Luigi Maria Corsanico legge Jorge Luis Borges. 12 — La poesia e lo spirito

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Luigi Maria Corsanico legge Jorge Luis Borges. 12 — La poesia e lo spirito

JORGE LUIS BORGES
DUE POESIE INGLESI qui i testi: https://letturelecturas.home.blog/2020/11/08/jorge-luis-borges-due-poesie-inglesi/
TWO ENGLISH POEMS , 1934
L’altro, lo stesso
El otro, el mismo (1964)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Gustav Mahler: Adagio dalla Sinfonia Nr. 10
SWR Symphonieorchester Stuttgart
Dirittore: Michael Sanderling

All’improvviso…Fernando Pessoa

ALL’IMPROVVISO…Frammento 100 (199) 21.2.1930 da:

IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

di Bernardo Soares

(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)

Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000

Livro do Desassossego por Bernardo Soares.Vol.I. Fernando Pessoa. (Recolha e transcrição dos textos de Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha. Prefácio e Organização de Jacinto do Prado Coelho.) Lisboa: Ática, 1982. – 199.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Max Richter, “On the Nature of daylight”

Orchestre Gabriel Fauré du CRD d’Angoulême

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All’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perché ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l’aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perché ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Sì, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
È stato un attimo, ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo. Sono stato per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
È stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato. E, alla fine, ho sonno, perché, non so perché, penso che il senso è dormire.

21.2.1930

Paul Éluard – Poter dire tutto

Paul Éluard – Poter dire tutto
(Pouvoir tout dire)
“Dignes de vivre pouvoir tout dire”
Septembre 1950 – Tchou Editeur
Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie: Ogives
Reinbert de Leeuw

Tutto sta nel dire tutto e io non ho parole
E non ho tempo e non ho l’audacia
Sogno ed espongo a caso le mie immagini
Ho vissuto male e male ho appreso a parlare chiaro

Dire tutto le rocce la strada e i selciati
Le strade e i loro passanti i campi e i pastori
La lanugine della primavera la ruggine dell’inverno
Il freddo e il caldo che compongono un solo frutto

Voglio mostrare la folla e ogni uomo in dettaglio
Con ciò che gli dà forza e che lo fa disperare
E sotto le sue stagioni d’uomo tutto ciò che egli illumina
La sua storia e il suo sangue la sua storia e il suo dolore

Voglio mostrare la folla immensa separata
La folla compartimentata come in un cimitero
E la folla più forte della sua ombra impura
Che ha infranto le sue mura che ha sconfitto i suoi padroni

La famiglia delle mani la famiglia delle foglie
E l’animale errante senza personalità
Il fiume e la rugiada feconde e fertili
La giustizia in piedi la felicità ben impiantata

La felicità di un bambino saprò mai dedurla
Dalla sua palla o dalla sua bambola o dal bel tempo
E la felicità di un uomo avrò mai la fermezza
Di dirla secondo la moglie e i suoi figli

Sarò mai in grado di chiarire l’amore e le sue ragioni
La sua tragedia di piombo la sua commedia di paglia
I gesti meccanici che lo rendono quotidiano
E le carezze che lo rendono eterno

E sarò mai capace di mettere insieme il raccolto
Al letame proprio come si fa con la bellezza
Potrò paragonare il bisogno al desiderio
E l’ordine meccanico all’ordine del piacere

Avrò mai abbastanza parole per liquidare l’odio
Per l’odio sotto l’ ala enorme delle collere
E mostrare la vittima che schiaccia i carnefici
Saprò colorare la parola rivoluzione

L’oro libero dell’alba in occhi sicuri di sé stessi
Nulla gli somiglia tutto è nuovo tutto è prezioso
Sento piccole parole divenire massime
L’intelligenza è semplice al di là delle sofferenze

Come saprò mai dire quanto io sia contro
le manie assurde create dalla solitudine
Ho rischiato di morire senza potermi difendere
Come ne muore un eroe legato imbavagliato

Ho rischiato d’essere dissolto corpo cuore spirito
Senza forme e anche con tutte le forme
Di cui si circondano marciume e decadimento
E compiacenza e guerra indifferenza e crimine

Poco mancò che i miei fratelli non mi dessero la caccia
Mi sono affermato senza capire nulla della loro lotta
Credevo di cogliere nel presente più di quanto lui non possedesse
Ma non avevo alcuna idea dell’indomani

Alla fin fine, devo tutto ciò che sono
Agli uomini che hanno saputo cosa contiene la vita
A tutti gli insorti che controllano i loro strumenti
E controllano il loro cuore e si stringono la mano

Uomini continuamente tra umani senza una piega
Un canto che sale e dice quello che sempre si dice
Coloro che indirizzano il nostro futuro contro la morte
Contro i sotterranei dei nani e dei pazzi.

