Carl Sandburg – Sotto la Luna del Raccolto

Carl Sandburg (Galesburg, 6 gennaio 1878 – Flat Rock, 22 luglio 1967)
Sotto la Luna del Raccolto
Under the Harvest Moon, Chicago Poems. 1916
Traduzione di Luisa Zambrotta
Per approfondire: https://wordsmusicandstories.wordpress.com/2021/09/21/under-the-harvest-moon/
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alexander Scriabin Prelude Op. 22 No. 1
Eduardo Fernandez, piano

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Sotto la luna del raccolto,
quando il tenero argento
gocciola scintillante
sulle notti del giardino,
la Morte, il grigio sbeffeggiatore,
viene e ti sussurra
come un bellissimo amico
che ricorda.

Sotto le rose estive
quando il flagrante cremisi
si nasconde nel crepuscolo
delle selvagge foglie rosse,
l’Amore, con minuscole mani,
viene e ti tocca
con mille ricordi,
e ti pone
bellissime domande ancora senza risposta.

Biagio Marin – Elogio delle conchiglie

Biagio Marin (Grado 1891 – Trieste 1985)
Il Poeta delle conchiglie
“Forse solo certe musiche di Beethoven,
forse solo certi passaggi della IX sinfonia,
gli avevano parlato a quel modo.”

Biagio Marin, Elogio delle conchiglie
Milano, Vanni Scheiwiller, 1965

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Ludwig van Beethoven
Sinfonia n.9 – III. Adagio molto e cantabile (excerpt)
Riccardo Muti
Chicago Symphony Orchestra

Fotografia: Playa de Colún. Chaihuín, Región de Los Ríos. Chile

GUIDO MAZZON – IL LUOGO DELLA MUSICA

Guido Mazzon, Il luogo della musica
tratto da: Lo spazio della musica. Pensieri e immagini
Guido Mazzon – Marta Sacchi
Apollo Edizioni – Copyright © 2016

Testo e voce narrante: Guido Mazzon

inconsequential
by Luigi Maria Corsanico, piano

Wassily Kandinsky
Composition VIII, 1923
Tensions calmées, 1937

Dante Alighieri – La Divina Commedia – Inferno, Canto quinto

Settecentenario
Dante Alighieri (Firenze, tra il maggio e il giugno 1265 – Ravenna, notte dal 13 al 14 settembre 1321).

Dante Alighieri
La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno
Inferno, Canto quinto

da: LA LETTERATURA ITALIANA
STORIA E TESTI
VOLUME 4
RICCARDO RICCIARDI EDITORE, 1957

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Illustrazioni di Gustave Doré, 1861

Federico García Lorca – Madrigale d’estate

Federico García Lorca
Madrigale d’estate

Vega de Zujaira, agosto 1920

Federico García Lorca
Tutte le poesie e tutto il teatro
A cura di Claudio Rendina e Elena Clementelli
Edizioni integrali con testo spagnolo delle poesie a fronte
Newton Compton editori

Federico García Lorca
LIBRO DE POEMAS
“A mi hermano Paquito”
Editorial: Imprenta Maroto, Madrid, 1921

Interpreta: Luigi Maria Corsanico

Pablo de Sarasate
‘Romanza andaluza’ Op.22-1
Leonid Kogan

Murales de Pilar Triviño Gonzales
Huasco, Chile

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Stringi la tua bocca rossa con la mia,
Estrella gitana!
Sotto l’oro del sole a mezzogiorno
morderò la mela.

Tra i verdi ulivi del colle
c’è una torre moresca,
che ha il colore della tua carne campestre
che sa d’aurora e miele.

Mi offri nel tuo corpo ardente
quel divino alimento
che dà fiori al quieto canale
e astri al vento.
Come ti sei concessa a me, o luce bruna?
Perché colmi d’amore
mi hai offerto il tuo sesso di giglio
e il gioco sonoro dei tuoi seni?

Fu forse per il mio triste aspetto?
(Oh, i miei goffi passi!)
Forse pietà t’infuse
questa mia vita arida di canto?

Come non preferisti alle mie pene
le sudate cosce
di un contadino San Cristoforo,
cosce pesanti e belle nell’amore?

Tu sei con me una Danaide di piacere,
femminile Silvano.
Profumano i tuoi baci come profuma
il grano secco dell’estate.

