MARCELLO COMITINI – IL TRAVAGLIO DEL TEMPO

IL TRAVAGLIO DEL TEMPO
© MARCELLO COMITINI. 28 maggio 2020
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Piet Mondrian
Self portrait, 1912

Frederic Chopin – Prelude in E minor Op.28 No.4
Eric Lu, piano

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Luigi carissimo, mi avevi annunciato la tua intenzione di leggere questi versi. E io dubitavo della loro validità. Ma la tua lettura ha messo in luce il vero nocciolo della nostra vita che i versi racchiudono: il tempo che inesorabilmente passa e ci mostra sempre più chiaramente il suo volto, macerato dal suo trascorrere, sempre più simile a quello che apparirà nel momento finale. Non è il mio commento uno di quelli fondati sulla “forma emotiva” ma sulla sostanza della nostra vita. L’immagine e la musica in sottofondo, che hai posto a corredo della lettura, si legano perfettamente al contenuto dei versi, ne fanno un tutt’uno che vibrano di malinconia nei cuori di chi li ascolterà. La malinconia, che a prima sensazione appare come un’acqua stagnante, qui si fa vento che fa vibrare i “vecchi alberi” della nostra anima. Ed è la tua voce che vibra insieme al vento!” . Marcello.

Il travaglio del tempo
© Marcello Comitini

Il travaglio del tempo
tesse in ogni mio gesto un’ombra
la rende sempre più vasta
come una nuvola gonfia di tempesta.
Squarcia il sapore della vita
si scaglia contro promesse folli.
Sentendola alle spalle mi chiedo
se sia un’ombra o un incubo.
La immagino ed è bianca
come le lenzuola di ogni notte.
Quando mi appare innanzi
la guardo in silenzio
e gli occhi le diventano rossi.
Vedo le sue mani magre
il suo cuore
un grappolo di pietre
sepolte dalla cenere.
Tracce di sale sulle labbra
che mi sorridono illividite
e schiudono le porte del lamento.
La lingua
pugnale sottile
i denti
aratri aguzzi
si staccano dal palato
mi penetrano nelle ossa
mi feriscono alle spalle.
Fingo d’ignorare la sua esistenza
ma lei insiste
ad accarezzarmi il tremore
incerto delle mie mani.
È il senso che manca
– le dico – . Ma non importa.
Le mani seppellite nelle tasche
continuo la mia strada.

Come un cane cieco
inesorabile mi segue.

28 maggio 2020

BERTOLT BRECHT – DELLA QUALIFICA DI EMIGRANTE

Versi di Bertolt Brecht, scritti durante l’esilio danese, quando si stabilì sull’isola di Fyn nei pressi di Svendborg.
Il nome “Sund” si riferisce al canale tra l’isola di Fyn e Vindeby.
Nella raccolta “Svendborger Gedichte” (1939)

BERTOLT BRECHT
POESIE E CANZONI

A cura di Ruth Leiser e Franco Fortini
©1959 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.
Prima edizione nei “Millenni”, 1959.
Della qualifica di emigrante
Über Die Bezeichnung Emigranten [1937]
Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto da camera per tredici strumenti
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direttore

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Sempre mi è parso erroneo il nome che ci han dato: emigranti
Questo significa: espatriati. Ma noi
non siamo espatriati volontariamente
altro paese scegliendo. E nemmeno siamo espatriati
in un paese, per restarvi, possibilmente per sempre.
Siamo fuggiti, invece. Espulsi noi siamo, banditi.
E non casa, ma esilio dev’essere il paese che ci ha accolti.
Così, inquieti, prendiamo stanza, se possibile presso ai confini,
aspettando il giorno del ritorno, qualsiasi minimo cambiamento
oltre il confine spiando, ogni nuovo venuto
febbrilmente interrogando, nulla dimenticando e a nulla
rinunciando
e neanche perdonando nulla di quel che è successo, nulla
perdonando.
Ah, il silenzio del Sund non ci inganna! Noi udiamo le grida,
fin qui, dai loro campi. Noi stessi siamo
quasi come voci dei misfatti, che varchino
i confini. Ognuno di noi
che va attraverso la folla con le sue scarpe consunte
testimonia della vergogna che ora macchia il nostro paese.
Ma nessuno di noi
rimarrà qui. L’ultima parola
non è stata detta ancora.
(1937)

Fernando Pessoa – Tabaccheria

TABACARIA
Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.