Potrò mai dire infine che si è aperta la porta
Della cantina dove le botti proiettano la loro massa scura
Sulla vigna o il vino imprigiona il sole
Usando le parole dello stesso viticoltore

Le donne sono scolpite come l’acqua o la pietra
Tenere o troppo integre dure o leggere
Gli uccelli passano attraverso altri spazi
Un cane domestico si trascina alla ricerca di un vecchio osso

La mezzanotte non ha più eco che per un uomo molto vecchio
Che rovina il suo tesoro in canzoni banali
Anche questa ora della notte non è persa
Io mi addormenterò solo se altri si svegliano

Potrò mai dire che niente vale la giovinezza
Mostrando il solco dell’età sulla guancia
Niente vale la sequenza infinita di riflessi
Iniziando dall’impeto di semi e fiori

Iniziando da una parola schietta e cose reali
La fiducia andrà senza idea di ritorno
Io voglio che si risponda prima di chiedere
E nessuno parlerà una lingua straniera

E nessuno avrà voglia di calpestare un tetto
Incendiare le città seppellire i morti
Perché avrò tutte le parole che giovano a costruire
E che fanno credere nel tempo come unica fonte

Bisognerà ridere ma rideremo di salute
Rideremo di essere fraterni in ogni momento
Saremo buoni con gli altri come lo si è
Con sé stessi quando si ama d’essere amati

I brividi delicati lasceranno posto alle onde
Della gioia di esistere più fresca del mare
Niente ci farà più dubitare di questo poema
Che scrivo oggi per cancellare ieri.

Paul Éluard, Pouvoir tout dire, 1950 (Traduzione di Marcello Comitini)

Marcello Comitini – Grido ai futuri secoli

Marcello Comitini © Grido ai futuri secoli 29/04 – 02/05/2021
Lettura di Luigi Maria Corsanico

JS. Bach, Prelude No.8 in E flat minor BWV 853.
Leopold Stokowski / Czech Philharmonic Orchestra

“Raft of Lampedusa”
opera dello scultore britannico Jason DeCaires Taylor.
Lanzarote, isola dell’arcipelago delle Canarie, il Museo Atlántico.

“Cain” di Henri Vidal, Jardin des Tuilleries, Paris, 1896.

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Si rabbuia il cielo, lampi lividi tagliano
la massa oscura delle nuvole.
Sta per collassare l’universo?
Sul tronco liscio della croce,
una formica sale frettolosa sino ai tuoi piedi
trova un seme rosso di melograno
lo stringe tra le mandibole, scende
tra le pietre lo mette in salvo nella tana.
A ogni tuo respiro i lamenti salgono
all’infinita era del padre. Chi li accoglie?
Pendi dall’alto, il capo cinto dalla corona.
Sei il re che implora e accoglie
a braccia spalancate. Chi?
Un passero impaurito attraversa il cielo
si rifugia sui rami esili d’un arbusto in fiore.
Chini gli occhi su tua madre. Ti ricorda
il giorno delle nozze, la sua preghiera
esaudita, il vino migliore offerto per ultimo.
Intorno a lei la rosa brulicante degli spettatori
che assistono al tuo patire. Alcuni
impauriti dalla folgore
che squarcia il sipario insanguinato alle tue spalle,
altri mordono singhiozzando i fazzoletti,
altri piangono sé stessi intenti Grido ai futuri sec oli
a spartirsi le tue spoglie.

Il tuo ultimo respiro è un rantolo.
O un grido ai futuri secoli
che traspaiono nello sconquasso delle nuvole?