Offuscami gli occhi col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
distesa e solenne come un manto
d’ombra sopra il prato.

Dipingimi un cielo d’amore
con la tua bocca insanguinata,
la stella nera del dolore
su uno sfondo di carne.

Il mio cavallo andaluso
è prigioniero dei tuoi occhi aperti
e volerà assorto e sconsolato
quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi io t’amerei
per il tuo sguardo oscuro,
come l’allodola ama il nuovo giorno
solo per la rugiada.

Stringi la tua bocca rossa con la mia,
Estrella gitana!
Lasciami sotto il chiaro mezzogiorno
consumare la mela.

Pablo Neruda – Oda a la edad

Pablo Neruda – Oda a la edad
Tercer libro de las odas
Pablo Neruda. 1a. edición
Buenos Aires : Losada, 1957

Leído por Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos
Prelúdio das Bachianas Brasileiras n°4
Roberto Bernardini, arreglo para guitarra

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Yo no creo en la edad.

Todos los viejos
llevan
en los ojos
un niño,
y los niños
a veces
nos observan
como ancianos profundos.

Mediremos
la vida
por metros o kilómetros
o meses?
Tanto desde que naces?
Cuanto
debes andar
hasta que
como todos
en vez de caminarla por encima
descansemos, debajo de la tierra?

Al hombre, a la mujer
que consumaron
acciones, bondad, fuerza,
cólera, amor, ternura,
a los que verdaderamente

vivos
florecieron
y en su naturaleza maduraron,
no acerquemos nosotros
la medida
del tiempo
que tal vez
es otra cosa, un manto
mineral, un ave
planetaria, una flor,
otra cosa tal vez,
pero no una medida.

Tiempo, metal
o pájaro, flor
de largo pecíolo,
extiéndete
a lo largo
de los hombres,
florécelos
y lávalos
con
agua
abierta
o con sol escondido.
Te proclamo
camino
y no mortaja,
escala
pura
con peldaños
de aire,
traje sinceramente
renovado
por longitudinales
primaveras.

Ahora,
tiempo, te enrollo,
te deposito en mi
caja silvestre
y me voy a pescar
con tu hilo largo
los peces de la aurora!

FERNANDO PESSOA – Frammento 44 (167)

FERNANDO PESSOA – Frammento 44 (167)
2.11.1933
Da: IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
O Livro do Desassossego por Bernardo Soares
Traduzione di Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre
Universale Economica Feltrinelli

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 722

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti
Concerto de chambre pour treize instrumentistes
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direction

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Non possiamo distinguere se certi tormenti profondi, per la loro essenza sottile e ambigua, appartengono all’anima o al corpo, se sono il malessere causato dal fatto di avvertire la futilità della vita, o l’indisposizione che deriva da un abisso organico: lo stomaco, il fegato, il cervello. Quante volte mi si appanna la consapevolezza volgare di me stesso, in un torvo sedimento di inquieta stasi! Quante volte mi duole esistere, con una nausea a tal punto incerta che non so distinguere se si tratta di tedio o di un sintomo di vomito! Quante volte…
Oggi la mia anima è triste fino al corpo. Tutto me stesso mi duole: la memoria, gli occhi e le braccia. In tutto ciò che io sono c’è come una specie di reumatismo. Sul mio essere non ha nessun influsso la luce limpida del giorno, il cielo di un grande azzurro puro, l’alta marea immobile di luce diffusa. Non mi lenisce affatto il lieve soffio fresco autunnale, come se l’estate non passasse, che dà tono all’aria. Nulla è nulla per me. Sono triste, ma non con una tristezza definita, e nemmeno con una tristezza indefinita. Sono triste là fuori, nella strada dove si accumulano le casse.
Questa descrizione non traduce esattamente ciò che sento, perché nulla può tradurre esattamente ciò che qualcuno sente. Ma tento in qualche modo di dare l’idea di ciò che sento, un miscuglio di varie specie di io e della strada estranea che, proprio perché la vedo, anch’essa, in un modo sotterraneo che non so analizzare, mi appartiene, fa parte di me.
Vorrei vivere diverso in paesi lontani. Vorrei morire altro fra bandiere sconosciute. Vorrei essere acclamato imperatore in altre epoche, oggi migliori perché non sono di oggi, viste in un barlume colorito, inedite di sfingi. Vorrei tutto quanto può rendere ridicolo ciò che sono, e perché rende ridicolo ciò che sono. Vorrei, vorrei… Ma c’è sempre il sole quando brilla il sole e la notte quando arriva la notte. C’è sempre la pena quando la pena ci duole e il sogno quando il sogno ci culla. C’è sempre quello che c’è e mai quello che dovrebbe esserci, non perché è meglio o perché è peggio, ma perché è altro. C’è sempre…
Nella strada piena di casse i facchini stanno lavorando. Con risate e scherzi stanno caricando le casse una per una sui carri. Dall’alto della mia finestra dell’ufficio li sto guardando con occhi pigri con le palpebre che dormono. E qualcosa di sottile, di incomprensibile, collega quello che sento alle operazioni di carico che vedo; una sensazione sconosciuta trasforma in una cassa tutto questo mio tedio, o angoscia, o nausea, e lo alza sulle spalle di chi scherza ad alta voce, fino ad un carro che non c’è. E la luce del giorno, serena, come sempre, splende obliquamente, perché la strada è stretta, sul luogo in cui stanno alzando le cassette: non sulle cassette, che sono all’ombra, ma sull’angolo laggiù in fondo dove i facchini stanno facendo il non fare niente, indeterminatamente.

