GIOVANNI PAPINI – HAY UN CANTO EN MÍ

Grabado el 16 de mayo del 2016

Giovanni Papini
Hay un canto en mí
(«C’è un canto dentro di me»)
traducción de Ricardo R. Laudato, 2003
Leído por Luigi Maria Corsanico
Imágenes de obras de Edgar Caracristi ©

(de Opere di Giovanni Papini. Volumen decimoséptimo que incluye: Poesia in prosa. Cento pagine di Poesia – Giorni di Festa. Nueva edición aumentada. Vallecchi, Firenze, pp. 273-276. Originariamente en Cento Pagine di Poesia, 1915, con alguna ligera modificación).

Goffredo Petrassi
Kyrie, para coro y cuerda (1986)
Orquesta y Coro del “Maggio Musicale Fiorentino”
dirigida por Arturo Tamayo
Coro bajo la dirección del maestro José Luis Basso

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Hay un canto en mí que mi boca jamás pronunciará – que no escribirá mi mano en ningún trozo de papel.

Hay un canto en mí que debo escuchar yo solo, que debo padecer y soportar solamente yo.

Hay un canto preso en mis venas como los celestiales adagios del argentado órgano – hay un canto que como la raíz del gladiolo no florecerá bajo el alud.

Hay un canto en mí que estará siempre en mí.

Si este canto saliera de mi corazón, quebraría mi corazón.

Si este canto escribiera mi mano, ninguna otra palabra escribiría mi mano.

Este canto no se dirá sino en la última hora de mi vida; este canto será el inicio de una feliz agonía.

Hay un canto en mí que no puede salir de mí porque no se han creado aún las palabras necesarias.

Un canto sin medida y sin tiempo; sin ritmo y sin leyes.

Un canto sin ningún sosiego y que astillaría cualquier lenguaje.

Un canto inatendible sin que el alma se intimide por la sorpresa y se coloree de otro sol.

Un canto más respirado que dicho, más presentido que expresado: son de luces, rayo de acordes.

Un canto sin ansias de música porque sería más melodioso que cualquier otro instrumento conocido.

En mi corazón inmenso, que por días abarca el universo, a este canto, le cuesta quedarse adentro. En los minutos más angustiantes de la vida, este canto querría derramarse de mi corazón demasiado estrecho como el llanto de los ojos de quien se llora a sí mismo. Pero lo rechazo y lo engullo, pues junto a él también la sangre de mi corazón se derramaría con la misma furia voluptuosa. Lo encierro en mí mismo porque no quiero morir aún.

Soy una víctima dulce de este canto divino y homicida. Debo cerrar el corazón como la puerta de una cárcel y sofocar sus latidos sobrehumanos como si fueran remordimientos. Y ser, con toda mi ternura, el hombre feroz al que no se acercan los débiles.

Porque mi canto sería un aterrador canto de amor, y ese amor abrasaría todo lo que toca.

El amor que solo cobija es apenas tibio, pero el verdadero amor en el mismo soplo besa y destruye.

Este amor resplandecería tanto de candente avidez que ese día la tierra iluminaría al sol y la medianoche sería más ardiente que el mediodía más ardiente.

Pero yo no cantaré jamás este canto terrible que me consume sin que nadie tenga compasión de mi tormento.

Yo no cantaré jamás este canto maravilloso del que mi temor reniega y que espanta mi debilidad.

No cantaré este canto porque nadie podría sustentar la infinita, la desgarrante, la dolorosa dulzura.

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Giovanni Papini – C’è un canto dentro di me

Registrazione dell’11 maggio 2016

Giovanni Papini
C’è un canto dentro di me

(da Opere di Giovanni Papini. Volume diciassettesimo. Poesia in prosa. Cento pagine di Poesia – Giorni di Festa. Nuova edizione con molte aggiunte, Vallecchi, Firenze, 1932, pp. 273-276. Originariamente in Cento Pagine di Poesia, 1915, con qualche leggera differenza).
Interpretato da Luigi Maria Corsanico

Immagini da opere di Edgar Caracristi ©

Goffredo Petrassi
Kyrie, per coro e archi (1986)
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
diretti da Arturo Tamayo
Maestro del Coro: José Luis Basso

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C’è un canto dentro di me che non potrà mai uscire dalla mia bocca – che la mia mano non saprà scrivere sopra nessun pezzo di carta.