Staccato dalla croce la tua spoglia fredda
scende nel baratro degli inferi.
Un popolo innumerevole di ombre
si muove in volo come uno stormo di pipistrelli.
Arsi dal desiderio muovono le ali.
Non sanno, non ti conoscono. Si ritraggono.

Dall’alto giunge lo spirito, varca
l’arco gelido della morte, riprende coscienza
nella quiete del tuo cadavere.
Nell’ oscurità brilla il lume della resurrezione.
Ti viene incontro il popolo di ombre cieche.
Un uomo e una donna si fanno avanti tenendosi per mano.
Lui bacia le labbra di lei rosse come una mela.
Sono distanti dall’amarsi. Ma è comunque amore.
Dicono tutti con lo sguardo noi crediamo. E li raccogli
nel cavo delle mani, li adagi
nel tepore della luce.

E noi, che attendiamo
come fossimo ombre già condannate agli inferi,
ti vediamo nei bagliori dell’alba
abbassare le braccia lungo i fianchi,
mostrare le mani ferite. Già sai
che ogni tua resurrezione sarà precipitata
nell’abisso degli errori, dai sì e no
del pensiero troppo umano
dalle crudeltà che si perpetuano senza tempo.
Prima che tu svanisca
nell’alto dei cieli, circondato dagli angeli
anche quelli che ci custodivano,
abbiamo una domanda
che attraversa la fede e la morte.
Consolerai il nostro inguaribile dolore?
Ci strapperai dal nido delle ombre
in cui la nostra vita
come il passero impaurito dagli artigli della disperazione
si è rifugiata nel cespuglio fiorito dei sogni?
Sei il trionfante o vittima dell’Essere Uomo?


29/04 – 02/05/2021©marcello comitini

MARIO LUZI – APRILE – AMORE

LUZI
LE POESIE

Volume primo
GARZANTI i grandi libri / POESIA
Primizie del deserto
III. Aprile-amore, 1951

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Franz Schubert, Piano Sonata in A major D.959: II. Andantino
Eric Lu, piano

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Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre questo attimo.

ANTONIO GRAMSCI – ODIO GLI INDIFFERENTI

Anniversari: 25 aprile 1945 “Ora e sempre resistenza”

Il 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci

ANTONIO GRAMSCI
ODIO GLI INDIFFERENTI

La Città futura , 11 febbraio 1917


Lettura di Luigi Maria Corsanico
Commento sonoro, pianoforte: L.M. Corsanico


Edvard Munch

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«Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini»
(Antonio Gramsci, Lettera alla madre, 10 maggio 1928)

Fernando Pessoa – Nada

Fernando Pessoa
El violinista loco
Cuatro dolores, Nada

Poema traducido del texto en inglés por Luigi Maria Corsanico :
THE MAD FIDDLER
IV. FOUR SORROWS
NOTHING, 1914
«The Mad Fiddler». in Poesia Inglesa. Fernando Pessoa. (Organização e tradução de Luísa Freire. Prefácio de Teresa Rita Lopes.) Lisboa: Livros Horizonte, 1995.

Agustín Pío Barrios
La Catedral.Preludio
Nicholas Petrou, guitarra

Imagen:
Alfred Stieglitz. Equivalent. 1930

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Los ángeles vinieron a buscarla
La encontraron a mi lado,
allí donde sus alas la habían guiado.
Los ángeles vinieron a llevársela.
Dejó la clara luz divina de su hogar y había venido a vivir conmigo.

Ella me amaba porque el amor
ama solo las cosas imperfectas.
Los ángeles bajaron del cielo
y la alejaron de mí.
Se la llevaron para siempre
entre sus luminosas alas.

Es cierto que era su hermana
y tan cerca de Dios como ellos.
Pero ella me amaba porque
mi corazón no tenía una hermana.
Se la llevaron,
y eso es todo lo que sucedió.

Typescript of first page of two of the table of contents of “The Mad Fiddler.”
Page numbered “2.” Manuela Nogueira’s Private Collection.