Fernando Pessoa
Tabaccheria

(da Poesie di Álvaro de Campos, traduzione di A. Tabucchi. La poesia è del 15-1-1928)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich – Symphony No. 5 Op. 47 – Largo WDR Philharmonic Orchestra, Cologne 1995 conducted by Rudolf Barshai

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). – 252.
1ª publ. in Presença, nº 39. Coimbra: Jul. 1933.

FEDERICO GARCÍA LORCA – ES VERDAD

FEDERICO GARCÍA LORCA – ES VERDAD
CANCIONES ANDALUZAS

(Canciones 1921-1924)

Leído por Luigi Maria Corsanico

Juan Antonio Vargas y Guzmán
Sonata VIII para Guitarra
Obra extraída del álbum: Tente en el Ayre, Música Barroca de la Nueva España.
Interpretan: La Fontegara.

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¡Ay, qué trabajo me cuesta
quererte como te quiero!

Por tu amor me duele el aire,
el corazón
y el sombrero.

¿Quién me compraría a mí
este cintillo que tengo
y esta tristeza de hilo
blanco, para hacer pañuelos?

¡Ay, qué trabajo me cuesta
quererte como te quiero!

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine / Frammento

Introduzione all’ascolto di Marcello Comitini.

M’immagino Pessoa che scrive con la pipa tra le labbra nella sua confortevole stanza, e mentre scrive pensa che tutto ciò che gli sta intorno non esiste. Ma è lui che lo cancella e nel cancellarlo si fa il dono del vuoto, che gli permette di vedersi nudo e indifeso e spesso offeso dalla realtà da cui si sente aggredito.
Non è la realtà che lo aggredisce ma quella condizione, spesso maledetta, che condanna tutti i poeti a vedere, con occhi esasperati dalla propria sensibilità, ogni cosa incastonata nella propria transitorietà, destinata a finire, e che nulla di ciò che li circonda è puro, di quella purezza che solo un animo sensibile desidera al di là di ogni possibile realtà.
Quando poi l’idea di Dio e della sua eternità immutabile, diventano per il poeta la chiave che spalanca la porta del sognare e del piangere, allora l’uomo-poeta si accorge del proprio bisogno più intimo di sentirsi orfano per poter accrescere il sogno di essere amato. Ma anche per ipotizzare un universo talmente immenso da contenere indistintamente tutti i propri sogni e i propri incubi, e per l’eternità smarrirvisi.
Questo prendere coscienza della propria contraddittorietà, crea una frattura – come la sente Pessoa – tra l’uomo che ogni giorno gioca con i suoi gingilli (tecnologici, hobbistici, idealistici, artistici o semplicemente affettivi – nell’ottica in cui li percepisce il poeta) e l’uomo che si accorge, anche solo per un attimo, del proprio trastullarsi, mentre è in realtà alla ricerca dell’amore e dell’essenza della vita.
Ma questo amore e questa essenza si potranno mai raggiungere?
Allora Dio, lui che avrebbe il potere di consolare permettendo il soddisfacimento dell’anelito umano, ha lo stesso potere del vento che, malinconicamente si dissolve come si dissolvono tutte le aspirazioni a cui tende l’uomo.

Fernando Pessoa – Dov’è Dio, anche se non esiste?
Onde está Deus, mesmo que não exista?

Fernando Pessoa
IL SECONDO LIBRO DELL’INQUIETUDINE
Titolo dell’opera originale
LIVRO DO DESASSOSSEGO, COMPOSTO POR BERNARDO SOARES, AJUDANTE DE GUARDA-LIVROS NA CIDADE DE LISBOA
A cura di Roberto Francavilla
Con una nota di Richard Zenith dall’edizione portoghese
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Nancy Dalberg, String Quartet No. 1 in D Minor: III. Adagio
Nordic String Quartet