C’è un canto dentro di me che devo ascoltare io solo – che devo soffrire e sopportare soltanto io.

C’è un canto chiuso nelle mie vene come gli adagi celestiali nelle canne argentate degli organi – c’è un canto che non fiorirà come la radice del giaggiolo sepolta sotto la frana.

C’è un canto dentro di me che che resterà sempre dentro di me.

Se questo canto uscisse dal mio cuore romperebbe il mio cuore.

Se questo canto fosse scritto dalla mia mano nessun’altra parola più potrebbe scrivere la mia mano.

Questo canto non sarà detto che nell’ultima ora della mia vita; questo canto sarà il principio d’una felice agonia.

C’è un canto dentro di me che non può uscire fuori di me perché non furono ancor create le parole necessarie.

Un canto senza misura e senza tempo; senza ritmo e senza leggi.

Un canto che non può adagiarsi in nessuna forma e che spezzerebbe qualunque linguaggio.

Un canto che nessuno potrebbe ascoltare senza che la sua anima fosse sgomenta dalla sorpresa e ricolorata da un altro sole.

Un canto più respirato che detto, più presentito che manifestato: suono di luci, raggio d’accordi.

Un canto che non desidera nessuna musica perché sarebbe più melodioso d’ogni strumento conosciuto.

Dentro il mio cuore così grande che a giorni contiene l’universo questo canto è così grande che ci sta a gran fatica. Nei minuti più angosciosi della vita questo canto vorrebbe traboccare dal mio cuore troppo stretto come il pianto dagli occhi di chi piange se stesso. Ma lo respingo e lo ringhiotto perché insieme a lui anche il sangue del mio cuore traboccherebbe con la stessa furia voluttuosa. Lo rinchiudo in me stesso perché non voglio ancora morire.

Son la vittima docile di questo canto divino e omicida. Debbo serrare il cuore come la porta di una carcere e soffocare i suoi battiti soprumani come tanti rimorsi. Ed essere, con tutta la mia tenerezza, il feroce a cui non s’ accostano i deboli.

Perché il mio canto sarebbe uno spaventoso canto d’amore e quest’amore brucerebbe tutto quello che tocca.

L’amore che riscalda soltanto è appena tiepido ma il vero amore nel medesimo soffio bacia e distrugge.

Quest’ amore sarebbe così splendente d’infocata bramosia che in quel giorno la terra illuminerebbe il sole e la mezzanotte sarebbe più ardente del più bruciato meriggio.

Ma io non canterò mai questo terribile canto che mi consuma senza che nessuno abbia compassione del mio tormento.

Non canterò questo canto meraviglioso che la mia paura rinnega e che fa tremare la mia debolezza.

Non canterò questo canto perché nessuno potrebbe sostenerne l’infinita, la straziante, la dolorosa dolcezza.

GABRIELE D’ANNUNZIO – LA SERA FIESOLANA

Gabriele D’Annunzio
La sera fiesolana

(Capponcina di Settignano, 17 giugno 1899)

Gabriele D’Annunzio
Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi,
Libro III, ALCIONE
Milano, Fratelli Treves Editori, 1908.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Julius Klengel (1859 – 1933)
Hymnus for 12 Cellos, Op. 57
Cello Classics Ensemble

Piet Mondrian, Paesaggio, 1907

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Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscío che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pè tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ‘l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su ‘l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incúrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

(Capponcina di Settignano, 17 giugno 1899)

Fernando Pessoa – Non so. Mi manca il senso, il tatto

Fernando Pessoa
Poesias de Álvaro de Campos

Lisboa: Ática, 1944

Non so. Mi manca il senso, il tatto
(Não sei. Falta-me um sentido, um tacto-1.3.1917)

Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – Gymnopédie No.3
Reinbert de Leeuw, piano

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Non so. Mi manca il senso, il tatto
per la vita, per l’amore, per la gloria…
E poi che me ne faccio di una storia qualunque
o di un fatto qualunque?

Sono solo, solo come nessuno lo è mai stato,
chino su di me, senza prima né dopo,
sembra che gli istanti passino senza quasi vedermi,
ma passano senza che il loro passo sia leggero.

Inizio a leggere e quel che non ho letto già mi stanca.
Voglio pensare, ma mi fa male la conclusione a cui giungerò.
Mi pesa il sogno prima di sognarlo. Sentire
è una cosa come qualunque cosa già vista.