TED HUGHES – IL FALCO NELLA PIOGGIA

Ripropongo questa mia lettura de “Il Falco nella Pioggia”, mettendo in evidenza il prezioso commento che il Poeta Marcello Comitini, traduttore di questa lirica di Hughes, ha scritto esponendo il senso della lirica stessa:

“Carissimo Luigi, devo subito e con gratitudine ringraziarti per aver messo in evidenza che mia è la traduzione. Tu sai che altre ne abbiamo visionate e tutte contenevano delle vergognose imprecisioni, per non dire errori che stravolgevano il vero senso di questi versi. Devo poi molto volentieri ringraziarti per la tua lettura che come sempre dona vita palpitante ai versi con la tua voce, ma direi anche con il tuo essere, che tanto sa immedesimarsi in ciò che leggi . Nell’ascoltare sento nella poesia (e nella tua voce) come l’eco disperato di Silvia Plath, morta suicida e del cui dramma Ted Hughes, marito della poetessa, si è addossato tutta la responsabilità. Se non fosse stato così questi versi avrebbero assunto il tono di un mero “flatus voci”, un esercizio stilistico privo di ogni collegamento con l’animo del poeta. Viceversa la sua sensibilità verso la moglie affetta da un forte esaurimento nervoso, dona a questi versi, là dove recitano la forza morale del falco e il suo essere travolto dalla vita, il peso morale della sua coscienza e donano senso alla lotta che il poeta così bene descrive. Sono grato a te che me ne hai parlato e a Fabrizio Centofanti che te l’ha segnalata.”

Ted Hughes (Mytholmroyd, 17 agosto 1930 – Londra, 28 ottobre 1998)
Il Falco nella Pioggia
The Hawk in the Rain
First edition – Faber and Faber, 1957

Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith – Der Tod (1931)
Uwe Gronostay · Netherlands Chamber Choir
Die Zukunft
Friedrich Gottlieb Klopstock (1724 – 1803)

Immagini:

Illustrazione di ANGELA HARDING, Painter & Printmaker

Finlayson, Ann (1943 – 1999) Hawk in the Rain

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Annego nella fragorosa terra arata, passo
dopo passo mi tiro via dalla bocca avida della terra,
Dall’argilla che stringe ogni mio passo fino alla caviglia
Com’è costume della tomba ostinata, ma il falco

In alto senza sforzo blocca il suo occhio fermo.
Le sue ali trattengono tutto il creato in una quiete senza peso,
Immobile come un’allucinazione nell’aria fluente.
Intanto il vento che batte uccide questa difesa ostinata,

Mi acceca, mi toglie il fiato, mi stringe il cuore,
E la pioggia mi colpisce la testa fino alle ossa, il falco blocca
La punta di diamante della volontà, stella polare
Della resistenza del naufrago in mare: e io,

Sanguinante stordito, contando gli ultimi momenti
Boccone nelle fauci della terra, mi affatico verso il massimo
Fulcro di violenza dove il falco resta fermo,
Che forse in questo momento incontra il tempo

giunto dalla parte sbagliata, patisce scagliato a testa in giù,
Che l’aria gli strappi gli occhi, le poderose montagne si schiantino su di lui,
L’orizzonte lo intrappola; l’occhio angelico rotondo
Fracassato, mescola il sangue del suo cuore con il fango della terra.

MARCELLO COMITINI – INCOMPIUTO

Marcello Comitini – Incompiuto
Quarto Giorno
© Copyright 2018 Marcello Comitini
Edizioni Caffè Tergeste
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith – Trauermusik, for Viola and Strings (1936)
Yuri Bashmet, viola
Solisti di Mosca

Mimmo Jodice, Fotografo
Peplophoros, Cuma, 1991
stampa al carbone su carta cotone

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Una carezza appena della mano sui miei occhi
dalle sue labbra alle mie labbra un soffio lieve
e la vita prende corpo dalle vuote cavità del cuore.

Giaccio nell’alito di Dio e nel suo sguardo.

Non ho nessuno da stringere al mio petto
nessuno da riassorbire alla mia costola.

I miei capelli hanno il colore dell’erba inaridita.
Si sciolgono i miei piedi, tornano nel fango.
Dal polso spezzato la mia mano pende
come un frutto rinsecchito.

Giaccio incompiuto nell’alito di Dio che
ha distolto lo sguardo dal suo terribile errore.

“Incompiuto” di Marcello Comitini ©