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Dov’è Dio, anche se non esiste? Voglio pregare e piangere, pentirmi di crimini che non ho commesso, godere del perdono di una carezza non propriamente materna.
Un grembo su cui piangere, ma un grembo enorme, informe, spazioso come una notte d’estate e al contempo vicino, caldo, femminile, accanto a un focolare qualsiasi… Potervi piangere cose impensabili, fallimenti che non so neanche quali sono, tenerezze di cose inesistenti e brividi per grandi dubbi su chissà quale futuro…
Una nuova infanzia, ancora una vecchia nutrice e un piccolo letto dove alla fine addormentarsi, fra racconti che cullano, uditi appena, con l’attenzione che affievolisce, pericoli che si insinuavano fra giovani capelli biondi come il grano…
E tutto ciò grandissimo, molto eterno, per sempre definitivo, della statura unica di Dio, là nella triste e sonnolenta realtà ultima delle Cose…
Un grembo o una culla o un braccio caldo attorno al collo… Una voce che canta piano e sembra farmi piangere… Il crepitio della fiamma del focolare… Un caldo d’inverno… Un tiepido smarrimento della mia coscienza… E poi senza suono, un sogno calmo in uno spazio enorme, come la luna che ruota fra le stelle…
Quando metto da parte i miei artifici e metto in ordine in un angolo, con un’attenzione piena di affetto – con la voglia di dare loro dei baci –, i miei giocattoli, le parole, le immagini, le frasi –, divento così piccolo e inoffensivo, così solo in una stanza così grande, e così triste, così profondamente triste!…
Insomma, chi sono, quando non gioco? Un povero orfano abbandonato in Via delle Sensazioni, che batte i denti dal freddo all’angolo della Realtà, costretto a dormire sui gradini della Tristezza e a mangiare il pane offerto dalla Fantasia. Di mio padre so il nome; mi hanno detto che si chiamava Dio, ma il nome non mi dice niente. A volte, di notte, quando mi sento solo, lo chiamo e piango, e me ne faccio un’idea da poter amare… Ma poi penso che non lo conosco, che forse lui non è così, che forse non sarà mai quello il padre della mia anima…
Quando avrà fine tutto ciò, queste strade dove trascino la mia miseria, e questi gradini dove contengo il freddo e sento le mani della notte penetrarmi fra gli stracci? Se un giorno Dio venisse a prendermi e mi portasse a casa sua e mi desse calore e affetto… A volte ci penso e piango per la gioia di pensare che posso pensarlo… Ma il vento soffia per le strade e le foglie cadono sul marciapiede… Alzo gli occhi e vedo le stelle che non hanno nessun senso… E di tutto ciò resto soltanto io, un povero bambino abbandonato che nessun Amore ha voluto come figlio adottivo, nessuna Amicizia come suo compagno di giochi.
Ho troppo freddo. Sono così stanco nel mio abbandono. Va’ a prendere, o Vento, mia Madre. Portami di Notte alla casa che non ho mai conosciuto… Restituiscimi, o Silenzio immenso, la mia nutrice e la mia culla e la canzone che mi faceva addormentare…

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Onde está Deus, mesmo que não exista? Quero rezar e chorar, arrepender-me de crimes que não cometi, gozar ser perdoado como uma carícia não propriamente materna.
Um regaço para chorar, mas um regaço enorme, sem forma, espaçoso como uma noite de Verão, e contudo próximo, quente, feminino, ao pé de uma lareira qualquer… Poder ali chorar coisas impensáveis, falências que nem sei quais são, ternuras de coisas inexistentes, e grandes dúvidas arrepiadas de não sei que futuro…
Uma infância nova, uma ama velha outra vez, e um leito pequeno onde acabe por dormir, entre contos que embalam, mal ouvidos, com uma atenção que se torna morna, os perigos que penetravam em jovens cabelos louros como o trigo… E tudo isto muito grande, muito eterno, definitivo para sempre, da estatura única de Deus, lá no fundo triste e sonolento da realidade última das coisas…
Um colo ou um berço ou um braço quente em torno ao meu pescoço… Uma voz que canta baixo e parece querer fazer-me chorar… O ruído de lume na lareira… Um calor no Inverno… Um extravio morno da minha consciência… E depois sem som, um sonho calmo num espaço enorme, como a lua rodando entre estrelas…
Quando ponho de parte os meus artifícios e arrumo a um canto, com um cuidado cheio de carinho — com vontade de lhes dar beijos — os meus brinquedos, as palavras, as imagens, as frases — fico tão pequeno e inofensivo, tão só num quarto tão grande e tão triste, tão profundamente triste! …
Afinal eu quem sou, quando não brinco? Um pobre órfão abandonado nas ruas das sensações, tiritando de frio às esquinas da Realidade, tendo que dormir nos degraus da Tristeza e comer o pão dado da Fantasia. De um pai sei o nome; disseram -me que se chamava Deus, mas o nome não me dá ideia de nada. Às vezes, na noite, quando me sinto só, chamo por ele e choro, e faço-me uma ideia dele a quem possa amar… Mas depois penso que o não conheço, que talvez ele não seja assim, que talvez não seja nunca esse o pai da minha alma…
Quando acabará isto tudo, estas ruas onde arrasto a minha miséria, e estes degraus onde encolho o meu frio e sinto as mãos da noite por entre os meus farrapos? Se um dia Deus me viesse buscar e me levasse para sua casa e me desse calor e afeição… Às vezes penso isto e choro com alegria a pensar que o posso pensar… Mas o vento arrasta-se pela rua fora e as folhas caem no passeio… Ergo os olhos e vejo as estrelas que não têm sentido nenhum… E de tudo isto fico apenas eu, uma pobre criança abandonada, que nenhum Amor quis para seu filho adoptivo, nem nenhuma Amizade para seu companheiro de brinquedos.
Tenho frio de mais. Estou tão cansado no meu abandono. Vai buscar, O Vento, a minha Mãe. Leva-me na Noite para a casa que não conheci… Torna a dar-me ó Silêncio imenso, a minha ama e o meu berço e a minha canção com que dormia…