Non esser niente, essere una figura di romanzo,
senza vita, senza morte materiale, un’idea,
una qualunque cosa che nulla possa rendere utile o laida,
un’ombra su un terreno irreale, un sogno in trance.

1.3.1917

Pablo Neruda – Oh tierra, espérame

Pablo Neruda – Oh tierra, espérame

“Memorial de Isla Negra”
Edit. Losada, B.Aires, 1964

Leído por Luigi Maria Corsanico

Tonada Triste – Trencito de los Andes

Imágenes: L.M. Corsanico

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Vuélveme oh sol
a mi destino agreste,
lluvia del viejo bosque,
devuélveme el aroma y las espadas
que caían del cielo,
la solitaria paz de pasto y piedra,
la humedad de las márgenes del río,
el olor del alerce,
el viento vivo como un corazón
latiendo entre la huraña muchedumbre
de la gran araucaria.

Tierra, devuélveme tus dones puros,
las torres del silencio que subieron
de la solemnidad de sus raíces:
quiero volver a ser lo que no he sido,
aprender a volver desde tan hondo
que entre todas las cosas naturales
pueda vivir o no vivir: no importa
ser una piedra más, la piedra oscura,
la piedra pura que se lleva el río.

Pablo Neruda – Oh terra, attendimi

Pablo Neruda – Oh terra, attendimi

Tutte le Opere di Neruda
MEMORIALE DI ISLA NEGRA
a cura di Giuseppe Bellini
Nuova Accademia Editrice, Milano, 1965

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Tonada Triste – Trencito de los Andes

Immagini: L.M. Corsanico

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Restituiscimi oh sole
al mio destino agreste,
pioggia del vecchio bosco,
rendimi l’aroma e le spade
che cadevano dal cielo,
la solitaria pace di erba e di pietra,
l’umidità delle rive del fiume,
l’odore del larice,
il vento vivo come un cuore
che palpita tra la scontrosa moltitudine
della grande araucaria.

Terra, rendimi i tuoi doni puri,
le torri del silenzio che salirono
dalla solennità delle sue radici:
voglio tornar a essere ciò che non son stato,
imparare a tornare da così profondo
che tra tutte le cose naturali
possa vivere o non vivere: non importa
essere una pietra di più, la pietra oscura,
la pietra pura che il fiume si porta via.

Federico García Lorca – Muerto de amor

Grabado el 26 de julio del 2016

Federico García Lorca
Romancero gitano (1924/1927)
Muerto de amor, a Margarita Manso

Leído por Luigi Maria Corsanico

Asturiana de Manuel de Falla
Nadège Rochat, cello
Rafael Aguirre, guitarra

Dibujos originales de Federico García Lorca

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13. Muerto de amor
a Margarita Manso

¿Qué es aquello que reluce
por los altos corredores?
Cierra la puerta, hijo mío,
acaban de dar las once.
En mis ojos, sin querer,
relumbran cuatro faroles.
Será que la gente aquella
estará fregando el cobre.


  • Ajo de agónica plata
    la luna menguante, pone
    cabelleras amarillas
    a las amarillas torres.
    La noche llama temblando
    al cristal de los balcones,
    perseguida por los mil
    perros que no la conocen,
    y un olor de vino y ámbar
    viene de los corredores.
    *
    Brisas de caña mojada
    y rumor de viejas voces,
    resonaban por el arco
    roto de la media noche.
    Bueyes y rosas dormían.
    Solo por los corredores
    las cuatro luces clamaban
    con el furor de San Jorge.
    Tristes mujeres del valle
    bajaban su sangre de hombre,
    tranquila de flor cortada
    y amarga de muslo joven.
    Viejas mujeres del río
    lloraban al pie del monte,
    un minuto intransitable
    de cabelleras y nombres.
    Fachadas de cal, ponían
    cuadrada y blanca la noche.
    Serafines y gitanos
    tocaban acordeones.
    Madre, cuando yo me muera,
    que se enteren los señores.
    Pon telegramas azules
    que vayan del Sur al Norte.
    Siete gritos, siete sangres,
    siete adormideras dobles,
    quebraron opacas lunas
    en los oscuros salones.
    Lleno de manos cortadas
    y coronitas de flores,
    el mar de los juramentos
    resonaba, no sé dónde.
    Y el cielo daba portazos
    al brusco rumor del bosque,
    mientras clamaban las luces
    en los altos corredores.