2-11-1933 Há mágoas íntimas que não sabemos distinguir, por o que contêm de subtil e de infiltrado, se são da alma ou do corpo, se são o mal-estar de se estar sentindo a futilidade da vida, se são a má disposição que vem de qualquer abismo orgânico — estômago, fígado ou cérebro. Quantas vezes se me tolda a consciência vulgar de mim mesmo, num sedimento torvo de estagnação inquieta! Quantas vezes me dói existir, numa náusea a tal ponto incerta que não sei distinguir se é um tédio, se um prenúncio de vómito! Quantas vezes…

Minha alma está hoje triste até ao corpo. Todo eu me doo, memória, olhos e braços. Há como que um reumatismo em tudo quanto sou. Não me influi no ser a clareza límpida do dia, céu de grande azul puro, maré alta parada de luz difusa. Não me abranda nada o leve sopro fresco, outonal como se o estio não esquecesse, com que o ar tem personalidade. Nada me é nada. Estou triste, mas não como uma tristeza definida, nem sequer com uma tristeza indefinida. Estou triste ali fora, na rua juncada de caixotes.
Estas expressões não traduzem exactamente o que sinto, porque sem dúvida nada pode traduzir exactamente o que alguém sente. Mas de algum modo tento dar a impressão do que sinto, mistura de várias espécies de eu e da rua alheia, que, porque a vejo, também, de um modo íntimo que não sei analisar, me pertence, faz parte de mim.
Quisera viver diverso em países distantes. Quisera morrer outro entre bandeiras desconhecidas. Quisera ser aclamado imperador em outras eras, melhores hoje porque não são de hoje, vistas em vislumbre e colorido, inéditas a esfinges. Quisera tudo quanto pode tornar ridículo o que sou, e porque torna ridículo o que sou. Quisera, quisera…
Mas há sempre o sol quando o sol brilha e a noite quando a noite chega. Há sempre a mágoa quando a mágoa nos dói e o sonho quando o sonho nos embala. Há sempre o que há, e nunca o que deveria haver, não por ser melhor ou por ser pior, mas por ser outro. Há sempre…

Na rua cheia de caixotes vão os carregadores limpando a rua. Um a um, com risos e ditos, vão pondo os caixotes nas carroças. Do alto da minha janela do escritório eu os vou vendo, com olhos tardos em que as pálpebras estão dormindo. E qualquer coisa de subtil, de incompreensível, liga o que sinto aos fretes que estou vendo fazer, qualquer sensação desconhecida faz caixote de todo este meu tédio, ou angústia, ou náusea, e o ergue, em ombros de quem chalaceia alto, para uma carroça que não está aqui. E a luz do dia, serena como sempre, luze obliquamente, porque a rua é estreita, sobre onde estão erguendo os caixotes — não sobre os caixotes, que estão na sombra, mas sobre o ângulo lá ao fim onde os moços de fretes estão a fazer não fazer nada, indeterminadamente.

Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 722