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.II. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. (289)

Lawrence Ferlinghetti – Il mondo è un gran bel posto

Lettura di Luigi Maria Corsanico

A Coney Island
Of The Mind
Lawrence Ferlinghetti
(1955-1958)
traduzione di
DAMIANO ABENI E MOIRA EGAN

Poesie da FOTOGRAFIE DEL MONDO ANDATO
(1955)

Thelonious Monk Quartet – Misterioso
Thelonious Monk (piano)
Johnny Griffin (saxophone, tenor saxophone)
Roy Haynes (drums)
Ahmed Abdul-Malik (bass)

11. Il mondo è un gran bel posto
The world is a beautiful place

Il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi dà fastidio che la felicità
non sia sempre
poi tutto ’sto spasso
se non vi dà fastidio un pizzico di inferno
di tanto in tanto
proprio quando tutto fila liscio
perché perfino in paradiso
non stanno sempre lì
a cantare
Il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi dà fastidio che la gente muoia
di continuo
o magari stia solo morendo di fame
ogni tanto
il che non è poi così grave
se non si tratta di voi
Oh il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi dà fastidio più di tanto
qualche mente morta
tra gli alti papaveri
o un paio di bombe
di tanto in tanto
sulle vostre facce rivolte all’insù
o altre consimili sconvenienze
di cui la nostra società Marchio Aziendale
è preda
con i suoi uomini distinti
e i suoi uomini estinti
e i suoi preti
e gli altri vigilantes
e le sue svariate segregazioni
e le investigazioni parlamentari
e le altre stitichezze
di cui la nostra carne cogliona
è erede
Sì il mondo è il miglior posto di tutti
per un sacco di cose tipo
prendere parte alla scena divertente
e prendere parte alla scena d’amore
e prendere parte alla scena lacrimosa
e cantare canzoni sommesse e avere ispirazioni
e passeggiare
guardando tutto
e sentendo il profumo dei fiori
e toccando il culo alle statue
e perfino per pensare
e baciare le persone e
per fare bambini e portare i calzoni
e salutare sventolando il cappello e
per ballare
e andare a nuotare nei fiumi
o a fare picnic
in piena estate
e in generale proprio per
«spassarsela»

ma poi proprio sul più bello
arriva sorridente
il becchino

MARCELLO COMITINI – TACHE ROUGE PER VIOLINO

Marcello Comitini – Tache rouge per violino
Quarto Giorno
© Copyright 2018 Marcello Comitini – Edizioni Caffè Tergeste

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alfred Manessier
LA TACHE ROUGE, 1971

Joaquin Turina
Violin Sonata No. 1 in D Major, Op. 51
Piano: Juan Escalera
Violin: Macarena Martínez

per il testo: https://marcellocomitini.wordpress.com/2016/06/28/tache-rouge-per-violino/

Quarto Giorno, di Marcello Comitini – Alessandria today @ Web ...