le mani ferme sulla fiamma,

sorride dal sicuro

d’una razza di longevi.

Non più tardi di ieri, ancora oggi.

MARIO LUZI – DI GENNAIO, DI NOTTE

Mario Luzi – Di gennaio, di notte
MARIO LUZI
QUDERNO GOTICO
VALLECCHI EDITORE – 1° gennaio 1947

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Franz Schubert: Piano Sonata No.20 in A, D.959 – 2. Andantino
Alfred Brendel, piano

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Di gennaio, di notte
quando lungo le sue vene lo spazio
trepida per un vento inesauribile, ravviva
negli alberi speranze ancora vane
e li sveglia a una vita ancora incerta,
troppo remota oltre le cime
ed oltre le radici;

nei giorni incerti ai crocevia del tempo
nelle ore dopo la passione quando
anche il dolore ha fine
e l’anima si tiene appena
che non frani nel suo vuoto
e si chiede stupita più che ansiosa
s’è quella l’agonia ch’è in ogni inizio
o il termine, il termine di tutto,

e accade che qualcuno
per certezza, per afferrarsi a un segno
mormori il suo tra il nome dei suoi cari
ed è strano come murare lapidi
su case per memoria d’un passaggio,
d’una sosta nel transitare eterno,

viso di molto amata un tempo
che tra pagina e pagina del libro
sfogliato senza termine degli anni
hai la pace che dà l’essere fiochi
e spenti sotto la crudele patina
qualcuno soffia nelle tue fattezze,
t’eccita, ti richiama al mio tormento
quale fosti d’età in età, puerile,
puerile sotto nuvole di marzo,
giovinetta sgusciata da anni informi
tra infanzia e pubertà, donna nel vento.
Frattanto siamo divenuti grigi.

Esco, guardo addossato ai muri alti
la mia patria ventosa e montuosa,
prendo fiato, poi seguo la via crucis.

(da ‘Quaderno gotico’, 1° gennaio 1947)

MARCELLO COMITINI – GRIDA L’INESPRIMIBILE

Marcello Comitini – Grida l’inesprimibile
© marcello comitini 11 dicembre 2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico

J.S. Bach: Sonata No.2 In A Minor Bwv 1003 1. Grave
Suyoen Kim, violino

Immagine: Faith47 – Street Art
Liberty Du, universalmente conosciuta come Faith 47/Faith XLVII, è un’artista multidisciplinare sudafricana.

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Cosa brucia nel tuo sguardo? Il tizzo
d’ira che rimesta nelle ceneri
dell’umano? La parola non libera
nel deserto dei volti
muti come bolle di cristallo?
Se hai voglia di gridare, grida e spezza
il vetro dell’inesprimibile. Grida
sino a raggiungere i gridi
di coloro che non possono gridare
soffocati dall’oppressione
chiusi nella scatola dell’impotenza.
Caccia il tuo grido nella gola di colui
che sgozza il fratello. Impugna
il martello dell’insistenza e incidi
il grido nella roccia dell’indifferenza
sino a raggiungere la sorgente calda
del sangue umano.
Fai esplodere il tuo grido
ai piedi dell’immenso monumento
che esseri insignificanti innalzano
all’arroganza. Semina
le tue vibranti imprecazioni
nei prati aridi della violenza
perché attecchiscano come rovi
e graffino le mani
che non lasciano cadere le armi.
Grida più forte del loro assordante crepitio.
Quando si sarà estinta la falsa luce
che abbaglia, immergi il tuo grido
nel buio del dubbio illuminante.

Grida l’inesprimibile
© marcello comitini 11 dicembre 2021

EDUARDO DE FILIPPO – NCOPP’ A STA TERRA

EDUARDO DE FILIPPO – NCOPP’ A STA TERRA (1970)
da “Le poesie di Eduardo” Giulio Einaudi Editore – 1975

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, Gymnopedie N. 1 per due chitarre
Boris Bagger
Roman Hernitscheck

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Te pare luongo n’anno
e passa ambressa;
quann’è passato se ne va luntano;
ne passa n’ato
e quanno se n’è gghiuto
corre pur’isso nziem’ a chillo ‘e primma,
e nzieme a n’ati cinche
vinte
trenta
se ne vanno pè ll’aria
ncopp’ ‘e nnuvole.
E ‘a llà tu siente comm’ a nu frastuono
ch’è sempe ‘o stesso
‘a quanno ‘o munno è munno
ncopp’ a sta terra:
comme si fosse ‘a banda d’ ‘o paese
ca scassèa mmiez’ ‘o vico
e s’alluntana.
Trase int’ ‘e rrecchie quanno sta passanno
e nun ‘a siente cchiú quann’è passata.
Ma na cosa te resta:
sa che te rummane?
Te rummane ‘o ricordo ‘e nu mutivo
comme fosse na musica sperduta
‘e nu suonno scurdato,
ca t’è paruto vivo
chiaro cchiù d’ ‘o ccristallo
dint’ ‘o suonno
e nun ‘o può cuntà quanno te scite
manc’a te stesso,
tanto è fatto ‘e niente.

1970, Ncopp’ a sta terra

GIUSEPPE UNGARETTI – SILENZIO

GIUSEPPE UNGARETTI – SILENZIO
Mariano il 27 giugno 1916

VITA D’UN UOMO
I
L’ALLEGRIA
1914-1919
POESIE DI G. UNGARETTI
A.MONDADORI ♦ EDITORE

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Melodia siciliana – Musica di Sergio Bertolami

Immagini dello Stretto di Messina

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Conosco una città

che ogni giorno s’empie di sole

e tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio

delle cicale

Dal bastimento

verniciato di bianco

ho visto

la mia città sparire

lasciando

un poco

un abbraccio di lumi nell’aria torbida

sospesi